Appartamenti chiusi e non utilizzati a Catania ce ne sono tanti, ma paradossalmente sono tante anche le famiglie che vivono in pessime condizioni abitative e avrebbero bisogno di una casa decente.

Quello che manca è l’edilizia sociale, le case a costi abbordabili per le famiglie che, soprattutto in tempi di grave crisi economica come l’attuale, non possono pagare affitti dispendiosi.

Da anni mancano quei finanziamenti pubblici destinati all’edilizia popolare che, tra gli anni Settanta e Novanta, hanno popolato le nostre città di interi quartieri di case popolari, purtroppo rimasti poi privi dei necessari servizi.

Le fonti di finanziamento pubblico sono oggi quelle dei bandi, del tipo di quello nazionale a cui fannno riferimento la legge 160 del 2019 e il D.M. 395 del 16 settembre 2020, finalizzati a “migliorare la qualità dell’abitare nelle zone degradate ad alta densità abitativa per riqualificare, riorganizzare e incrementare il patrimonio di edilizia sociale senza consumo di suolo”.

Un bando, quest’ultimo, a cui l’Amministrazione – che stava per perdere l’opportunità – ha deciso in extremis di partecipare con tre progetti che ancora non sono stati resi noti nel dettaglio, ma che vengono già presentati come ottimali dalla stampa locale.

Riesumato il progetto di riqualificazione di piazza Michelangelo, che prevede una vasta area pedonale, un parco urbano e il parziale interramento di via Vittorio Veneto, ma anche quello relativo ad un percorso turistico tra via Vittorio Emanuele e il Castello Ursino. A questi si aggiunge la realizzazione di 64 alloggi a Librino, con annessa area a verde e parcheggio.

Posto che ogni progetto presentato riceverà un punteggio anche sulla base della sua rispondenza alle finalità del bando, ci chiediamo come l’intervento in viale Vitorio Veneto possa essere considerato congruente con il miglioramento della “qualità dell’abitare nelle zone degradate” e con il ruolo prioritario da attribuire all’edilizia sociale.

L’esiguità delle informazioni rende ancor più difficile esprimere una valutazione sul progetto, denominato “Segmenti di connessione urbana”, che riguarda l’area del centro storico tra via Vitt.Emanuele e piazza Federico di Svevia.

Più congruente alle finalità del bando, tranne che per il consumo di suolo, sembrerebbe il progetto previsto a Librino, sul quale, però, ha acceso i riflettori il Sunia di Catania, che ritiene “profondamente sbagliato progettare nuova edilizia popolare a Librino, quartiere che avrebbe bisogno di servizi e infrastrutture e non di ulteriore edilizia abitativa”.

In quest’area infatti, servono “scuole, centri sociali, spazi culturali, biblioteche e altro ancora”, oltre che “un’opera di riqualificazione ampia degli immobili abbandonati al degrado, spazi verdi funzionali e attrezzati, un progetto per le migliaia di ragazzi che in questi quartieri vivono”.

Senza scelte che contrastino la marginalità e l’isolamento in cui sono costretti a vivere migliaia di persone, infatti, nessun intervento fatto nelle periferie sarà efficace e potrà arginare l’influenza della criminalità, che oggi approfitta del gravissimo disagio socio economico per mantenere ed estendere il proprio controllo del territorio.

Criminalità che riempie i vuoti lasciati dagli enti pubblici, offrendo sostegno economico a chi è in difficoltà e protezione in caso di abusi, ma che fa anche ben altro “tenendo attivo un mercato illegale dell’affitto, dell’acquisto e della vendita delle case pubbliche”, un fenomeno non nuovo che potrebbe essere contrastato solo da controlli puntuali e costanti degli enti gestori.

Il Sunia non si limita a considerare non opportuna la collocazione di nuova edilizia residenziale pubblica nelle aree periferiche, già sature. Avanza da tempo anche una proposta alternativa, ispirata a modelli già realizzati in altre realtà urbane: utilizzare per l’edilizia sociale le aree del centro storico ormai spopolate, a partire dai “grandi contenitori pubblici dismessi”, tra cui gli ex ospedali.

Tornerebbero a vivere aree ormai svuotate di abitanti, rinascerebbero le occasioni di socialità, il senso di identità e anche le piccole attività artigianali e commerciali.

Di questa diversa concezione dell’abitare, di questa idea di città – ci dice la segretaria Giusi Milazzo – , il sindacato degli inquilini avrebbe voluto discutere con l’Amministrazione a cui ha “più volte richiesto un incontro sul tema” contando anche sul fatto che “l’attivazione del confronto con gli attori interessati del territorio è proprio contemplata dal decreto”.

Il bando prevede, infatti, che vengano attivati processi partecipativi, che sono mancati del tutto, a differenza di quanto accaduto a Siracusa, dove l’amministrazione comunale “ha firmato con il Sunia e con le parti sociali un protocollo d’intesa sull’attivazione di un laboratorio per l’attivazione di processi partecipativi e per l’ istituzione del laboratorio cittadino di progettazione partecipata”.

A Catania, invece, l’ Amministrazione si è dimostrata “poco incline ad un dialogo che potrebbe consentire di assumere scelte più utili alle reali esigenze della città.”

Leggi il Comunicato del Sunia

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