La questione ambientale? È racchiusa in una lattina.

La compriamo a un prezzo irrisorio, la apriamo, ne beviamo il contenuto e la buttiamo via. Se la buttiamo nella raccolta differenziata, ci sentiamo ecologici. Non ci rendiamo neanche conto che questi semplici gesti, ripetuti e abituali, fanno di noi dei distruttori dell’ambiente.

Ricostruire il percorso compiuto da una lattina di Coca Cola può aiutarci a capire l’impatto ambientale dei nostri gesti.

Partiamo dal metallo con cui è realizzata, l’alluminio.

Un metallo argenteo, duttile e leggero che – pur essendo molto presente sulla crosta terrestre – si trova sempre combinato con altri elementi.

Il minerale usato per produrlo è la bauxite, una roccia sedimentaria che si trova prevalentemente in cave a cielo aperto e che deve essere estratto e lavorato con un procedimento costoso che necessita di grandi quantità di energia meccanica, termica ed elettrica.

Ecco perché, anche se la bauxite è presente un po’ ovunque, dall’Australia alla Sardegna, la lavorazione del minerale estratto viene fatta nei paesi del nord Europa come Svezia e Norvegia oppure in Canada, dove l’energia – fornita da impianti idroelettrici – ha un costo basso.

Nel complesso tutte le operazioni di scavo, frantumazione e trasporto comportano il consumo di grandi quantità di energia e la produzione di grandi quantità di rifiuti fortemente inquinanti (i fanghi rossi) che sono stati a lungo scaricati nei fiumi o nel fondo dell’oceano e che oggi si stoccano in bacini artificiali che hanno dato luogo a disastri ambientali.

L’alluminio ottenuto dalla lavorazione viene colato in lingotti, che vengono poi trasportati altrove, riscaldati e ridotti in lamine con un procedimento che comporta altro dispendio di energia.

Le lamine di alluminio, avvolte in bobine da dieci tonnellate, vengono trasportate in altri laminatoi a freddo, rese ancora più sottili e pronte per la fabbricazione,

Inviati nel paese di produzione (altro trasporto, altra energia), i fogli vengono punzonati e formati in lattine che vengono poi lavate, asciugate, verniciate con uno strato di base e poi dipinte con le informazioni specifiche sul prodotto.

Le lattine vengono poi laccate, flangiate (sono ancora senza coperchio), spruzzate all’interno con un rivestimento protettivo, pallettizzate e spedite all’imbottigliatore. Qui vengono lavate ancora una volta e riempite con acqua mescolata a sciroppo aromatizzato, caffeina e anidride carbonica.

Ognuno di questi componenti ha una sua storia e un suo percorso, come lo zucchero che viene raccolto nei campi di canna da zucchero in Brasile o in India, trasportato, macinato, raffinato e spedito o la caffeina che viene spedita da un produttore chimico al produttore di sciroppo.

Una volta riempite le lattine vengono sigillate con un coperchio di alluminio ‘pop-top’, inserite in cartoni stampati che, a loro volta, sono fatti di pasta di legno che può aver avuto origine ovunque, dalla Svezia o dalla Siberia alle foreste vergini della British Columbia. Nuovamente pallettizzate, le lattine vengono spedite a un magazzino di distribuzione regionale, e poi ad un supermercato dove noi le troviamo esposta e le acquistiamo.

In pochi minuti ne beviamo il contenuto e poi le buttiamo via, raramente le destiniamo alla raccolta differenziata, da dove l’alluminio può essere riciclato, un procedimento che comunque avrà anch’esso bisogno di una certa quantità di energia.

Abbiamo raccontato la storia di una lattina, ma storie simili si possono raccontare di ogni altro prodotto che consumiamo.

Se non si prende coscienza dell’impatto sull’ambiente dei nostri gesti quotidiani e del nostro stile di vita, resta velleitario ogni discorso sui problemi ambientali e sulla riduzione dell’effetto serra.

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