La frontiera - Alessandro LeograndeNell’ultimo capitolo de “La frontiera”, Alessandro Leogrande, scrittore sempre schierato dalla parte dei deboli, morto nel 2017 a soli quaranta anni, racconta di essere entrato nella chiesa di San Luigi dei francesi a Roma.

Ritrovatosi davanti ai dipinti di Caravaggio, scrive di essere rimasto a lungo incantato davanti al ‘Martirio di san Matteo’.

Delle sue riflessioni, delle domande che si pone a partire da questo quadro, riportiamo liberamente alcuni passaggi, particolarmente significativi in questa giornata dedicata ai migranti e ai rifugiati.

“In quella scena di cruda, assoluta, improvvisa violenza si affollano le nostre debolezze di fronte al mistero del male. Tra le pieghe dell’opera si cela l’enigma del non agire.

C’è un vecchio steso a terra, la barba grigia, i capelli stempiati, sembra essere scivolato pochi istanti prima. È Matteo. Ha una mano alzata verso l’alto, cerca di parare il colpo che sta per arrivare. Ma il polso, lo stesso polso che sostiene la mano aperta, è afferrato dalle dita del sicario.

Alessandro LeograndeÈ lui il fulcro del quadro. Il centro intorno al quale tutto ruota è l’ottuso carnefice, non la vittima. Quest’ultima è vestita. Lui invece è nudo, un lembo di stoffa copre i genitali. Fissa negli occhi Matteo: con una mano blocca il suo polso, con l’altra impugna la spada.

La scena è affollata di gente che si ritrae dalla mano del boia. Chi scappa, chi urla, chi inciampa nella fuga, chi alza a sua volta le mani. Nessuno compie il movimento contrario, né tanto meno prova a fermare la spada.

Nell’intreccio di sguardi che tiene insieme il quadro, ci sono innazi tutto gli occhi della vittima e del carnefice, incrociati tra loro e immensamente diversi. E in secondo luogo quelli di ripulsa, panico, indifferenza inebetita di tutti gli astanti.

Ma poi ci sono gli occhi di un uomo con la barba. Quell’uomo, come dicono tutti i testi critici sul dipinto, è Caravaggio.

Eppure, più che un’immagine di sé da consgnare ai posteri, nella penombra della chiesa rotta dai faretti, quella porzione di tela mi sembra un manifesto. Una riflessione incandescente sulla violenza del mondo, e sul rapporto che instaura con essa chi la osserva.

C’è un dolore misto a commiserazione nel suo sguardo: un’infinita tristezza. A differenza degli altri spettatori Caravaggio non fugge, guarda la vittima perché non può fare altro che stare dalla sua parte e vedere come va a finire ciò che si sta per compiere.

Ha già intuito tutto ma non interviene. Sa di non poter intervenire. La sua commiserazione è ancora più dolorosa perché totalmente impotente.

Dipingendo il proprio sguardo, Caravaggio definisce l’unico modo di poter guardare l’orrore del mondo. Dentro la tela, manifestamente accanto alle cose, non fuori con il pennello in mano.

Ora mi chiedo se lo sguardo di Caravaggio non sia anche il nostro sguardo nei confronti dei naufraghi, dei viaggi dei migranti e soprattutto della violenza politica o economica che li genera

Nella migliore delle ipotesi, ovviamnete. Quando cioè quello sguardo non è inquinato dall’apatia, dall’indifferenza, dallo stesso fastidio per l’oscenità della morte. Quando quello sguardo non è già, fin dall’inizio, connivente con la lama dell’aguzzino.

Non appena osserviamo il mondo con gli stessi occhi di Caravaggio, esso si rivela come un universo di violenza ferina. Tutta via non è la violenza a sgomentarci. Ma il fatto che, anche quando comprendiamo pienamente le sue leggi, non riusciamo ad arrestarle.

Si può ridurre il male? E’ possibile risolvere le cause che generano la fuga in massa di interi popoli? Riusciamo a dare a quelle cause il nome di stermini silenziosi? E, soprattutto, riusciamo a capire che i viaggi vengono dopo tutto questo?

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