Eric Gobetti, autore del saggio E allora le foibe?, è stato in questi giorni oggetto di molteplici e violenti attacchi. Su La Repubblica si legge: “Nelle ultime 24 ore i miei profili pubblici hanno subito attacchi di ogni tipo, minacciosi e volgari. È significativo che questi attacchi siano rivolti a me (e ai miei figli) e non al mio lavoro, il quale, lo ripeto, non fa che portare alla luce i risultati delle ricerche degli studiosi più accreditati sul tema, in gran parte citati in bibliografia”.

Il professore Salvatore Distefano (presidente dell’Associazione Etnea studi storico-filosofici) ci propone una lettura di questo saggio “che risulta prezioso per comprendere quella drammatica e complessa vicenda rappresentata dal ‘confine orientale’ non solo nel corso della Seconda guerra mondiale, ma in un arco di tempo lunghissimo, per certi versi secolare”.

Scrive Distefano: “ [Gobetti] affronta la spinosa questione e spiega come il Giorno del ricordo, invece di essere una data di riconciliazione nazionale fra opposti schieramenti ideologici, “è diventato […] fortemente divisivo, fonte di continue tensioni. La vicinanza temporale e terminologica con il ‘Giorno della Memoria’ è funzionale alla volontà di assimilare i due fenomeni commemorativi, ma la vera contrapposizione è con il 25 aprile. Se ‘i partigiani’ hanno una giornata di festa nazionale, sembra affermare questa costruzione memoriale, anche ‘i fascisti’ devono avere la loro. […] Questa modalità di commemorazione rischia dunque di far passare i fascisti per vittime, ma anche le vittime per fascisti”.

E così a quasi vent’anni dalla sua istituzione (legge n. 92 del 30 marzo 2004, votata dalla stragrande maggioranza del Parlamento)  assistiamo a una gigantesca mistificazione che racconta la vicenda delle foibe capovolgendo la realtà: il fascismo e il nazismo principali responsabili del dramma del “confine orientale” diventano le vittime, mentre i carnefici sarebbero i partigiani e la Resistenza che, collocandosi nel fronte antifascista internazionale formato dagli USA, dalla Gran Bretagna e dall’URSS, liberò la Jugoslavia e l’intera penisola balcanica.

In quella giornata occorrerebbe infatti ricordare i drammi prodotti dal nazionalismo, dal fascismo, dalla violenza ideologica, dalla guerra e dalla sconfitta militare di un paese come l’Italia, mandato al massacro in modo irresponsabile e criminale da Mussolini e dai suoi gerarchi.

Un paese, l’Italia, che non ha mai fatto seriamente i conti con la propria storia, con il passato più scomodo, con i crimini commessi durante la guerra.

Da tempo è stato smascherato lo stereotipo degli “italiani brava gente” e vengono documentate, pensiamo al lavoro storiografico di Angelo Del Boca, le stragi e i massacri, avvenuti in Africa e nella penisola balcanica. Peraltro, la stessa Germania a proposito della ‘memoria pubblica’ ha seguito una linea molto diversa evidenziando con coraggio i crimini commessi dal regime nazista.

C’è stato il processo di Norimberga, pur con tutte le questioni di tipo giuridico ad esso legate, e un senso di colpa, dopo la fine della Seconda guerra mondiale, ha accompagnato i tedeschi, simboleggiato da Willy Brandt che cinquant’anni fa, il 7 dicembre 1970, si inginocchiò nel ghetto di Varsavia.

Eppure, la Germania verso la fine della guerra ha subito un livello di violenza terribile, ma non ha mai pensato di equiparare o addirittura rovesciare il rapporto tra i crimini commessi dal nazismo e i torti subiti a fine guerra. Scrive in proposito Eric Gobetti: “come reagirebbe l’Europa, specie i paesi che hanno sofferto l’occupazione nazista, se la Germania di oggi celebrasse solo le proprie vittime della fine della guerra e non i crimini commessi negli anni precedenti”?

Nel nostro paese l’estrema destra dichiaratamente fascista, invece di fare i conti con le proprie gravissime responsabilità, ha trovato nelle foibe un argomento forte per dare un ulteriore colpo al fondamento antifascista della Repubblica democratica nata dalla Resistenza. Ha parlato, ma lo hanno fatto anche le più alte cariche dello stato, di “pulizia etnica”, arrivando a dichiarare che le vittime delle foibe sarebbero “un milione” (Gasparri, febbraio2004) e paragonandole, senza alcun pudore, ad Auschwitz (Basovizza, Matteo Salvini, ministro dell’interno,  febbraio 2019), facendole diventare, nella loro propaganda “la nostra Shoah”.

Si tratta di un paragone senza senso. Afferma Gobetti: ”Le uccisioni commesse sul confine orientale nell’autunno del 1943 e nella primavera del 1945 non possono essere in alcun modo considerate un tentativo di genocidio e le vittime non sono individuate in quanto appartenenti a uno specifico popolo”.

E ancora, a proposito delle cifre, “In definitiva, gli studiosi concordano su un ordine di grandezza che va dalle 3000 alle 4000 vittime. Si tratta sempre di una cifra di massima, poiché alcuni di questi scomparsi potrebbero essere morti in combattimento nelle ultime battaglie o in altre circostanze. […] per quanto riguarda l’esodo, che comporta numeri molto più grandi, i calcoli sono ancora più imprecisi”.

Quella dei profughi istriano-dalmati, come in tutto il saggio sostiene Gobetti, fu una vera e propria tragedia umana determinata dal mutamento dei confini e degli assetti internazionali seguiti alla sconfitta militare dell’Italia

Dunque, gli esuli sono principalmente le vittime della politica aggressiva del regime, e dei crimini di guerra commessi dall’esercito italiano. “Nello scenario drammatico e complesso dei Balcani […] l’Italia fascista reagisce alla resistenza jugoslava, albanese e greca, con brutale durezza: rastrellamenti, villaggi incendiati, esecuzioni sommarie, internamento di migliaia di civili. Meno spietato di quello tedesco, ma non migliore né peggiore di quello britannico o americano, il soldato italiano esegue, senza troppi scrupoli, perfino gli ordini più turpi” (G. Oliva).

E tra coloro che hanno pagato queste sciagurate decisioni ci furono gli abitanti del confine orientale, molti dei quali si sono visti costretti ad abbandonare per sempre la propria terra.

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