Lo chiamiamo deserto del Sahara, ma è come se dicessimo Deserto del Deserto, perché in arabo Sahara sta per deserto. Come denominare allora quei 270mila km quadrati che ospitano mezzo milione di abitanti?

Si pone la domanda, e ce ne spiega la complessità Mustafa Abdelkarim, giornalista sudanese di 28 anni che vive da tempo a Catania, in un articolo, “La questione del Sahara e le implicazioni geopolitiche” pubblicato su Notizie Geopolitiche.

Il nome da dare a questa enorme estensione di terreno è infatti determinato dagli interessi e dalle posizioni politiche che vi ruotano attorno e che, nell’era contemporanea, nascono all’indomani del 1975, anno in cui la Spagna “decise, per motivi ancora sconosciuti del tutto, di porre fine all’occupazione del deserto”, dopo aver invitato Marocco e Mauritania ad occuparsene.

Non a caso il Marocco chiama il Sahara Occidentale “Regione Meridionale” e lo considera parte del proprio territorio.

Creare una repubblica indipendente è, invece, l’obiettivo della popolazione che lo abita, rappresentata dal Fronte Polisario, acronimo per Fruente Popular de la Liberciònde Sagua-El Hamra y Rio de Oro, che già lottava per ottenere l’indipendenza dalla Spagna.

Uscita di scena quest’ultima, la Mauritania ritirò le sue pretese e firmò un accordo di pace con il Fronte Polisario, mentre le ambizioni egemoniche del Marocco hanno portato ad un conflitto armato, durato più di 16 anni.

“In questi anni il Marocco – scrive Mustafa – ha occupato l’80% delle città nella zona e ha costruito un muro che separa il 20% del territorio restante al Fronte Polisario, che nel frattempo si è fatto appoggiare da diversi paesi vicini tra cui, la più importante, l’Algeria. E tornando alle denominazioni di prima, l’Algeria e il Fronte Polisario si riferiscono a quel 20% come al ‘Territorio Liberato’, mentre l’80% resta un ‘Territorio occupato illegittimamente dal Marocco’”.

Quanto al muro, lungo più di 2.720 km, è fortificato e costeggiato, in modo continuativo, da campi minati. E’ il più lungo al mondo dopo la muraglia cinese e permette al Marocco di mantenere il controllo del territorio economicamente più ricco dell’area.

Nel 1991, con la caduta dell’Unione Sovietica, che appoggiava Algeria e Fronte Polisario, il conflitto armato cessò e tra Marocco e Fronte Polisario fu firmato un accordo che prevedeva un cessate il fuoco, rispettato da tutte le parti fino a 3 settimane fa, e un referendum che permettesse agli abitanti del deserto di decidere “se fondersi con il Marocco” o dar vita a una repubblica indipendente.
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Questo referendum, previsto per il 1992, non è mai stato fatto e non è detto che si faccia, anche perché resta irrisolto il problema di chi debba parteciparvi.

Agli abitanti censiti dalla Spagna (74 mila) prima del 1975, il Marocco vorrebbe aggiungere quelli (più di 120 mila) che si sono rifugiati in passato dentro i propri confini ma che ormai non manifestano intenzione di tornare a vivere nel deserto. Che diritto avrebbero a decidere la sorte degli abitanti del deserto? chiede il Fronte. Anche perché molti altri abitanti del desero erano andati a vivere in Algeria, ma questi non sarebbero accettati come votanti dal Marocco.

Una situazione complicata non facilmente gestibile neanche dalle missioni delle Nazioni Unite incaricate di monitorare il referendum.

Considerata chiusa la pagina del referendum, il Marocco ha offerto al Fronte Polisario la possibilità di divenire regione autonoma del Marocco, ma il Fronte insiste sul referendum. Anche l’Unione l’Europea e le Nazioni Unite credono ancora nell’accordo del 1991 e lo considerano l’unica via d’uscita dal conflitto, sebbene Francia e USA (membri permanenti del consiglio di Sicurezza dell’ONU) ritengano superata la proposta di una repubblica indipendente, obiettivo a cui il Fronte non rinuncia, appoggiato da altri paesi, africani e non, come Libia, Sud Africa, Nigeria, India, Cuba.

Anche una organizzazione come l’Unione Africana riconosce la Repubblica Sahrawi tra i suoi 55 membri. La situazione, quindi, è estremamente complicata.

Lo scorso 13 novembre il Fronte Polisario ha tentato di chiudere il valico di Karkarat, che collega Marocco e Mauritania ed è un passaggio importante anche per le merci. L’intervento dell’esercito marocchino è stato considerato dal Fronte Polisario una violazione degli accordi del 1991 che può portare ad un ritorno della lotta armata.

In questa situazione così difficile, nell’ultimo anno, ben 16 stati hanno deciso di aprire consolati in varie città della zona, sebbene non vi siano propri cittadini da tutelare o servire.

I più importanti di questi paesi sono gli Emirati Arabi Uniti, che – riconoscendo di fatto al Marocco la sovranità – hanno aperto il consolato proprio ad Aloyoun, la città che il Fronte Polisario vorrebbe proclamare capitale.

C’è anche Israele, con cui però il Marocco ha più difficoltà a normalizzare i rapporti da quando Trump ha preferito avviare una normalizzazione con gli Emirati, nonostante proprio il Marocco fosse, tra i paesi islamo-arabi, il più vicino ad Israele.

Molti elementi inducono comunque a ritenere che i grandi del mondo presto riconosceranno al Marocco la sovranità nel grande deserto.

L’analisi di Mustafa si conclude con una domanda che ci riguarda da vicino: “il Fronte Polisario, affiancato dall’Algeria, si spingerà verso la lotta armata causando una moltitudine di profughi non solo verso il Marocco o l’Algeria, ma soprattutto verso Spagna e Italia? Staremo a vedere.”

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