A raccontare una città dominata dall’intreccio di imprenditoria, politica e criminalità organizzata, saldate insieme dal monoplio mediatico dell’editore Mario Ciancio Sanfilippo, è Antonio Fisichella nel suo “Una città in pugno. Informazione, affari, politica e mafia: Catania al tempo di Mario Ciancio. Una storia italiana”, edito da Mesogea.

Lavorando sui documenti con metodo scientifico l’autore ricostrusice – e narra con fluidità letteraria – la storia della città dagli anni sessanta ad oggi, delineando anche un modello che interessa la “storia delle classi dirigenti italiane e delle tante, inconfessabili relazioni che hanno stretto con le mafie e la politica”.

Nella prima fase dell’arco di tempo (1967-20202) preso in considerazione, cioè dall’anno in cui Ciancio diventa direttore del quotidiano ereditato dallo zio materno fino agli anni Ottanta, a cogestire la città è un vero e proprio blocco di potere “politico, affaristico, criminale”, a cui l’editore offre il supporto essenziale del suo giornale e degli altri mezzi di informazione che via via aggiunge al suo impero mediatico.

Un sistema denunciato solo da poche voci critiche (a partire dal presidente del Tribunale per i Minorenni Giambattista Scidà) e tenuto in vita dai silenzi e dalle complicità del mondo delle professioni, dell’Università, della Magistratura, dei partiti di opposizione, divisi al proprio interno.

Dopo lo sfaldamento del vecchio sistema di potere e la fine dell’egemonia democristiana, non essendoci più un partito stabilmente dominante nè la prospettiva di una nuova continuativa alleanza tra ceti dirigenti, Ciancio scende direttamente in campo per curare i propri interessi, rinuncia alla riservatezza e al ruolo defilato che lo avevano in precedenza caratterizzato. Si allea con il vincente di turno, che sostiene con i propri media, ma diventa in prima persona protagonista di importanti iniziative economiche.

Tra queste due fasi della storia di Ciancio, che è anche storia di Catania e della sua borghesia imprenditoriale, c’è tuttavia un elemento di continuità.

E’ il carattere “malato” di una imprenditoria che si sviluppa a partire da una concezione parassitaria dell’economia e da una visione predatoria della cosa pubblica, che è poi la stessa visione della mafia.

Ecco perché Fisichella parla di “contraddittoria modernizzazione, fondata sulla sistematica negazione di regole comuni, priva di una radicata etica pubblica, incardinata intorno alla rendita e alla speculazione”.

Soprattutto con la mancata approvazione del nuovo Piano Regolatore, al tempo della seconda Giunta Bianco, si riapre la partita della speculazione sui suoli con il ricorso alle varianti che permettono a chi può di realizzare operazioni speculative che non tengono in alcun conto gli interessi generali della città.

Ciancio ottiene la modifica della destinazione d’uso dei propri terreni agricoli, ne decuplica il valore e porta avanti progetti come i grandi poli commerciali Porte di Catania e Sicilia Outlet Village o il Piano Urbansitico Attuativo nell’area sud della città, con enormi vantaggi economici e la possibilità di controllare anche appalti e subappalti ad imprese mafiose.

Quali siano i vantaggi che Ciancio ha procurato alla mafia lo stabilirà il processo a suo carico sull’appoggio esterno all’associazione mafiosa, ancora in corso, ma è certo che, almeno fino a metà degli anni Ottanta, a Catania – grazie anche ai suoi mezzi di informazione – si negava l’esistenza della mafia, in nome di una presunta vocazione commerciale e imprenditoriale che rendeva la città diversa da Palermo e dall’arretrato mondo del latifondo presente nella parte occidentale dell’isola.

Eppure a Catania erano frequenti i morti ammmazzati nelle strade, venivano uccisi servitori dello Stato, come i carabinieri coinvolti nella strage di San Gregorio, e di mafia catanese parlò esplicitamente il generale Dalla Chiesa nell’intervista rilasciata a Giorgio Bocca poco prima di essere ucciso. Ne parlava, con un esplicito collegamento alle imprese edili dei Cavalieri, anche il reportage di Joe Marrazzo, di cui si discusse molto a livello nazionale ma che venne oscurato a lungo dal giornale locale.

Salvo poi citarlo in modo edulcorato o con toni indignati per l’offesa fatta al buon nome della città, in difesa del quale Ciancio – come ricorda Fisichella – si farà promotore di un apposito Comitato,

Sarà Pippo Fava a operare il “disvelamento”, a rompere il silenzio, prima con la direzione del Giornale del Sud e poi soprattutto con I Siciliani, fino al suo assassinio, nel gennaio 1984.

Fava non parlava solo di mafia, parlava dell’utilizzo dei fondi pubblici, dell’assegnazione degli appalti, dei rapporti tra imprese, banche e politica, delle grandi operazioni speculative che erano – come scrive Fisichella – “saldamente nelle mani delle élite cittadine”, perché “sono le classi dirigenti a connettere a sé il mondo mafioso e non il contrario”, come ormai le inchieste giudiziarie confermano.

L’assassinio di Fava segna una frattuta nella storia della città ed il “corpo di Fava” diventa, secondo Fisichella, il luogo simbolico a partire dal quale la città comincia a rileggere la propria storia, superando i depistaggi, le denigrazioni, le manovre con cui La Sicilia provò ad ostacolare la ricerca della verità su questo omicidio.

Il libro di Fisichella esce in un momento particolare, con il processo a Ciancio ancora in corso. Ma la riflessione che questo volume propone alla città è qualcosa di più ampio e radicale della responsabilità penale che potrebbe essere eventualmente riconosciuta dalla sentenza.

Questo libro, come ha detto Isaia Sales, che ne ha scritto la prefazione, rappresenta innanzi tutto un risarcimento per chi ha lottato per anni senza vedere il frutto del suo impegno: singoli ed associazioni, silenziati e talora anche ammoniti, che hanno cercato invano di scalfire questo blocco di potere. Ed è molto significativo che siano state alcune di queste associazioni (Libera, Memoria e Futuro, UDI Catania, CittàInsieme, Fondazione Giuseppe Fava, Generazioni Future Sicilia, Comitato Popolare Antico Corso) ad organizzare a Catania la presentazione del libro di Fisichella.

Ma è anche un’esortazione all’impegno, quella espressa da Adriana Laudani dell’associazione Memoria e Futuro, che ha patrocinato questo libro, quando – a conclusione della presentazione – ha invitato la Catania delle persone per bene a “tornare ad esserci”, a riprendere un ruolo di protagonista, per affermare una idea alternativa di sviluppo della città.

Un invito impegnativo a cui anche noi cercheremo di rispondere, come già facciamo con molte nostre indagini, perché nella Catania di ieri si può riconoscere un modello affaristico e predatorio ancora pienamente operante, nei confronti del quale sarebbe colpevole, oltre che ingiustificato, continuare a tacere.

E’ possibile ascoltare la registrazione della presentazione sul sito di Radio Radicale

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