Consegnati finalmente gli appartamenti alle 96 famiglie a cui erano stati assegnati, anche se non sono mancati, sino alla fine, problemi e complicazioni.

Restano murati i primi due piani, in attesa dei fondi per ristrutturarli e destinarli a servizi di quartiere, sedi di associazioni e, auspicabilmente, qualche assessorato. Fondamentale sarebbe, infatti, la presenza delle isituzioni per contribuire davvero alla riqualificazione di una ‘città satellite’ problematica ma ricca di grandi potenzialità.

Con la restituzione del vecchio palazzo di cemento ai cittadini in graduatoria per l’assegnazione di una ‘casa popolare’ è stata vinta una battaglia per strappare un bene comune al degrado e alla criminalità che se ne era impadronita. Una battaglia in cui sono stati in prima fila non solo le istituzioni ma anche gli assegnatari, tra cui molte famiglie numerose, spesso con membri disabili, il Sunia, il sindacato degli inquilini ben radicato nell’area, la Rete delle associazioni Piattaforma per Librino, tutti molto impegnati nel sollecitare l’Amministrazione.

“Questa torre rischiava di rimanere l’ennesima incompiuta di Librino – ci dice Giusi Milazzo, responsabile del Sunia di Catania – siamo quindi soddisfatti di quello che è stato ottenuto, anche se siamo solo all’inizio di un cammino”.

Adesso, infatti, va gestita la convivenza delle 96 famiglie che si sono insediate dal terzo al dodicesimo piano di questa struttura che dovrà essere costantemente manutenzionata per non ricadere nel degrado e i cui residenti dovranno affrontare la gestione dei servizi comuni, a cominciare da quello essenziale dell’ascensore.

E qui l’Amministrazione deve battere un colpo, nominare un ammistratore e rispondere alle richieste e alle lamentele su ciò che (e già adesso ci sono state le prime segnalazioni) si rivela non funzionante o che avrà bisogno via via di essere riparato.

C’è da aggiungere che la maggior parte degli appartamenti ha dimensioni inadeguate al numero di componenti delle famiglie, che sono spesso numerose.

L’elevazione degli edifici e la dimensione ridotta degli appartamenti non sono la migliore risposta alle necessità delle famiglie locali; la concezione stessa che sottende a questa edilizia popolare – sottolinea ancora Milazzo – si conferma non adeguata ed estranea al nostro contesto sociale.

Alcune famiglie si dicono già pronte a chiedere di cambiare l’alloggio con uno più ampio, anche se la prospettiva di avere finalmente una abitazione ariosa e confortevole, per la quale si pagherà un canone inferiore a 60 euro, rappresenta un netto miglioramento rispetto agli alloggi bui, umidi e degradati da cui spesso questi nuclei familiari provengono e per i quali hanno pagato affitti di 200/250 euro.

La strada è ancora lunga e la consegna degli appartamenti può essere considerata solo un punto di partenza.

C’è di positivo anche la disponibilità, espressa da alcuni nuovi assegnatari, a collaborare alle attività svolte dalle associazioni che si impegnano a migliorare il quartiere, come ci dice l’infaticabile Sara Fagone.

Si prospetta una nuova scommessa da vincere. E non di poco conto.

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One Response to “Librino, il Palazzo di cemento restituito alla città”

  1. Mi fa piacere che il processo avviato dal collega, professor Carlo Pennisi dell’ex facoltà di Scienze Politiche dell’Università di Catania, assessore tecnico pro tempore del Comune di Catania, avvalendosi anche di uno staff di prim’ordine selezionato fra i funzionari del proprio e di altro assessorato, sia oggi andato in porto. Dall’inizio erano chiari i limiti del progetto, dovuti soprattutto alla esiguità del finanziamento ottenuto. L’edificio è un raro esempio di maestria progettuale dal punto di vista della tipologia abitativa della casa sociale. L’architetto Giacomo Leone si è profuso in quel progetto mettendo in campo il meglio della propria competenza progettuale. Il tipo ed i tipi edilizi ideati costituiscono il vero valore di quell’opera. La morfologia complessiva in qualche modo era un vincolo: già preconfezionata dal piano a scala generale. L’impossibilità di completarlo ne ha determinato la fama negativa, unitamente alle conseguenze: il ritardo dell’assegnazione degli alloggi ne ha comportato l’occupazione e tutte le conseguenze. La dimensione degli alloggi, il dimensionamento in termini di metri quadri ad abitante corrispondono agli standard assodati nel periodo in cui furono progettati quali case “popolari”. La rotazione degli alloggi per rispondere alle esigenze degli assegnatari dovrebbe essere un criterio-guida che guadagnerebbe in efficacia dall’attivazione di processi partecipativi. Poiché comunque lo sviluppo in altezza e i vincoli strutturali e dei collegamenti verticali limitano la flessibilità degli alloggi e degli spazi comuni sulla scorta dell’evolversi delle esigenze, si è provato ad ipotizzare che il Palazzo di Cemento venisse destinato a forme articolate di co-housing e di alloggio transitorio per comunità di immigrati nella fase della ricerca di lavoro e di sistemazione maggiormente stabile. Lo stesso autore, architetto Leone, accolse con compiacimento l’idea di questo confronto all quale mi riferisco ( far università di Catania, Comune ed autore), al quale si prestò come interlocutore di rara elasticità mentale.

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