Secondo le accuse della procura di Trapani, in Sicilia sono stati alterati i dati relativi all’andamento del contagio del Covid 19. Con l’accusa di falso materiale e ideologico è finita agli arresti domiciliari la dirigente del Dasoe (Dipartimento per le Attività Sanitarie e Osservatorio Epidemiologico) Letizia Di Liberti.

Le indagini hanno coinvolto anche Ruggero Razza, assessore regionale alla salute, molto legato al presidente della Regione, che ha rassegnato le dimissioni dall’incarico.

Secondo la gip Caterina Brignone: “Le conversazioni che vedono direttamente coinvolto o chiamano in causa Razza sono estremamente chiare e significative, dimostrano la sua pregressa consapevolezza delle modalità criminose di trattamento dei dati e delle finalità perseguite ed apportano elementi indiziari anche con riferimento a fatti non ascritti, allo stato, al politico e certamente meritevoli di ulteriore approfondimento”.

Su questa gravissima vicenda Argo ospita un intervento di Antonio Fisichella

Poche ore prima che si sapesse dei morti spalmati a caso, dei tamponi gonfiati ad arte, della cinica manipolazione del nostro dolore, un giornalista dal fiuto fine aveva immortalato l’incontro tra il presidente Musumeci, l’assessore Razza e il generale Figliuolo con i colori scintillanti del successo, con spruzzate di simpatia e scintille istituzionali che guizzavano a sinistra e a destra.

Indimenticabili le evocate “affinità marzial-elettive tra il generale, il primo governatore post missino dell’isola e il sub comandante con delega alla trincea pandemica” (lo stesso che taroccava i dati sull’epidemia in Sicilia).

Quando scoppia lo scandalo dei morti cancellati con un tratto di penna, il nostro giornalista non si perde d’animo.

Ritrae “un governatore in lacrime mentre legge la lettera di dimissioni del suo assessore”, parla di “colpe tutte da dimostrare“, sfoggia un vocabolario aulico scandito da “atarassia politica, nemesis e hybris”, pone pensose domande sull’inchiesta che “forse finirà in un nulla di fatto” e angosciosamente si interroga “sul chi ridarà l’onore perso” al povero assessore.

Parla di tutto pur di non dire l’unica cosa possibile, l’unica cosa che andava detta: “in democrazia la verità è un valore non negoziabile, il primo e indisponibile criterio cui un uomo pubblico si deve attenere. Razza ha mentito, abbiamo sentito abbastanza. La giustizia faccia il suo corso. Intanto la sua carriera politica è finita”.

Siamo certi che il nostro giornalista eguaglierà e supererà l’esempio di Tony Zermo (di cui in una indimenticabile intervista si è già confessato discepolo), l’indomito giornalista che ci ha fatto dono di grandi inchieste sulla mafia catanese.

Gli facciamo i migliori auguri di continuare sulla strada già tracciata. E’ inutile citare il quotidiano su cui sono apparsi questi pezzi giornalistici: è sempre lo stesso. Quello pronto ad evocare il garantismo più peloso, a richiamare la più cavillosa distinzione tra responsabilità penale e colpe politiche, a levigare la realtà a favore dei potenti di turno, pur di lasciare tutto al suo posto, a difendere l’indifendibile.

Lo abbiamo visto in azione in tante occasioni, dall’assassinio di Fava in poi. E’ il passato che non passa.

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