Centoventi morti nel Canale di Sicilia di cui (quasi) nessuno parla. Strano Paese, il nostro, nel quale solo le recenti polemiche calcistiche (il riferimento è alla vicenda della superlega) sono riuscite a strappare i titoli di testa alle notizie sulla pandemia.

I barconi stipati di migranti, messi in mare dai trafficanti libici, non fanno notizia, sono solo numeri che rendono più drammatico il bilancio dei morti nel Mediterraneo.

Del resto, tutti ricordano che solo pochi giorni fa il nostro presidente del consiglio, Mario Draghi, aveva ringraziato la guardia costiera libica per i salvataggi effettuati.

Forse dimenticando che, secondo Raffaela Milano, Direttrice dei programmi Italia-Europa di Save the Children, l’Organizzazione internazionale che da oltre 100 anni lotta per salvare i bambini a rischio e garantire loro un futuro, si tratta di “un Paese dove permangono e si sono acutizzate, a causa del conflitto tuttora in corso, continue violazioni dei diritti umani e dei diritti dell’infanzia”.

Nonostante queste denunce, come ricorda Nello Scavo su Avvenire.it , “a Tripoli negli ultimi mesi è stata potenziata, su spinta italiana, una nuova guardia costiera, denominata ‘Gacs’, che risponde al ministero dell’Interno. I guardacoste della Marina militare libica, infatti, sono oramai sotto il controllo dei ‘consiglieri militari’ inviati dalla Turchia, nonostante i pattugliatori siano in gran parte stati donati ed equipaggiati dall’Italia. L’addestramento del ‘Gacs’ avviene in parte a Gaeta, da parte della Guardia di finanza”.

In questo contesto, non stupisce che nessuno abbia inviato navi per soccorrere i migranti in balia del mare; come troppe volte è avvenuto nel passato, anche in questo caso Tripoli, La Valletta e Roma si sono impegnate nell’ennesimo ‘scaricabarile’.

A Ocean Viking di Sos Mediterranee e tre navi commerciali, senza nessun coordinamento delle centrali di soccorso, è toccato il compito di ricercare i dispersi e recuperare i cadaveri.

Sempre secondo Scavo: “Nell’area sono transitati anche velivoli di Frontex, ma nessun messaggio di allerta è stato diramato e la cosiddetta Guardia costiera libica, dopo essere intervenuta per intercettare un barcone con un centinaio di persone, non ha inviato nessuna delle motovedette di cui dispone a pattugliare l’area”.

Proprio davanti alla sede catanese di Frontex (piazza Maravigna, Castello Ursino) sabato 24 aprile alle 17,00 la Rete Antirazzista Catanese ha promosso una manifestazione (hanno aderito: Cobas Scuola-Ct, Città Felice, Lhive-Ct, Comitato NoMuos/NoSigonella, PRC-Ct, LasciateCIEntrare, Accoglienza ControVento) contro la militarizzazione dei porti e del Canale di Sicilia e contro “il nuovo patto per l’immigrazione della Commissione europea (Migration Pact) e le micidiali politiche di respingimento di Frontex, che nei prossimi 5 anni quintuplicherà le risorse per un corpo speciale di 10.000 operatori per deportare e rimpatriare le sorelle ed i fratelli migranti”.

La dimostrazione si colloca all’interno di una mobilitazione nazionale che vede al centro la richiesta di chiusura dei CPR (Centri di permanenza per il rimpatrio), perché “i Cpr, gli hotspot, l’hub di Siculiana (Ag) sono articolazioni in terra delle micidiali politiche di morte in mare”.

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