Un apparente paradosso, un contributo originale per concorrere a non dimenticare la ferita delle leggi razziali, quello messo in atto da Emilio Isgrò, artista siciliano.

Durante la solitudine del primo lockdown per la pandemia, nei giorni in cui “era calata sul Paese un’aria cupa e greve, i veleni dell’Europa irrazionale tornavano in circolo e riaffioravano nuovi segnali di antisemitismo”, Isgrò ha cominciato a ‘cancellare’ appunto, nel segno dell’arte, la ferita delle leggi razziali utilizzando il rosso carminio, un colore brillante e incisivo, diverso dagli acromatici bianco e nero.

Per non cadere nella solita retorica commemorativa, abbiamo scelto di ricordare oggi questa iniziativa e l’opera, quasi minimalista, intitolata “Colui che sono”, con cui Isgrò ha voluto ricordare la Shoah, obbedendo allo spirito della legge 211/2000 che ha istituito il 27 gennaio (giorno dell’abbattimento, da parte delle truppe sovietiche, dei cancelli di Auschiwitz nel 1945 ) come ‘Giorno della Memoria’.

E’ proprio ricorrendo alla sua tecnica della cancellazione che l’artista fa memoria, recupera il carattere valoriale della parola, perché è proprio dalla parola che sgorga il pensiero autentico. L’utilizzo spropositato della parola ne ha inghiottito il valore, per questo motivo occorre resuscitare la parola attraverso la cancellatura per affermarla e celebrarla.

Emilio Isgrò nasce come poeta poi giornalista, romanziere e regista per approdare all’arte visiva nel 1970, quando comincia ad utilizzare questa tecnica della cancellazione applicandola prima alle voci della Treccani e poi alla Costituzione Italiana.

Recuperata una copia originale delle leggi razziali, ha trovato in quelle pagine anche provvedimenti banali, misure per regolamentare la caccia agli uccelli, disposizioni per le fognature di Bologna, etc mischiati all’orrore, quasi a minimizzare il significato del progetto mussoliniano e legittimare una visione razzista della cosiddetta ‘questione ebraica’. Il che ha significato, per lui, “verificare in concreto il cinismo e la stupidità del regime fascista”.

Ma cancellare per Isgrò significa rimettere in discussione le proprie certezze, non è solo un atto distruttivo in sé ma un momento di riflessione per portare alla luce significati reconditi.

“Mi sono accorto che le righe in cui il decreto sentenzia “È ebreo colui che è nato di madre ebrea”, potevano diventare attraverso la cancellatura un più icastico e penetrante “È ebreo colui che è”, appaiandosi al “Colui che sono” pronunciato da Yahweh sul Sinai”.

E’ possibile cogliere in quest’opera forte l’eco di un ‘memento’. Un imperativo futuro per ricordare la colpa mai estinta di esserci piegati (non tutti, ma troppi comunque) alla erosione di certi valori naturali, pianificata allora dalla dittatura, e la vergogna della Shoah, anticipata proprio da quei fogli stampati.

Una vergogna che, purtroppo, pur appartenendo al passato, ci parla anche del nostro presente. Solo chi sceglie di chiudere gli occhi può far finta che non esistano campi di migranti, come quelli in Bosnia Erzegovina, che sono veri e propri lager, o ignorare le decine di migliaia di persone morte nel Mediterraneo.

L’opera è esposta su quattro leggii e, (“grazie alla sensibilità per la cultura di Mattarella”, dice Isgrò) si trova adesso al Quirinale e rientra nel progetto “Quirinale contemporaneo”, fortemente voluto dal presidente della Repubblica.

L’esposizione sarà per il momento, a causa del Covid, visitabile solo virtualmente sul sito palazzo.quirinale.it. Il progetto è illustrato in un catalogo edito da Treccani, a cura dell’architetto Renata Cristina Mazzantini.

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