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	<title>ARGO - Cento occhi su Catania &#187; Banco di Sicilia</title>
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	<description>Cento occhi su Catania</description>
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		<title>C&#8217;era una volta il Banco di Sicilia</title>
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		<pubDate>Sat, 17 Apr 2010 05:24:51 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Ei fu! Il Banco di Sicilia è definitivamente scomparso, inghiottito dal nuovo &#8217;bancone&#8217; dell&#8217;Unicredit. Non si può certo dire che l&#8217;esperienza del Banco sia stata proprio felice e lo stesso fatto di essere radicato nell&#8217;isola non ha sempre significato che fosse ben amministrato a vantaggio della vita economica della collettività. Lo avevamo preannunciato circa un mese addietro, adesso è [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div id="attachment_11891" class="wp-caption alignleft" style="width: 225px"><img class="size-medium wp-image-11891" title="fede di credito nominativa della sede di Catania del BdS, anno 1888" src="http://www.argo.catania.it/wp-content/uploads/2010/04/una-fede-di-credito-nominativa-della-sede-di-Catania-del-BdS-anno-18881-215x300.jpg" alt="Una fede di credito nominativa della sede di Catania del BdS, anno 1888" width="215" height="300" /><p class="wp-caption-text">Una fede di credito nominativa della sede di Catania del BdS, anno 1888</p></div>
<p>Ei fu! <strong>Il Banco di Sicilia è definitivamente scomparso</strong>, inghiottito dal nuovo &#8217;bancone&#8217; dell&#8217;Unicredit. Non si può certo dire che l&#8217;esperienza del Banco sia stata proprio felice e lo stesso fatto di essere radicato nell&#8217;isola non ha sempre significato che fosse ben amministrato a vantaggio della vita economica della collettività.</p>
<div class="mceTemp">Lo avevamo preannunciato circa un mese addietro, adesso è cosa fatta . <strong>Resterà solo il marchio</strong>, ma sarà la beffa che si aggiunge al danno, in quanto si tratterà solo di uno straccio dietro cui correranno gli ignavi isolani, illudendosi che si tratti ancora di una banca siciliana.</div>
<p>I nuovi padroni vorranno in tal modo dare l&#8217;impressione che la banca sia espressione e interprete del suo legame col territorio, ma in effetti tutti i <strong>centri decisionali strategici saranno a Milano</strong>, così come alla Lombardia andranno i versamenti fiscali dei dipendenti e gli utili derivanti dall&#8217;attività bancaria.</p>
<p>Naturalmente ci saranno dei dirigenti locali che<span id="more-11880"></span> avranno il compito di gestire i rapporti con le istituzioni e i clienti locali, ma è fuori di dubbio che per la Sicilia si apra una stagione di <strong>dipendenza finanziaria</strong> le cui dimensioni sono tutte da immaginare ma i cui esiti sono scontati. E, in tempi di generale crisi e restrizione del credito, potrebbe essere la mazzata decisiva che affosserà definitivamente la già fragile economia isolana.</p>
<p>Basti pensare che, fra le altre cose, passerà sotto il controllo diretto di Unicredit il 76% <strong>dell&#8217;Irfis</strong> (Istituto regionale di credito nato per finanziare, con operazioni a medio-lungo termine, i programmi di investimento delle piccole e medie imprese), prima detenuto dal Banco di Sicilia.</p>
<p>Ma siccome i guai non vengono mai da soli, per capire bene la portata di quanto sta accadendo occorre mettere in conto che la <strong>Lega</strong>, uscita rafforzata dalle recenti elezioni regionali, dopo aver sbrigativamente pagato la cambiale contratta con la Chiesa e l&#8217;elettorato cattolico, con la tipica concretezza padana si è concentrata su uno degli obiettivi peraltro già da tempo perseguiti.</p>
<p>&#8220;Ci prenderemo le banche del nord&#8221;, ha subito proclamato Bossi, e non si riferiva certo al <strong>controllo delle banche</strong> di interesse strettamente territoriale, già da tempo in mano ai leghisti, ma proprio alle grandi banche che hanno sede legale e operativa al nord.</p>
<p>Ma non erano state privatizzate le banche? Forse ricordiamo male.</p>
<p>Certo, così facendo, ha dimostrato ancora una volta di avere una <strong>concezione tribale della politica</strong>, accanto alla quale ne sta emergendo una <strong>familistica</strong>, da quando ha preso l&#8217;abitudine di farsi accompagnare alle trattative con Berlusconi dal figlio Renzo, reduce da una brillantissima carriera scolastica e ultimamente approdato ad una altrettanto brillante, ci potete scommettere, carriera politica (ma il familismo amorale non era una categoria sociologica che caratterizzava la Terronia?).</p>
<p>Comunque la mettiamo, tuttavia, non è difficile prevedere che il suo non resterà un proclama retorico. Ciò che invece lascia senza parole è l&#8217;assoluta e vergognosa <strong>passività</strong> con cui la Sicilia sta assistendo a quello che si preannuncia un funerale di infima classe per la sua vita economica.</p>
<p>La vera tragedia in effetti si sta svolgendo sotto le austere volte di Sala d&#8217;Ercole, dove <strong>una rissosa, imbelle e incosciente classe politica siciliana</strong> sta mettendo in scena l&#8217;ennesima edizione di una guerra per bande il cui esito, malgrado quanto viene dichiarato, non è il bene dei siciliani ma la conquista e il controllo di una fetta sempre più grossa di potere, a beneficio della propria ambizione e delle vaste schiere dei famelici clientes.</p>
<p>Leggi su Argo  <a href="http://www.argo.catania.it/2010/03/09/chi-dara-credito-ai-siciliani/" target="_blank">Chi darà &#8220;credito&#8221; ai siciliani</a>?<a href="http://www.argo.catania.it/wp-content/uploads/2009/01/redazione-argo7.jpg"><img class="alignright size-full wp-image-846" title="redazione-argo" src="http://www.argo.catania.it/wp-content/uploads/2009/01/redazione-argo7.jpg" alt="redazione-argo" width="32" height="38" /></a></p>
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		<title>Chi darà &#8220;credito&#8221; ai siciliani?</title>
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		<pubDate>Tue, 09 Mar 2010 03:25:42 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Argo</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Con l&#8217;annunciata definitiva fusione del Banco di Sicilia all&#8217;interno dell&#8217;unico &#8220;bancone&#8221; Unicredit, si mette una pietra tombale su quello che fu il sistema creditizio siciliano. La Sicilia resta in tal modo, pur all&#8217;interno degli ineluttabili processi di concentrazione in corso, una delle poche grandi regioni europee ad essere priva di banche sufficientemente autonome per essere organicamente [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-medium wp-image-11033" title="grandi banche" src="http://www.argo.catania.it/wp-content/uploads/2010/03/grandi-banche-214x300.jpg" alt="grandi banche" width="193" height="270" />Con l&#8217;annunciata definitiva <strong>fusione del Banco di Sicilia all&#8217;interno dell&#8217;unico &#8220;bancone&#8221; Unicredit</strong>, si mette una pietra tombale su quello che fu il sistema creditizio siciliano.</p>
<p>La <strong>Sicilia </strong>resta in tal modo, pur all&#8217;interno degli ineluttabili processi di concentrazione in corso, una delle poche grandi regioni europee ad essere <strong>priva di banche sufficientemente autonome</strong> per essere organicamente collegate allo sviluppo del proprio territorio.</p>
<p>D&#8217;altra parte non si può certo rimpiangere un sistema bancario che nel <strong>recente passato</strong> aveva dato pessime prove.</p>
<p>Negli <strong>anni Ottanta</strong> <span id="more-10997"></span>si era registrata una crescita ipertrofica di piccole banche locali e del numero di sportelli e l&#8217;allora Governatore della Banca d&#8217;Italia ne aveva denunciato la bassa produttività perché troppo piccole, funzionali solo ad alcuni spezzoni distorti del sistema produttivo (classico fu l&#8217;esempio della Banca agricola etnea di Graci) e ad alto rischio di i<strong>nfiltrazioni mafiose</strong>.</p>
<p>Non furono pochi i magistrati  e gli uomini politici &#8211;  B. Giuliano, C. Terranova, G. Costa, P. Mattarella, C. A. Dalla Chiesa &#8211; che tentarono di fare chiarezza in questo groviglio e ci lasciarono le penne.</p>
<p>La <strong>presenza di queste banche </strong>peraltro, lungi dal favorire la crescita economica del territorio, a causa della scarsa redditività, della forte concorrenzialità e dell’aumento dei costi di gestione, si rivelò <strong>disastrosa </strong>in quanto finiva per pagare interessi attivi di gran lunga inferiori e interessi passivi di gran lunga superiori a quelli del mercato creditizio nazionale.</p>
<p>Negli <strong>anni Novanta</strong>, l&#8217;uso clientelare delle risorse, l&#8217;apparente superficialità con cui venivano concessi crediti  e la scarsa efficacia delle procedure per il loro recupero, hanno portato alla crisi prima di Sicilcassa e poi del Banco di Sicilia, senza tuttavia raggiungere lo scopo di costruire un sistema più trasparente, più solido e più efficace per il supporto allo sviluppo economico del territorio.</p>
<p>La prospettata definitiva chiusura del Banco di Sicilia, di cui resterà nell&#8217;isola solo il marchio, sembra il preludio ad una <strong>ristrutturazione </strong>della rete aziendale che, si prevede, porterà ad un esubero di circa 1000 dipendenti in seguito ad una drastica diminuzione del numero degli sportelli, che attualmente sono 425.</p>
<p>A ciò si aggiungerà un danno rilevante alle casse della Regione siciliana perché sarà trasferito a Milano anche il relativo <strong>gettito fiscale</strong>, che si aggira sui 150 milioni di euro l’anno.</p>
<p>Questo <strong>azzeramento del sistema creditizio meridionale,</strong> col conseguente spostamento al nord di tutte le centrali decisionali, farà diventare gli sportelli meridionali semplici collettori di risparmio il cui reinvestimento andrà a <strong>favorire l’economia del nord</strong> mentre l’aumentato costo del denaro e la diminuzione della sua disponibilità faranno aumentare a dismisura la proliferazione delle Agenzie finanziarie e dell’usura, con danni crescenti sia per le famiglie che per le imprese.</p>
<p>E&#8217; ancora viva la memoria dello sciopero della fame che, nello scorso settembre 2009, l’imprenditore <strong>Giuseppe Pizzino</strong> &#8211; a capo del <strong>Gruppo Castello,</strong> una delle più interessanti iniziative imprenditoriali del settore dell&#8217;abbigliamento &#8211; ha dovuto mettere in atto davanti alla sede centrale Unicredit di Milano per protestare contro la mancata concessione di un finanziamento per avviare un progetto industriale di ristrutturazione e sviluppo della sua azienda.<img class="alignright size-medium wp-image-11034" title="Pizzino" src="http://www.argo.catania.it/wp-content/uploads/2010/03/Pizzino-300x225.jpg" alt="Pizzino" width="300" height="225" /></p>
<p>Solo in seguito all’interessamento di due parlamentari del PdL (C. Polidori e N. Germanà) pare ci sia stato anche un intervento del ministro dell’economia <strong>Tremonti </strong>che ha dovuto riconoscere l&#8217;esistenza di una “asimmetria del credito in Italia”. Nel Mezzogiorno chi comanda, chi ha in mano le banche, è a Milano e non in Sicilia, per cui i luoghi delle decisioni si allontanano dal territorio.</p>
<p>Scongiurato per ora il pericolo del fallimento resta ancora del tutto <strong>problematica la prospettiva di un rilancio</strong> del Gruppo Castello, con sede a Brolo in provincia di Messina,<strong> </strong>per l’insufficienza delle risorse finanziarie reperite e per la lentezza con cui sta procedendo il processo di ristrutturazione aziendale.</p>
<p>Oggi,  distrutto il sistema bancario locale con tutti gli annessi e connessi, la situazione resta in mano a <strong>pochi gruppi</strong> (Montepaschi, Unicredit, Intesa, Popolare di Lodi), tutti con la testa e gli interessi spostati al centro-nord: ciò è tanto più grave quanto più avanza il processo federalista.</p>
<p>D&#8217;altra parte, al disimpegno di Unicredit nessuno ha opposto resistenza. Il fatto è strano, tanto più che contemporaneamente è stata annunciata la nascita di<strong> Intesa Sicilia</strong>, una filiazione locale della Banca Intesa che, non a caso, annovera fra i suoi più alti dirigenti Gaetano Miccichè, fratello di Gianfranco.</p>
<p>Il progetto punterebbe a creare <strong>una banca territoriale</strong> con un suo consiglio d&#8217;amministrazione autonomo e una direzione staccata, raddoppiando nel frattempo i 200 sportelli già esistenti.</p>
<p>Ma al sud è necessaria una nuova banca (del mezzogiorno, del sud) o basterebbe che quelle che ci sono facessero realmente il loro mestiere invece di fare colonialismo finanziario?</p>
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		<title>Spesa pubblica alta, sviluppo basso</title>
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		<pubDate>Thu, 31 Dec 2009 02:40:32 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[288 sono le pagine del rapporto di ricerca pubblicato dalla Fondazione RES che ha coinvolto 343 (28%) delle 1200 aziende che si intendeva prendere in considerazione, sul totale di 390.000 aziende registrate presso le Camere di Commercio della Sicilia. La Fondazione è promossa da Banco di Sicilia e Unicredit ed è nata come Istituto di ricerca su economia [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-full wp-image-9487" title="RES" src="http://www.argo.catania.it/wp-content/uploads/2009/12/RES.jpg" alt="RES" width="140" height="96" />288 sono le pagine del <strong><a href="http://www.strumentires.com/images/_allegati/Rapporto%20Fondazione%20Res%202009.pdf" target="_blank">rapporto di ricerca</a></strong><strong> </strong>pubblicato dalla <strong><a href="http://www.resricerche.it/" target="_blank">Fondazion</a></strong><strong><a href="http://www.resricerche.it/" target="_blank">e RES</a></strong><a href="http://www.resricerche.it/" target="_blank"> </a>che ha coinvolto 343 (28%) delle 1200 aziende che si intendeva prendere in considerazione, sul totale di 390.000 aziende registrate presso le Camere di Commercio della Sicilia.</p>
<p>La Fondazione è promossa da<strong> Banco di Sicilia e Unicredit </strong>ed è nata come <span id="more-9464"></span>Istituto di ricerca su economia e società in Sicilia e con questa ricerca si poneva l’obiettivo di esaminare gli <strong>elementi che favoriscono l’innovazione</strong>, ma anche <strong>gli ostacoli e i vincoli</strong> che devono essere superati. Oltre alle interviste sono stati utilizzati numerosi dati statistici provenienti da altre fonti.</p>
<p>Non è altissimo il numero delle aziende che hanno aderito, né si può dire che siano rappresentative dell’intero universo imprenditoriale siciliano: rappresentano forse la quota più diligente, più sensibile al valore della ricerca.</p>
<p>Le <strong>imprese innovative in Sicilia</strong> si muovono prevalentemente in settori con ‘vantaggi competitivi naturali’, legati alle caratteristiche fisiche, ambientali e storico-artistiche ma anche alle tradizioni di saper fare formatesi da tempo (a volte da lungo tempo). Esse però si trovano a dover fronteggiare una quantità di ostacoli che rendono il loro operare particolarmente difficoltoso.</p>
<p>I <strong>settori principali</strong> sono agricoltura, industria alimentare, lavorazioni della pietra e ceramica, turismo. Queste sono le attività che meglio riescono ad intercettare una domanda in crescita con la globalizzazione.</p>
<p>Il primo dato interessante, e preoccupante, è quello relativo alla <strong>spesa pubblica</strong>: nell’ultimo quarantennio la Sicilia “<strong>non riduce il</strong> <strong>divario</strong> <strong>in termini di reddito pro capite</strong> con il Centro Nord, come altre regioni del Sud, ma vede addirittura peggiorare tale divario in termini di tasso di occupazione&#8230; Ciò avviene però in un periodo in cui la sola <strong>spesa della Regione Sicilia</strong> <strong>è aumentata</strong> in termini reali di quasi 5 volte (da poco meno di 4 miliardi di euro nel 1971 a oltre 19 nel 2008). Se poi consideriamo la spesa per consumi della Pubblica Amministrazione nel suo complesso, la Sicilia si pone al primo posto tra le regioni meridionali, con l’incremento maggiore negli ultimi trent’anni e con valori che hanno superato di oltre il 30% la media nazionale”.</p>
<p>Perché tutto questo? Perché vi è stata una netta “<strong>prevalenza delle spese correnti su quelle in conto capitale</strong>. Ciò determina una consistente <strong>carenza di investimenti pubblici</strong> e quindi una marcata <strong>sottodotazione di infrastrutture collettive</strong>, che ostacola a sua volta lo sviluppo industriale in settori aperti alla concorrenza di mercato. (…) [Si aggiunga a ciò la] particolare <strong>permeabilità del sistema politico alla pressione di interessi particolari</strong>, il cui soddisfacimento costituisce un meccanismo di costruzione del consenso largamente alternativo a quello basato sull’offerta di beni e servizi collettivi. (&#8230;) Ciò nel tempo ha finito per costituire un volano non trascurabile per la <strong>modernizzazione di forme di imprenditorialità criminale preesistenti</strong>”.</p>
<p>Ma, più in generale,<strong> l’intervento pubblico in Sicilia</strong>, da soluzione, è diventato il <strong>problema</strong>: esso ha tratto vantaggio dall’autonomia speciale per poter disporre di maggiori risorse, ma ha ostacolato la crescita del settore manifatturiero e dei servizi moderni legati al mercato perché l’uso di tali risorse:</p>
<p>- <strong>ha drenato lavoro e imprenditorialità</strong> verso l’impiego pubblico, e verso settori dipendenti dal pubblico come per esempio la sanità privata, ma anche verso settori come il commercio e le costruzioni, che non sono in grado di sostenere uno sviluppo autonomo;</p>
<p>- ha <strong>determinato una sottodotazione</strong>, anche in confronto al resto del Mezzogiorno, <strong>di infrastrutture</strong> materiali e immateriali;</p>
<p>- ha <strong>favorito una modernizzazione della criminalità</strong> organizzata che penalizza a sua volta le attività di mercato.</p>
<p>Altra criticità è la <strong>mancata connessione tra il mondo imprenditoriale e “il sistema universitario</strong> siciliano che ha un potenziale di ricerca per l’innovazione più elevato di quello delle altre regioni meridionali, ma una più bassa capacità di utilizzazione e trasferimento alle imprese delle nuove conoscenze acquisite&#8221;.</p>
<p>“La <strong>domanda di innovazione</strong> locale è peraltro ancora <strong>debole </strong>a causa della dimensione ridotta delle imprese, ad una loro specializzazione in settori produttivi che incorporano una tecnologia medio-bassa e, infine, ad una scarsa apertura ai mercati nazionali o internazionali”.</p>
<p>Finora <strong>l’intervento pubblico</strong> per promozione di ricerca e innovazione ha avuto un ruolo <strong>ambivalente</strong>: da un lato la quantità della spesa regionale appare consistente, dall’altro però i ritardi nell’attuazione dei programmi e la settorialità degli interventi evidenziano una scarsa coerenza tra impegni presi e azioni perseguite.</p>
<p>Il risultato reale è che la <strong>ricaduta</strong> degli investimenti per l’innovazione è stata in Sicilia <strong>inferiore</strong> a quella di altre regioni italiane e tale differenza è ulteriormente aggravata dalla vischiosità delle politiche pubbliche locali.</p>
<p>Curiosamente, fra gli ostacoli non emerge in maniera rilevante il <strong>peso attribuito alla</strong> <strong>criminalità</strong>: “Naturalmente, può aver influito una certa reticenza da parte degli intervistati ad affrontare questa questione, sicuramente delicata per molte aziende. Si può però anche ipotizzare che effettivamente molti titolari di imprese percepiscano il costo della criminalità come un aspetto più scontato del contesto, e peraltro non come un costo particolarmente oneroso per le aziende”</p>
<p>Per quanto riguarda le <strong>decisioni politiche</strong> appare dunque evidente che il sostegno pubblico all’innovazione  deve  <strong>migliorare la</strong> sua <strong>capacità di spesa</strong>: in primo luogo, mettendo prontamente al servizio dei beneficiari finali le ingenti risorse della programmazione comunitaria e nazionale, in secondo luogo, l’amministrazione regionale dovrebbe calarsi sempre più nel ruolo di assistenza tecnica alla progettazione e all’implementazione piuttosto che continuare a rappresentare un vincolo.</p>
<p>Quali sono le strade da percorrere nella direzione delle <strong>buone pratiche</strong>?</p>
<p>• Puntare su <strong>produzioni di beni e servizi di qualità</strong> per difendersi dalla concorrenza basata prevalentemente sui costi (in particolare del lavoro) dei paesi in via di sviluppo;</p>
<p>• <strong>aumentare le conoscenze</strong> da incorporare nel processo produttivo attraverso un costante sforzo di innovazione, rafforzando l’accesso alle risorse della ricerca universitaria;</p>
<p>• <strong>adeguare infrastrutture e servizi</strong> alle esigenze delle imprese;</p>
<p>• rendere la <strong>pubblica amministrazione più efficiente</strong>;</p>
<p>• creare <strong>condizioni di finanziamento più favorevoli</strong>;</p>
<p>• migliorare la <strong>qualificazione della manodopera</strong>;</p>
<p>• creare <strong>partenariati</strong> fra imprese ed enti pubblici non esclusivamente orientati all’ottenimento dei finanziamenti.</p>
<p>Leggi gli articoli apparsi su: <a rel="attachment wp-att-9469" href="http://www.argo.catania.it/2009/12/31/spesa-pubblica-alta-sviluppo-basso/res-gds/">Gazzetta_del_Sud</a>; <a rel="attachment wp-att-9470" href="http://www.argo.catania.it/2009/12/31/spesa-pubblica-alta-sviluppo-basso/res-sic/">La_Sicilia</a>; <a rel="attachment wp-att-9471" href="http://www.argo.catania.it/2009/12/31/spesa-pubblica-alta-sviluppo-basso/res-sole24/">Sole_24_Ore</a></p>
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