Ieri, quasi alla fine delle “vacanze di Natale”, il governo ha posticipato il ritorno in classe degli allievi più grandi, quelli della scuola secondaria di secondo grado. Riproponendo un’organizzazione dello studio per fasce di età. I più piccoli (dalla materna alla cosiddetta scuola media) regolarmente in classe, gli altri ancora a distanza e poi in presenza al 50%.

Se nella prima fase della pandemia era, forse, inevitabile che prevalessero caos e difficoltà e si procedesse per tentativi, non è facilmente comprensibile quanto sta accadendo ora, in particolare per quanto riguarda la scuola.

Eppure, in tutte le province erano stati attivati tavoli di coordinamento, presieduti dai Prefetti, con la partecipazione di esponenti degli uffici scolastici periferici, degli amministratori locali e dei rappresentanti delle aziende del trasporto pubblico locale “per la definizione del più idoneo raccordo tra gli orari di inizio e termine delle attività didattiche e gli orari dei servizi di trasporto pubblico locale, urbano e extraurbano, in funzione della disponibilità di mezzi di trasporto a tal fine utilizzabili, volto ad agevolare la frequenza scolastica anche in considerazione del carico derivante dal rientro in classe di tutti gli studenti delle scuole secondarie di secondo grado”.

Tavoli che avrebbero dovuto evitare che il maggiore affollamento dei mezzi di trasporto in seguito al rientro a scuola dei più grandi contribuisse al diffondersi della pandemia.

Nella provincia di Catania il Tavolo ha stimato che ogni giorno circa 24.000 (su oltre 55.000) studenti utilizzano i mezzi pubblici per recarsi a scuola ed ha individuato come soluzione un ampliamento delle corse e una rimodulazione/scaglionamento degli orari di ingresso e di uscita.

In sostanza, disponendo due ingressi, a distanza di un’ora l’uno dall’altro, l’affollamento avrebbe riguardato 12.000 studenti, se, però, aggiungiamo che la didattica in presenza nel “secondo grado” è stata prevista a livello nazionale solo per il 50% degli studenti, stiamo ragionando, nella nostra provincia, sullo spostamento contemporaneo di 6.000 ragazzi, una parte (circa la metà) all’interno e verso il capoluogo, altri nella zona acese e ionica, in quella pedemontana e nel calatino.

Di fronte a questi numeri non può, a nostro avviso, esserci nessuna comprensione/condivisione rispetto alle decisioni prese, che denotano una totale sottovalutazione dei danni prodotti da così tanti mesi di funzionamento, per usare un eufemismo, irregolare della scuola, sia rispetto alla crescita dei ragazzi, che al futuro dell’intera comunità.

Un Paese che non è in grado di organizzare il trasporto pubblico e, anche per questo motivo, nega il diritto all’istruzione rovescia una scala di priorità che dovrebbe essere condivisa da tutti. Non è una novità.

Dopo il primo lockdown da più parti si erano indicate le misure necessarie per riaprire la scuola, tutta la scuola, in condizioni di sicurezza, ovviamente non assoluta, non essendo possibile il rischio zero.

Durante il periodo estivo, invece di riaprire le discoteche, si sarebbe dovuto lavorare per diminuire il numero di alunni per classe, assumere nuovo personale (docenti e ATA), reperire nuovi locali, per esempio ristrutturando i tanti edifici pubblici inutilizzati, potenziare il sistema dei trasporti. E anche le scuole, dal conto loro, avrebbero dovuto riorganizzare lavoro e ambienti.

L’idea, per esempio, degli ingressi scaglionati avrebbe potuto essere praticata ovunque, senza bisogno che un Tavolo dovesse specificamente indicarla. Peccato che nel capoluogo etneo sia stata realizzata solo in 3 Istituti, su 22!

In questo contesto, non stupisce la confusione presente. Vi sono in giro petizioni che chiedono la non riapertura della scuola di secondo grado e la prosecuzione della didattica a distanza, il cui fallimento è stato, peraltro, certificato dallo stesso Ministero nel momento in cui, per la prima volta, ha organizzato nello scorso mese di settembre corsi specifici per recuperare i programmi non svolti.

E’ una posizione poco comprensibile, perché se si individua un pericolo assoluto, non si vede per quale motivo questo pericolo non debba riguardare anche lavoratori e studenti di tutti gli altri ordini di scuola.

Di più, è una posizione che sembra prendere atto cinicamente della realtà. Se, infatti, restassero a casa i più piccoli, dovrebbero essere chiuse buona parte delle attività ritenute “più essenziali” della scuola, quelle in cui lavorano i genitori.

Tra scelte sbagliate del governo, realpolitik degna di miglior causa e attenzione al “proprio particulare” il rischio, non è retorico affermarlo, è quello di giocarci, senza rendercene conto, un pezzo del nostro futuro.

Eppure non è scritto da nessuna parte che si debba contrapporre il diritto alla salute con quello allo studio, che non si possa andare a scuola in sicurezza e che sia troppo tardi per cambiare le cose. Al contrario, ridare spazio al dialogo educativo potrebbe contribuire, stimolando comportamenti corretti, ad affrontare meglio la pandemia.

Ma, forse, il nostro è un Paese stanco e noi tutti preferiamo mettere la testa sotto la sabbia e rinunciare a interpretare criticamente il nostro presente.

Leggi il Documento operativo della Prefettura di Catania sulla riapertura delle scuole (23 dicembre 2020)

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4 Responses to “Contrordine su riapertura scuole: a rischio il nostro futuro?”

  1. Mi spiace ma l’impostazione del ragionamento to non è d’aiuto nella ricerca di soluzioni concrete ed efficaci che alla fine è il vero problema.

  2. Nino De Cristofaro
    January 6th, 2021 at 22:16

    Zina Bianca, 15 alunni per classe, conseguente assunzione di personale, ristrutturazione degli spazi, potenziamento dei trasporti, scaglionamento di ingressi e uscite non credi che siano tutte soluzioni concrete? Sono state indicate con assemblee, convegni, manifestazioni pubbliche (a Catania, come a Roma) a partire da metà marzo 2020. Inoltre, nelle singole scuole oltre alla segnaletica, ai gel e alle mascherine si sarebbero potuti/dovuti collocare i termoscanner e gli apparecchi di sanificazione. Il problema, perciò, non deriva dalla mancanza di proposte, ma da scelte sbagliate di questo governo (e di tanti altri in precedenza, ricordiamo gli 8 miliardi di euro “tagliati” dalla Gelmini). Se la scuola rimane in fondo alle priorità, non ne usciremo, per questo occorre fare di tutto per riaprire in sicurezza. Altrimenti, saremo costretti a vivere in un Paese nel quale prevale l’idea che “con la cultura non si mangia”. E questo, ovviamente, non lo vogliamo.

  3. Nino, non mi riferivo ai provvedimenti che tu ben elenchi e che sarebbero stati necessari, importanti da assumere già da tempo. Faccio riferimento al fatto che in questo momento non si puà non avere una visione sistemica del problema, poiche, dolorosamente, non è soltanto la scuola la priorità come realtà a se stante…Ritengo per esempio che se le famiglie non saranno aiutate economicamente in assenza di lavoro,; se il lavoro non verrà agevolato ( penso ai tantissimi che hanno lavori precari, a giornata…, e il tasso di povertà dovesse aumentare ancora di più, progressivamente, non ci sarà “scuola” che potrà ovviare le conseguenze. In questo momento abbiamo bisogno che tutte le intelligenze, – anche tu così tanto impegnato da tempo per il bene della società – mettano da parte la visione parziale, per trovare soluzioni di insieme che tutelino la vita da tutti i punti di vista.

  4. Nino De Cristofaro
    January 6th, 2021 at 22:40

    Penso che siamo d’accordo. Non vedo nessuna contrapposizione tra “spese sociali” e spese per l’istruzione. Salute, Lavoro e Scuola dovrebbero “attirare” la stragrande maggioranza delle risorse disponibili. Purtroppo sinora non è stato così, altri settori inutili (o addirittura dannosi) continuano a essere immotivatamente, e lautamente. foraggiati. E se non imponiamo una svolta il futuro rischia di essere veramente complicato.

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