E’ ancora in corso, presso il tribunale di Catania, il processo a Mario Ciancio Sanfilippo, editore del quotidiano La Sicilia, accusato di concorso esterno all’associazione mafiosa. Un processo che si protrae da tre anni e di cui si parla poco e niente. Eppure, a partire dagli anni sessanta, la storia di Ciancio coincide in buona parte con la storia di Catania, dominata da un blocco di potere, imprenditoriale, politico e mafioso, tenuto insieme proprio dal monopolio mediatico del nostro editore.

Antonio Fisichella, che ha raccontato questo sistema ne “Una città in pugno, ci ricorda oggi quanto sia importante aprire un “confronto aperto, limpido e trasparente” sulla vicenda Ciancio e sul caso Catania.

E’ quindi essenziale che i cittadini vengano, innanzi tutto, informati di quello che viene discusso in quell’aula giudiziaria, a partire da una ricostruzione approfondita e documentata delle udienze del processo.

Finora sono state celebrate tredici udienze, una ogni sessanta giorni. Non proprio un record. Un dibattimento lentissimo, dimenticato dalla stampa nazionale che scivola via avvolto da un silenzio tombale.

Eppure quello a carico di Ciancio non è un processo qualsiasi. Per la prima volta a rispondere di eventuali rapporti con la mafia è chiamato uno dei più potenti editori italiani, già presidente della Federazione nazionale degli editori e vice presidente dell’Ansa, monopolista dell’informazione in una delle più grandi aree metropolitane del paese, patron di una larga fetta del mercato editoriale dell’intero Mezzogiorno.

Ciancio insomma non è un ricco e isolato editore di provincia ma un esponente di spicco delle classi dirigenti italiane. In qualsiasi parte del mondo la notizia di un simile processo farebbe il giro delle redazioni, sarebbe impaginata nei titoli di testa, commenti si sarebbero succeduti ad approfondimenti di ogni sorta. Qui invece non c’è nemmeno una notizia in cronaca. E’ un insieme di elementi a generare un persistente far finta di niente e il penoso girare la testa da un’altra parte.

In primo luogo pesa, ancor oggi, la forza di Ciancio, le sue storiche relazioni nel mondo della stampa. Opera anche l’eredità di un osceno monopolio informativo che ha fatto di Catania una città invisibile. L’ha trasformata in una enorme enclave, tagliata fuori dal mondo esterno, isolata dal contesto nazionale, lontana dalle rotte di giornali e tv, oppressa dal silenzio dei suoi intellettuali. Una città condannata a vivere come dentro ad un fossato, dietro ad un impenetrabile muro che la presenza di due o tre testate web è ben lungi dallo scalfire.

Inoltre c’è più di qualche imbarazzo nel giornalismo italiano a fare i conti con una vicenda come quella di Ciancio che si è sviluppata, non in periferia, né tantomeno al di fuori degli equilibri dell’editoria nazionale, ma nel cuore della stampa italiana.

Un ruolo non secondario svolgono routine giornalistiche semplificate che nei fatti di mafia sono alla ricerca di grandi capi, primule rosse, delitti eccellenti e stragi. Incapaci di illuminare i “normali rapporti” tra “mondo di sopra” e “mondo di sotto”, tra colletti bianchi, classi dirigenti e cosa nostra che il moderno e avanzato mondo degli affari, e in particolare quello della rendita e della speculazione finanziarie, comportano e producono.

Occorre uno scatto. È necessario che l’opinione pubblica sappia ciò che sta avvenendo in quell’aula giudiziaria. Non può ripetersi l’implacabile silenzio che ha avvolto il processo Fava, il primo maxi processo catanese che ha declinato le connivenze, i silenzi e le responsabilità delle classi dirigenti con Cosa nostra. Più la verità emergeva più La Sicilia stendeva una coltre di silenzio. Fino a confinare con 20 righe (venti) in cronaca la notizia della sentenza definitiva della Cassazione che condannava gli assassini di Fava e, con essi, il contesto politico-affaristico mafioso che lo determinò.

Non può succedere ancora. L’opinione pubblica e i cittadini devono sapere che oggi nel processo Ciancio non scorre solo la vita di un discusso editore ma la vita di un’intera città. Quel processo è una straordinaria radiografia del potere, del convergere di interessi speculativi, finanziari e mafiosi, benedetti dalla politica che hanno colpito, svuotato e sfinito un’intera comunità. L’opinione pubblica non può essere chiamata a registrare l’esito di un processo, qualunque esso sia. Non può attendere una sentenza di innocenza o colpevolezza per applaudire o deprecare.

Per fare questo è necessario rompere il muro di silenzio che avvolge il processo Ciancio. Certo, il processo è chiamato a stabilire innanzitutto se le condotte di cui l’editore è imputato rappresentano un sostegno diretto a Cosa nostra catanese. Rifugge da queste righe ogni intento giudiziario. Anche per Ciancio vale l’assunto di fondo che regge uno stato di diritto: nessuno è colpevole fino a sentenza definitiva.

Ma la verità ricercata nelle aule di un tribunale, deve affermarsi nell’opinione pubblica e nello spirito di una comunità. Per questo è necessario conoscere quanto avviene in quell’aula.

Le udienze, tra l’altro, stanno potentemente illuminando la nascita dei poli commerciali promossi da Mario Ciancio. Un contributo non marginale al paradossale record raggiunto da Catania: una delle città con il reddito pro capite tra i più bassi d’Europa che vanta il maggior numero di centri commerciali della penisola. Un tragico primato che ha finito con il distruggere il tessuto commerciale, economico e civile della città.

Basta dare anche solo un’occhiata distratta ai politici, ai manager, agli esperti finanziari, insomma ai cosiddetti colletti bianchi che hanno finora deposto al processo, per rendersi conto che quei poli commerciali altro non sono che il frutto avvelenato del convergere di speculazione finanziaria, rendita fondiaria, economia legale, mercati criminali e politica. Davanti ai giudici hanno sfilato professionisti che investendo poche migliaia di euro, senza correre alcun rischio, hanno portato a casa guadagni milionari (intascando assegni che vanno dal milione e 250 mila euro di un avvocato, al milione e 500 mia euro di un manager). Anche per questo il processo Ciancio trascende la dimensione giudiziaria e si iscrive nella storia della città e in quella dell’Italia. Fino a rappresentare un documento di straordinaria importanza per comprendere il reale funzionamento del “modello Catania”.

Un modello in grado di segnare l’avvento di una nuova frontiera nei rapporti tra classi dirigenti e criminalità mafiosa. Un autentico laboratorio dove i confini tra economia legale e illegale si appannano, fino a compenetrarsi, in cui il mondo di sopra, con le sue élite imprenditoriali, professionali e politiche non mostra alcuna incertezza a relazionarsi con il mondo di sotto e con le élite criminali che esso esprime. Dove persino l’area grigia, quella sorta di camera di compensazione e luogo di incontro tra lecito e illecito, tra colletti bianchi e crimine organizzato ha una propria connotazione. Dove i mafiosi – e i loro capitali – sono accettati come una variabile del mondo deli affari.

Qui infatti sono le classi dirigenti a connettere a sé il mondo mafioso e non il contrario. Anzi, la criminalità organizzata finisce con l’avere un ruolo secondario e subalterno. Il ponte di comando delle grandi operazioni speculative – terreno privilegiato di incontro tra classi dirigenti, economia legale e crimine organizzato – non è guidato dai mafiosi ma è stato e continua ad essere saldamente nelle mani dei colletti bianchi.

Non vi è nulla di arcaico nel “modello Catania”. Quel modello contiene invece un messaggio per chi voglia ascoltare: dove vi sono istituzioni deboli, dove a decidere sono gli stessi soggetti economici e non la città nelle sue sedi politiche, dove si costruiscono ponti tra élite legali e criminali, dove vi è una criminalità sorretta da una raffinata intelligenza delle relazioni con il potere, dove la stampa e l’informazione è imbavagliata, il laboratorio catanese è pronto a fare scuola. E’ un metodo realizzabile, esportabile, perfettamente riproducibile.

Nei prossimi giorni su queste pagine ricostruiremo in maniera approfondita e documentata le udienze del processo. Cercando di fare del nostro meglio perché emerga la verità. Con la consapevolezza che quel processo è una straordinaria radiografia di come si configura il potere oggi, non solo a Catania.

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2 Responses to “Processo Ciancio: radiografia del potere. Il perchè di tanto silenzio”

  1. Domenico Stimolo
    January 11th, 2021 at 14:23

    Ottimo articolo.
    Già, il “sistema Catania”, che ha consolidato il mondo dei ricchi profittatori….ben lontano dal popolo ignavo ( in gran parte vive disoccupato, sottoccupato, al nero, negli angisti spazi dei quartieri cosiddetti popolari, o lasciato alla quotidiana mercè della spicciola criminalità organizzata) che si lascia godere nelle feste “indiavolate”, unico vero spazio di presunta libertà.
    La ricchezza fondiaria ( e quindi finanziaria) – dai quartieri super affollati senza marciapiedi e senza ombra di verde, ai privilegiati recinti nobili lato mare o nelle colline pregiate – è stata la vera linfa “ petrolifera” delle caste rampanti che si sono impadronite della città….lasciando le briciole ai guardoni che civilmente godono dei privilegi altrui.

  2. ho letto il libro di Fisichella, molto documentato, adesso aspetto le informazioni sulle udienze del processo. Grazie

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