Una sfida che rischiamo di perdere, quella sui beni confiscati alla mafia.

Della legge che ha introdotto il sequestro e la definitiva confisca è come se fosse rimasto in piedi solo l’aspetto sanzionatorio, punitivo, e si fosse perduto quello più significativo e innovativo, la restituzione alla società civile.

E’ una questione recentemente riemersa in diverse occasioni di confronto, seguite alla pubblicazione della Relazione della Commissione Regionale Antimafia, presieduta da Claudio Fava, e alle attività ‘investigative’ svolte da alcune associazioni catanesi.

Siciliani Giovani, Arci etc, monitorando la situazione di alcuni beni messi a bando dall’Agenzia Nazionale per i Beni Sequestrati e Confiscati alla criminalità organizzata (ANBSC) hanno verificato che – nonostante la confisca – questi beni erano ancora nella disponibilità delle famiglie mafiose a cui erano stati, da anni, formalmente sottratti.

Ad esempio, la lussuosa villa di Gravina di Catania sottratta alla famiglia Zuccaro o l’azienda agricola in contrada Alcovia nel territorio di Palagonia, rispettivamente abitata e coltivata dai vecchi proprietari senza che nessuno avesse segnalato l’anomalia. E senza che l’Agenzia, prima dell’inserimento di questi beni nel bando, ne avesse verificato lo stato e la disponibilità.

Cosa Nostra ha così dimostrato di essere in grado di mantenere il controllo del territorio e di riuscire a sfidare lo Stato.

Hanno, invece, dimostrato di essere ‘distratti’ gli amministratori giudiziari, a cui i beni sono affidati dopo la confisca, le forze dell’ordine, gli enti locali, le prefetture e soprattutto l’Agenzia: le istituzioni che, a vario titolo, di questi beni hanno la responsabilità.

Ed è preoccupante che proprio l’Agenzia, che della legge sulla confisca dovrebbe essere il “motore propulsivo”, rischi, paradossalmente, di divenire un fattore di intralcio.

Bisogna, comunque, riconoscere che le sono assegnati pochi uomini e pochi mezzi, poche professionalità e poca attenzione, una scelta miope e incomprensibile – come ha più volte detto lo stesso Fava – che contrasta anche con lo spirito della riforma del 2017 che prevede che il suo Direttore possa essere non solo e sempre un prefetto, come di fatto avviene, ma anche un magistrato o un dirigente dell’Agenzia del Demanio.

Anche i prefetti in carica nelle varie sedi sul territorio hanno una funzione essenziale nel sistema di gestione dei beni e se, tranne poche eccezioni, si dimostrano poco attenti e poco solerti è forse anche perché nessun Ministro dell’Interno, da cui essi dipendono, ha mai indicato quella dei beni confiscati come una priorità, un settore della massima rilevanza.

Accade così che, invece di concepire i beni confiscati come un settore nevralgico, in cui si gioca una partita essenziale della lotta contro la criminalità organizzata, li si gestisce in un’ottica impiegatizia e formalistica.

Molto grave è soprattutto l’assenza di personale con competenze adeguate, non solo dentro l’Agenzia, ma anche tra gli amministratori giudiziari incaricati di gestire le aziende confiscate, che sono beni molto più complessi da gestire rispetto agli immobili.

Gli amministratori vengono scelti in un albo a cui possono iscriversi solo commercialisti, avvocati, ragionieri.

Ma la gestione di un’azienda confiscata richiede competenze manageriali e notevole esperienza che gli amministratori giudiziari e i coadiutori, recentemente introdotti, in genere non hanno.

Luciano Modica, amministratore della Geotrans, una delle poche aziende confiscate che è riuscita a restare sul mercato facendo anche profitti, si è trovato davanti a situazioni paradossali come la presenza in azienda di membri della famiglia Ercolano-Santapaola, ha dovuto contrastare i tentativi degli ex proprietari di fare fallire l’impresa sottraendole clienti, ha dovuto inventare strategie sempre nuove e affrontare ostacoli imprevisti.

Una storia che deve essere raccontata nel dettaglio per capirne meglio non solo le implicazioni e le dinamiche ma anche per evidenziare i problemi che tutte le ‘nuove’ imprese si trovano ad affrontare rispetto alle ‘vecchie’.

A partire dai costi maggiori per rispettare la legalità, (contratti regolari, pagamento dei contributi per i dipendenti, tasse…) fino alla impossibilità di usufruire dei vantaggi provenienti dagli strumenti di intimidazione che rendevano più redditizie le imprese mafiose.

C’è poi l’enorme problema del rapporto con le banche, che facevano prestiti ai vecchi proprietari ma chiudono le porte in faccia ai nuovi, vale a dire allo Stato. Per scarsa fiducia nel modo in cui l’azienda sarà condotta, nonostante la verifica del buon andamento dei bilanci, o per timore a schierarsi contro il potere della mafia?

Fatto sta che la Geotrans, come anche la Calcestruzzi Ericina, altra azienda confiscata rimasta attiva nonostante le difficoltà, hanno trovato un’ancora di salvezza solo nella finanza etica.

Atteggiamento pavido da parte delle istituzioni (Agenzia, prefetti, sindaci, amministratori giudiziari), mancanza di coraggio e di inventiva, a volte anche di buon senso, persino un rispetto della lettera della legge che ne tradisce lo spirito, sono – secondo Claudio Fava – gli ingredienti che possono far perdere questa importante scommessa dello Stato contro la mafia.

Lo dimostrano due casi recenti. Il rifiuto opposto dall’Agenzia alla richiesta avanzata da alcune associazioni (Siciliani Giovani, Arci, Asaec, Aiab) di poter raccogliere le arance della azienda agricola di contrada Alcovia per utilizzarle sulla base di un progetto di vendita e donazione preparato ad hoc.

La situazione di stallo in cui si trova la cooperativa recentemente formata dai dipendenti della Geotrans, ancora in attesa di una conferma da parte dell’Agenzia e oggi a rischio di perdere quanto realizzato faticosamente in questi anni.

Situazioni su cui non è lecito tacere.

Leggi il testo della Relazione della Commissione Antimafia della Regione Siciliana

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