Cosa bolle in pentola nel vecchio San Berillo? Come mai nell’ultima versione dello Studio di dettaglio gli edifici “diruti o in grave stato di degrado”, che possono essere demoliti e ricostruiti, sono passati da 2 a 41?

Proviamo a capire l’importanza e la gravità di quanto si profila, non solo a san Berillo ma anche in altre parti del centro storico.

E partiamo dalla legge regionale n.13 del 2015 che impone ai Comuni di realizzare uno ‘Studio di dettaglio delle tipologie edilizie del centro storico’, vale a dire catalogare tutti gli edifici del centro storico individuando la tipologia di ognuno di essi e la categoria in cui va inserito.

Per ogni categoria è poi la stessa legge a stabilire quale intervento sia consentito, dal semplice restauro conservativo fino alla demolizione e ricostruzione.

Se, per esempio, inserisco un edificio in una categoria ‘minore’ come “edilizia di base non qualificata” oppure “edilizia di base parzialmente qualificata”, ne discende che per quell’edificio sia consentita la ristrutturazione edilizia, anche mediante demolizione e ricostruzione, compresa la modifica della sagoma.

Per gli edifici considerati “diruti o in grave stato di degrado” sono ammesse demolizione e ricostruzione qualunque sia la tipologia edilizia in cui sono classificati.

Si apre così, per le imprese, la prospettiva di interventi economicamente più appetibili, talora meno costosi e comunque meno impegnativi rispetto ad un restauro conservativo, per il quale sono necessarie specifiche tecniche di recupero.

Si perde, tuttavia, sia la tutela delle costruzioni storiche, consentendo la demolizione di edifici che andrebbero conservati, sia la difesa della omogeneità del contesto.

Sotto il profilo culturale, infatti, lo Studio di dettaglio ha il difetto di guardare ai centri storici come somma di singole unità edilizie e non come unico contesto meritevole di salvaguardia. Vengono trascurate completamente le caratteristiche del tessuto urbanistico e le relazioni tra le sue parti.

Una tendenza che si sta affermando anche a livello nazionale, ignorando il dibattito degli anni sessanta, la cosiddetta “carta di Gubbio” e la successiva legislazione di tutela dei centri storici.

La porta che si è aperta oggi conduce allo stravolgimento del centro storico, soprattutto in presenza di interessi speculativi, amministrazioni comunali conniventi e soprintendenze ‘distratte’.

Lo Studio di dettaglio viene realizzato dall’Ufficio tecnico del Comune e licenziato con la firma del direttore dell’Urbanistica, assegnato a quella posizione dal Sindaco. Dello Studio di dettaglio, cruciale per stabilire quali siano gli interventi consentiti, è quindi responsabile tutta l’Amministrazione.

La nostra Giunta Municipale ha sentito il bisogno di ribadirlo con una delibera (n. 13 del 19/2/2021) di approvazione, non prevista dall’iter stabilito dalla legge.

La procedura prevede che lo Studio sia preventivamente approvato in una conferenza di servizi a cui partecipano Comune, Genio Civile e Soprintendenza e poi reso pubblico per 30 giorni affinchè chiunque possa presentare osservazioni. Se non ci sono osservazioni, il tutto va in Consiglio comunale per l’approvazione. Se ci sono osservazioni, l’ufficio urbanistico individua quelle accettabili e le riporta in Conferenza dei servizi, che adotta le sue decisioni, e poi lo Studio va in Consiglio.

A Catania uno studio di dettaglio era stato predisposto già nel 2016 dalla giunta Bianco e trasmesso al Consiglio. Dopo l’insediamento del nuovo Consiglio nel 2018, sono state apportate lievi modifiche, poi nuova Conferenza dei Servizi con verbale conclusivo (gennaio 2020) e pubblicazione all’albo pretorio. Non viene presentata nessuna osservazione. A questo punto lo Studio potrebbe passare in Consiglio per l’approvazione.

Ma questo non succede. Viene invece ripreso in mano dagli uffici che vi apportano modifiche, non si sa perchè. Nel novembre 2020 si riunisce nuovamente la Conferenza dei Servizi istruttoria e, nel dicembre, quella decisoria con i pareri dei due enti coinvolti

Nella delibera di Giunta, non prevista, di febbraio 2021 si afferma che lo Studio sarà pubblicato per 30 giorni “esclusivamente all’albo pretorio in formato cartaceo, atteso che le grandi dimensioni dei files che lo costituiscono rendono impossiblile la pubblicazione nel sito internet del Comune”. Una affermazione abbastanza improvvida, considerate le possibilità offerte oggi dal digitale.

Infatti, dopo essere rimasto pubblicato all’albo pretorio per soli 15 giorni senza elaborati in formato cartaceo, ma sotto forma di un cd difficilissimo da consultare, lo Studio è stato pubblicato sul sito web del Comune, come impone la stessa legge n.13.

Una pubblicazione non solo tardiva ma anche incompleta visto che, fra i documenti pubblicati, mancavano la relazione ed il verbale della conferenza di servizi decisoria del 18/12/2020.

Solo in seguito alla richiesta avanzata da alcuni consiglieri comunali del Movimento 5S, che avevano evidenziato le irregolarità, è apparsa sul sito del Comune la relazione dello Studio, importante per capire quale sia la “norma tecnica” da applicare per gli interventi, ma continua a non essere pubblicato (come sarebbe obbligatorio per legge) il verbale della C.d.S. decisoria del dicembre 2020 con i pareri espressi da Genio Civile e Soprintendenza.

Perchè questo percorso così contorto del provvedimento e della sua pubblicazione? E’ vera la voce secondo cui il parere della Soprintendenza non sia del tutto favorevole? C’è qualcosa che si vuole nascondere? E per quale motivo?

Non sarà facile trovare risposta a queste domande, ma c’è un dato inequivocabile che emerge: la mancata corretta pubblicazione dei documenti ha negato e nega ai cittadini la possibilità di partecipazione democratica, con osservazioni e opposizioni, alla elaborazione di questo Studio.

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One Response to “San Berillo e non solo, demolizioni senza trasparenza”

  1. Rosario Vadalà Puglisi
    April 28th, 2021 at 14:31

    Sarebbe un peccato la demolizione del vecchio San Berillo. Sarebbe gisuto legalizzare il quartiere

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