Proviamo a non far spegnere i riflettori sul processo Ciancio. Una Città che sceglie di dimenticare il suo passato, difficilmente riuscirà a costruire un futuro diverso, a liberarsi dell’eredità di un blocco di potere imprenditoriale, politico e mafioso, tenuto insieme proprio dal monopolio mediatico di Ciancio. Lo facciamo, ancora una volta, ricorrendo alla penna di Antonio Fisichella, che ha raccontato questo sistema in “Una città in pugno“.

Oggi ci occupiamo della testimonianza del senatore Mimmo Sudano, ex assessore all’Urbanistica, promotore della variante che consentì la nascita di Porte di Catania sui terreni di proprietà dell’editore catanese.

Nel processo che vede il direttore de La Sicilia inquisito per concorso esterno in associazione mafiosa entra in scena la politica. Ha le sembianze del senatore Sudano che si esibirà in un avvilente spettacolo di silenzi e omissioni.

Arriva allo scranno dei testimoni con un sorriso luminoso, il passo lento e ponderato dei suoi ottant’anni. Si presenta dinanzi ai magistrati con gli abiti del grande saggio della politica catanese. Rivendica orgogliosamente i sessant’anni “trascorsi a fare la politica, guidato dal massimo rispetto verso la magistratura”. Si lancia in temerari attacchi contro i centri commerciali “che hanno avvilito la vita della città” dicendosi persino    “offeso dalla scomparsa di via Etnea”.   

Un debutto in grande stile. Forse un po’ teatrale ma di grande impatto. Studiato a tavolino, fin nei minimi particolari.  L’onorevole parte bene, col passo sicuro del politico antico e navigato. Poi qualcosa si inceppa.

Così, con l’avanzare delle domande dei pubblici ministeri Agata Santanocito e Antonino Fanara, il “grande saggio” arretra, si nasconde prima in un angolo per poi scomparire del tutto. E il suo posto verrà preso da un altro Sudano, del tutto diverso, un politico piccolo piccolo che smozzica parole,  balbetta e nulla sa, niente ricorda e  ancor meno dice di una delle pagine più buie della  recente storia della città: l’approvazione della variante urbanistica al piano regolatore, chiave di volta dell’operazione Porte di Catania che consentì la trasformazione dei terreni dell’editore catanese da agricoli in commerciali, decuplicandone il valore, e rese  possibile  la successiva realizzazione dell’ennesimo polo commerciale catanese.

Sudano non ricorda. Eppure il voto in consiglio non fu cosa di poco conto: forti resistenze vennero dalle organizzazioni dei commercianti terrorizzate dalla nascita di un nuovo mall. Preoccupazioni furono espresse per l’ubicazione nell’area più degradata della città, già oberata da grandi strutture commerciali.

Quella variante comporterà inoltre il radicale cambiamento dell’assetto viario e l’estrema vicinanza all’aeroporto internazionale la sottoponeva al vincolo assoluto di inedificabilità. Ma il partito della variante non sa che farsene di resistenze, preoccupazioni e norme.

Sarà proprio il senatore Sudano il mattatore del dibattito, sarà lui, in qualità di vice sindaco e assessore all’urbanistica, a spingere per chiudere la partita. Così la notte del 25 febbraio 2005, nelle battute finali della prima giunta Scapagnini, la variante sarà approvata. E a quell’approvazione il senatore metterà il proprio inconfondibile timbro retorico, rivendicando un non meglio specificato “senso democratico dell’operazione” e l’ideazione di un “meccanismo rivoluzionario di perequazione”.

Ebbene, di tutto quell’enorme trambusto, nell’aula giudiziaria Sudano non conserva alcun ricordo. Anzi, dirà, senza nemmeno arrossire, che “onestamente non sapevo che i terreni su cui sarebbe sorto Porte di Catania, fossero di Mario Ciancio Sanfilippo”.    Si inerpicherà su un crinale assai scosceso, quando affermerà di aver   ”mantenuto il più grande segreto su tutta l’operazione, parlandone solo con i tecnici e con il sindaco Scapagnini.  Non ho avuto rapporti con nessuno”.

Quasi si trattasse di un affare da servizi segreti e non di un atto pubblico di enorme impatto su cui chiamare esperti per aprire un grande dibattito. Ma un attimo dopo, su precisa domanda del giudice Agata Santonocito, sarà costretto ad ammettere (“una volta mi ha cercato”) di averne parlato con Vincenzo Viola, ex dirigente regionale e deputato europeo.   Un’eccezione non da poco, dato che Vincenzo Viola è stato il principale socio di Ciancio nella Icom, la società che avviò la realizzazione di Porte di Catania.   

Ma l’imbarazzante giostra di silenzi e omissioni dell’ex assessore all’urbanistica toccherà il suo vertice quando mostrerà di non ricordare nemmeno di aver promosso la variante in Consiglio comunale. E giungerà ad affermare, impassibile: “Sinceramente non ricordo. Può essere che l’ho fatto. Non mi sento di dire…”.   

Comunque sia, la variante al Prg consentirà a Ciancio di guadagnare oltre 28 milioni di euro. Gli altri soci, a fronte di un investimento di poche migliaia di euro, lucreranno quasi dieci milioni di euro. Anche se è del tutto oscuro l’apporto economico e competenziale che hanno offerto al successo dell’iniziativa Porte di Catania.

Le aspettative del direttore sono state assecondate anche a costo di stravolgere l’assetto urbanistico di un’intera area, di aggravare il degrado della periferia e compromettere la crescita dell’aeroporto, assestando un ulteriore colpo al tessuto commerciale e civile della città.    Senza dimenticare che gli appalti del centro commerciale sono stati generosamente distribuite anche ad imprese in odor di mafia.

Il modello Catania vince.   E con esso quel blocco di potere politico, affaristico mafioso, saldato dal monopolio informativo di Mario Ciancio Sanfilippo, fondato sulla rendita, la speculazione edilizia, un infinito ciclo del cemento di cui i centri commerciali sono l’ultima e più avanzata incarnazione.

Certo, il plurionorevole Sudano (deputato regionale, onorevole nazionale, senatore della Repubblica, nonché consigliere comunale presidente di innumerevoli società pubbliche locali) ha cercato, con la sua testimonianza, di allontanare da sé ogni responsabilità, presentandosi come l’esecutore di un desiderio del sindaco Scapagnini (così dirà nel corso dell’udienza), il cui iter viene lasciato a non meglio identificati tecnici comunali.

Ma a ben vedere in quelle parole c’è molto di più. C’è innanzitutto l’omertà delle classi dirigenti catanesi verso il blocco di potere che li ha generati e al quale debbono tutto. Un sistema tenuto in vita ad ogni costo, anche quando ha esaurito ogni funzione ed è andato oltre il proprio tempo.   

E’ questo il senso più profondo della testimonianza di Sudano: il passato che non passa, che impedisce di cambiare rotta e di trovare nuove strade per lo sviluppo di una città per molti aspetti straordinaria. Sudano stesso altro non è che l’anello di una catena che stringe da tutti i lati la vita della città. 

E che si perpetua. Non a caso il senatore Sudano ha trovato il modo di riversare voti, consensi e relazioni nelle sapienti mani della nipote Valeria Sudano, passata da un partitino di centro ad un altro, poi transitata nel Pd, approdata recentemente tra i ranghi di Italia Viva di Matteo Renzi, dove ricopre il ruolo strategico di responsabile del Mezzogiorno. Oggi la senatrice Sudano e l’inseparabile Luca Sammartino, il deputato regionale più votato nella storia della regione, già raggiunto da due avvisi di garanzia per corruzione elettorale, rappresentano la coppia d’oro della politica siciliana.

Se la famiglia Sammartino mantiene enormi interessi nel campo sanitario con la gestione dell’Humanitas di Misterbianco, i Sudano si segnalano per la storica vicinanza ai Proto, titolari della ditta Oikos proprietaria delle discusse discariche di Tiritì (Motta Sant’Anastasia) e Valanghe d’inverno (Misterbianco). La sede della Oikos si trova nello stesso appartamento dello studio legale Sudano.

Nel luglio 2019 Domenico Proto, patron della Oikos, viene condannato alla pena di sei anni per avere corrotto il funzionario regionale Gianfranco Cannova, al fine di ottenere  ad ogni costo l’ampliamento delle discariche e l’illecito superamento delle delicate problematiche ambientali che caratterizzano il trattamento dei rifiuti.   

La sentenza evidenzia “il profilo di spregiudicato corruttore del Proto che concepisce come unico metodo della sua vita imprenditoriale il prezzolare chiunque possa essere funzionale al suo disegno di ampliamento delle sue discariche e dei suoi affari”. Sarà Salvatore (Chicco) Sudano, figlio del senatore Mimmo Sudano e cugino della senatrice Sudano, per conto della Oikos, a pagare soggiorni in alberghi di lusso al funzionario corrotto e a fornire allo stesso Cannova una memoria contenente le risposte “giuste” per impedire la chiusura delle discariche e il rinnovo delle autorizzazioni.

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Il modello Catania dimostra un’impareggiabile capacità di tenere tutto insieme: centri commerciali, sanità pubblica e privata, rifiuti. Settori dipendenti dalle autorizzazioni amministrative, dagli appalti, alle concessioni pubbliche.

Un’economia delle relazioni con il mondo politico, incapace di generare sviluppo e lavoro. Che ormai da mezzo secolo domina la vita della città e l’ha condotta   dentro un baratro da cui è arduo vedere le vie d’uscita.

C’è questo di bello nei processi di mafia: concentrano storie e percorsi, mettono insieme pentiti, politici e colletti bianchi, squadernano dinanzi ai nostri occhi ciò che prima era nascosto. Anche per questo è importante spezzare il muro di silenzio che avvolge il processo al direttore de La Sicilia. In quell’aula di giustizia scorre la storia di un’intera città. E se non la si conosce, rischiamo di ripeterla. In eterno.

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6 Responses to “Processo Ciancio, i silenzi del senatore Sudano”

  1. Complimenti. Ottimo articolo.

  2. era abbstanza prevedibile che i centri commerciali avrebbero distrutto la rete commerciale familiare presente nella città, ma la preoccupazione è stata deliberatamente ignorata per favorire gli interessi di pochi.
    La politica, al tempo di Scapagnini, ha dato la peggior prova di sè. Non solo Sudano, ma anche Castglione, Lombardo…

  3. Massimo Pappalardo
    January 20th, 2021 at 11:45

    Cari amici il processo a Mario Ciancio Sanfilippo e altri protagonisti dell’operazione Porte di Catania, è stato celebrato mi domando perché ne state ancora parlando mi riferisco a stampa internet radio e televisione.
    Ora io credo che tutta la verità e stata già ampiamente detta quindi una volta che Mario Ciancio Sanfilippo e estraneo a questi fatti e risulta innocente vi chiedo di lasciare in pace Mario Ciancio Sanfilippo che oltre a essere stato Direttore ed Editore del Quotidiano La SiciliaSicilia di Catania era amico di molti ex alunni del Leonardo Da Vinci fra cui mio padre Gaetano Pappalardo e Toni Zermo recentemente scomparso. Vi chiedo soltanto di lasciarlo stare.

  4. Complimenti, questo è il giornalismo di cui Catania ha bisogno.
    Continuate ad informarci sullo svolgimento di questo processo.

  5. Anche io sono interessato. Qui non si vuole attaccare nessuno ma conoscere la verità.

  6. Gentile Massimo Pappalardo,
    il suo commento è la riprova di quanto poco e male si parli del processo Ciancio, iniziato quasi tre anni fa e che è ancora in corso. Avvolto da un silenzio tombale.
    Per questo il nostro piccolo blog ne parla. E ne informiamo non per stabilire la colpevolezza o l’innocenza di Ciancio, compito che spetta esclusivamente ad un tribunale, ma perché siamo convinti che in quell’aula scorra la vita di un’intera città. Dunque il processo è in pieno corso e continueremo seguirlo.
    Probabilmente la confusione nasce dal fatto che al processo penale (tuttora in corso), si accompagnano le misure preventive che hanno condotto alla confisca del patrimonio di Ciancio (settembre 2018) e poi al dissequestro (marzo 2020).
    Un dissequestro che al direttore de La Sicilia ha restituito i beni ma non l’onore: lo stesso decreto di dissequestro afferma che Mario Ciancio Sanfilippo ha stabilito con Cosa nostra catanese “un rapporto di amicizia, cordialità e vicinanza”.
    Sul decreto di dissequestro a breve si pronuncerà, sulla base del ricorso avanzato dalla Procura generale, la Corte di Cassazione.
    E’ quest’ultima una vicenda assai importante ma separata dal processo penale che vede l’editore imputato di concorso esterno in associazione mafiosa.
    Noi, sia della sentenza della Corte di Cassazione, sia del Processo Ciancio, ne parleremo. Con onestà. Cercando di restituire la verità giudiziaria e quella storica. Perché siamo convinti che sulla vicenda Ciancio e sul “caso Catania” sia necessario un dibattito pubblico, un confronto aperto, limpido e trasparente.

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