Luciano Nigro (infettivologo, Università di Catania), attualmente impegnato in un progetto di cooperazione in Angola, riflette sulla pandemia e sullo “stato di salute” del nostro sistema sanitario.

Chiedo scusa a chi leggerà questo articolo se, prima di affrontare l’epidemia Covid-19, trovo necessario accennare, in generale, alla prevenzione e alla cura delle malattie.

Le malattie si distinguono in curabili o incurabili e molte malattie possono essere prevenute. Cosa significa curare e cosa significa fare prevenzione?

La cura inizia dopo la diagnosi della patologia; la persona ammalata può essere curata a casa, ma se lo stadio della malattia è avanzato o la malattia è grave si viene curati in ospedale.

Fare prevenzione vuol dire eliminare o ridurre il più possibile tutti i fattori che possono contribuire all’insorgere di determinate malattie, significa quindi incidere sui fattori di rischio. (Prevenzione delle Malattie rare, Istituto Superiore di Sanità; Cosa Significa Fare Prevenzione, Gruppo Ospedaliero Italiano).

Ci sono fattori di rischio sui quali si può intervenire poco come le malattie genetiche e, in un certo qual modo, le malattie legate all’età (patologie degenerative di tipo vascolare. cardio e cerebro-vascolari). I fattori di rischio modificabili si riferiscono a malattie legate a fattori socio-economici, alla qualità della vita, all’ambiente, al tipo di lavoro, allo stile di vita. Su tutti ha rilevante importanza l’azione dei servizi sanitari.

Tre livelli di prevenzione

La prevenzione primaria interviene sul soggetto sano e si propone di mantenerlo in condizioni di benessere. Essa riduce l’incidenza di una patologia, tenendo sotto controllo i fattori di rischio e aumentando la resistenza individuale a tali fattori, mira a prevenire l’insorgenza della malattia o ad attenuarne la gravità. Uno degli strumenti principali di prevenzione primaria è costituito dalle campagne di vaccinazione contro specifici agenti infettivi, ma anche dalle campagne di promozione di un corretto stile di alimentazione e di vita

Si tratta di un insieme di attività che, attraverso il potenziamento dei fattori utili alla salute e l’allontanamento o la correzione dei fattori causali delle malattie, tende al conseguimento di uno stato di completo benessere fisico, psichico e sociale dei singoli e della collettività o quanto meno ad evitare l’insorgenza di condizioni morbose.

La prevenzione secondaria ha lo scopo di individuare una patologia in uno stadio molto precoce in modo che sia possibile trattarla in maniera efficace. Coincide quindi con le misure di diagnosi precoce e con i programmi di prevenzione, ad esempio: tumore del seno, tumore del collo dell’utero, tumore del colon-retto. L’importanza degli screening sta nella possibilità di individuare gli stadi iniziali di una malattia anche in persone che non presentano sintomi evidenti.

La prevenzione terziaria ha lo scopo di prevenire le cosiddette recidive (o ricadute) e gestire la riabilitazione e il reinserimento del malato, così come il controllo clinico-terapeutico di malattie ad andamento cronico o irreversibili.

La prevenzione terziaria, fa riferimento a tutte le azioni volte al controllo e contenimento degli esiti più complessi di una patologia ed ha come obiettivo quello di evitare o comunque limitare la comparsa sia di complicazioni tardive che di esiti invalidanti.

Dagli anni Ottanta, alle tre tradizionali modalità di prevenzione si è aggiunta la strategia di riduzione del danno, che si riferisce a politiche, programmi e pratiche che mirano a ridurre al minimo l’impatto negativo che uno stile di vita o un problema sociale può indurre sia sulla salute e sulla vita sociale, sia sulla storia legale di una persona.

La riduzione del danno, nata come risposta all’uso problematico di sostanze, negli ultimi anni è stata applicata con successo nei programmi di educazione alla salute sessuale (per ridurre sia le gravidanze in adolescenti che le malattie a trasmissione sessuale, compresa l’HIV), nei programmi per la riduzione del consumo rischioso di alcol.

Con il termine prevenzione intendiamo, quindi, un insieme di attività, azioni ed interventi attuati sul territorio con il fine prioritario di promuovere e conservare lo stato di salute ed evitare l’insorgenza di malattie.

Di fronte alla pandemia

Coronavirus Durante e alla fine del primo picco dell’epidemia Covid-19, tutti gli esponenti politici e culturali di questo paese hanno concordemente dichiarato che:

il Sistema Sanitario Nazionale è stato smantellato a favore del Servizio Sanitario Privato; i posti letto delle unità di rianimazione e delle terapie intensive sono insufficienti a gestire le emergenze;

il Sistema Sanitario Territoriale è stato smantellato; i medici di base lavorano isolati e non hanno risorse; il Servizio Sanitario Privato non ha, se non in minima parte, contribuito a fronteggiare l’epidemia; non esistono piani per affrontare le epidemie; a settembre avremo un secondo picco e saremo preparati (sic!); non siamo stati in grado di proteggere le fasce deboli (anziani, persone con patologie croniche, etc.).

Ma soprattutto, tutti dicevano, dichiaravano, urlavano, che si era fatto il possibile di fronte a una patologia nuova.

Il possibile è stato: aumentare posti letto in rianimazione, proclamare articolati lockdown, il “distanziamento sociale”, chiudere scuole e università, uso di mascherine, lavare e disinfettare le mani. Soprattutto creare “reparti Covid-19” e, di fatto, chiudere gli ospedali alla diagnosi e alla cura delle malattie croniche, mantenendo gli ospedali aperti, dopo tampone per la diagnosi del Covid-19 negativo, alle emergenze e ai parti.

A luglio la curva dell’epidemia comincia a scendere e cosa avviene: vengono chiusi progressivamente i “reparti Covid-19”, mantenendone uno per provincia, vengono attivate navi per la quarantena per migranti (la quarantena sulle navi è stata abolita al tempo dei pirati) e poi…e poi niente. Si continua a ripetere che arriverà un nuovo picco e si comincia a sperare nella scoperta di un vaccino salvifico.

Però si continua a insistere sul distanziamento sociale, sul lavoro in remoto, su mascherine, generando molta confusione. Mezzi pubblici si, feste private no; manifestazioni sportive si, discoteche no; test rapidi (boh?) e tamponi dove e come e quando si fanno; quarantena 14 giorni no sette, e via di seguito.

Alcune proposte

Tornando seri. Abbiamo capito che possono insorgere nuove epidemie e dobbiamo essere preparati a prevenirle e ad affrontare l’aumento dei ricoveri.

Il modello di intervento che dovremmo assumere per affrontare momenti di assistenza sanitaria emergenziale e per avere un servizio di prevenzione territoriale efficace dovrebbe

riaffermare il ruolo del Sistema Sanitario Nazionale, riaffermare il concetto di salute gratuita per tutti e porre fine alla commistione fra Sanità Pubblica e Sanità Privata.

Affrontare un aumento non previsto di malati che necessitano di ricovero significa:

  • avere sempre una buona percentuale di posti liberi in rianimazione (epidemie, terremoti, etc.);
  • aumentare i reparti di terapia intensiva;
  • creare reparti dove oltre allo specialista principalmente necessario (ortopedici e chirurghi in caso di terremoto, infettivologi in caso di epidemia, etc) ci sia una équipe multidisciplinare;
  • creare percorsi differenziati per l’accesso in ospedale;
  • fornire il personale sanitario e le persone ricoverate di adeguati e sufficienti presidi di prevenzione;
  • essere dotati di personale medico, infermieristico, tecnico, socio-psicologico e ausiliario sufficiente (eliminazione del numero chiuso);
  • incentivare la formazione;
  • non si deve assolutamente ridurre o rendere difficile l’accesso in ospedale alle persone.

Implementare, sul territorio, la prevenzione delle malattie significa:

  • incentivare il lavoro di gruppo dei medici di base;
  • collegare i medici di base con le altre strutture del territorio (ospedali, ambulatori specialistici);
  • ri-assumere i medici scolastici e i medici del lavoro;
  • adeguare ai bisogni reali l’assistenza domiciliare (al momento copre il 18% del fabbisogno), quindi assumere medici, infermieri, psicologi, fisioterapisti, tecnici e personale ausiliario;
  • disporre di tamponi sufficienti a testare tutte le persone sintomatiche e i contatti nel più breve tempo possibile per osservarle e trattarle precocemente;
  • adottare misure per proteggere le persone vulnerabili e adeguare le strutture per anziani, per diversamente abili, etc. alle norme (posti letto adeguati alla superficie della struttura e personale sanitario adeguato al numero di persone accolte);
  • eliminare il numero chiuso;
  • incentivare la formazione;
  • adeguare, in termini di edilizia, costantemente le scuole, le università, gli ospedali alle esigenze della prevenzione;
  • fornire il personale sanitario e le persone di adeguati e sufficienti presidi di prevenzione.

Purtroppo, concordo con Marco Buscetta che ha scritto sul Manifesto, “il modello che sta prendendo piede, non solo in Italia è quello fondato su una contrapposizione tra le attività produttive disciplinate (da mantenere attive ad ogni costo e con qualunque rischio) e le inclinazioni relazionali autonome, l’esercizio di libertà individuali (spesso più prudenti e responsabili dei criteri adottati dai capitani d’industria nelle loro fabbriche) da reprimere e sanzionare”.

Spetta allora a noi tutti e a una seria e approfondita critica politica il compito di intervenire per impedire che l’ordine economico passi, ancora una volta indenne, attraverso una tempesta, reale o fittizia poco importa, che potrebbe travolgere la vita di tutti.

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