“Sono stato fortunato” così, dinanzi a giudici allibiti, Giovanni Vizzini, socio dell’editore catanese, spiega i 700 mila euro incassati dall’operazione Porte di Catania. Sembra di assistere ad una commedia e invece è il processo a Mario Cancio Sanfilippo di cui si continua a non parlare. Ma nonostante tutto in quell’aula di tribunale succedono cose enormi. Ancora una volta proviamo a documentarle con la penna di Antonio Fisichella.

Il silenzio intorno al processo che vede Mario Ciancio Sanfilippo imputato di concorso esterno in associazione mafiosa si infittisce. Le testate giornalistiche, nazionali, regionali e locali, sembrano fare a gara per farlo scomparire dalla scena pubblica.

Eppure, nonostante il silenzio che lo avvolge e l’esasperante lentezza con cui va avanti (dopo tre anni è ancora fermo al primo grado e in media si celebra un’udienza ogni ottanta giorni) quel processo rappresenta il più lucido e documentato atto d’accusa del “Modello Catania”: il modo in cui qui si fanno i grandi affari e il ruolo parassitario e predatorio che le classi dirigenti della città, in connessione con quelle nazionali, svolgono da più di 50 anni. Ininterrottamente.

E’ l’unico modo che conoscono di fare soldi. Si travestono da imprenditori ma in verità non investono, non rischiano nulla, utilizzano le loro reti di relazioni per procacciare affari, devastare il territorio, aprire le porte della città    alla criminalità organizzata. L’ultima udienza del processo Ciancio è un autentico “manifesto” del modello Catania. Rappresenta una delle più chiare ricostruzioni del suo funzionamento e delle opache reti di relazioni che lo innervano. Le risultanze processuali vanno ben al di là della dimensione giudiziaria e si iscrivono di diritto nella storia della città.

In aula sfilano due testimoni eccellenti delle società che, al fianco di Mario Ciancio, hanno realizzato “Porte di Catania” e l’outlet di Agira. Il primo è Giovanni Vizzini, facoltoso imprenditore del gioco del lotto e fratello di Carlo, potente politico della Prima Repubblica, senatore di Forza Italia e del Popolo delle Libertà. Il secondo è Vincenzo Viola, già dirigente della Regione Sicilia, poi deputato al Parlamento europeo e infine braccio destro dell’editore catanese nella promozione di diversi affari.

Giovanni Vizzini, incalzato dal pubblico ministero, ammette candidamente di “non aver investito nulla, neanche un euro nella Icom”, società promotrice del centro commerciale Porte di Catania, sorto sui terreni dell’editore catanese.   Aggiungerà di essere entrato in possesso delle azioni societarie per un gentile regalo dell’amico Viola e seraficamente riconoscerà di non aver apportato alcun contributo al rafforzamento della compagine societaria.

La Icom e i terreni di Mario Ciancio saranno acquisti, per complessivi 38 milioni di euro, dall’Immobiliare Europea dell’imprenditore Sergio Zuncheddu e da Gallerie Commercial Italia facente capo al gruppo Auchan. Saranno queste due ultime società a realizzare Porte di Catania. Dalla cessione delle proprie quote Icom, Giovanni Vizzini incasserà 700 mila euro.   

Esilarante, a cavallo tra la farsa e il dramma, degno della più corrosiva commedia all’italiana, il dialogo tra il pubblico ministero Agata Santonocito e Giovanni Vizzini. La prima chiede una qualche spiegazione sul come sia venuto in possesso di una tale somma, sul perché sia stato così generosamente ricompensato, dato che “non ha fatto nulla, non ha investito un euro, non ha apportato alcuna competenza, né contributo alla Icom”.

La risposta di Vizzini vale un processo intero: “Sono stato fortunato” dirà con il suo tono apatico e indolente. Le parole pronunciate da Vizzini provocheranno più di un malizioso sorriso nell’aula del tribunale. Da lì in poi la testimonianza di Giovanni Vizzini assumerà toni grotteschi. Per spiegare la propria sorte fortunata, prima si arrampica in uno spericolato paragone con i “procuratori dei calciatori” e dopo chiamerà in causa “i vincitori delle lotterie” (d’altronde è il suo campo di azione). La Santanocito avrà gioco facile a contestare i maldestri esempi che ha fatto: “il procuratore di un calciatore una telefonata in favore del proprio assistito deve pur farla, il giocatore del lotto, per vincere, deve almeno acquistare un biglietto.    Lei invece non ha fatto niente di tutto questo. E senza muovere un dito ha incassato 700 mila euro”.

Le parole del pubblico ministero sono un autentico pugno allo stomaco. Vizzini traballa e cade al tappeto. Non sa che dire. Non è un bello spettacolo per il collegio di Ciancio. Così l’avvocato Peluso, difensore di fiducia dell’imprenditore catanese, decide di rianimare il socio del suo assistito e di portargli un qualche soccorso. L’operazione non è semplice. Per anni, il povero Peluso, si è dannato l’anima per presentare l’affare Porte di Catania come un’operazione imprenditoriale, munita di tutti i crismi dell’economia di mercato, rispondente alle leggi della domanda e dell’offerta, guidata da autentici imprenditori, mossi dallo spirito d’iniziativa, animati dal rischio d’impresa. Ha cercato di presentarli come uomini d’affari se non affini almeno vicini ad una qualche etica imprenditoriale.

Invece, davanti al tribunale siede il più puro esponente delle classi dirigenti siciliane: un uomo che nell’affare Porte di Catania ha portato solo il nome della propria famiglia e le relazioni che essa vanta nel mondo politico e nella società siciliana. E solo in ragione di ciò è stato lautamente premiato.

A questo punto l’avvocato Peluso decide di giocare la carta delle fideiussioni, delle garanzie che i soci della Icom hanno dovuto offrire alla banche per ottenere i capitali necessari ad affrontare le spese di progettazione e i costi di urbanizzazione. Così cerca di dimostrare che dopotutto Giovanni Vizzini ha svolto un ruolo, ha esercitato una qualche funzione all’interno della Icom. Con una fideiussione bancaria, dice Peluso,    ha contribuito alle spese che tutti i soci hanno sostenuto.

Giovanni Vizzini sembra sorpreso, forse nemmeno ricordava di aver impegnato qualche suo immobile, uno dei tanti, ma di fronte alla carta sventolata dal legale ha un soprassalto e conferma quanto affermato da Peluso.

Quella delle fideiussioni e dei prestiti ottenuti dalle banche dai soci Icom è il pezzo forte della difesa di Ciancio con cui  cerca di dimostrare l’assunzione di un qualche rischio da parte dei soci riunitisi sotto le ali protettive di Mario Ciancio Sanfilippo. E’ però un’arma spuntata che somiglia al gioco delle tre carte, a quel grido che gli imbonitori dei vicoli rivolgono ai passanti: “Cartuscella vince, cartuscella perde, questa vince e questa perde, questa perde e questa vince. Puntate signori”.

Le banche, i clienti non solo li contano ma soprattutto li pesano. E se un Vizzini, figlio dell’ex presidente del calcio Palermo, uno dei nomi “migliori” della Palermo che conta, fratello di un politico siciliano di primo piano, chiede un prestito, le banche gli spalancano le porte. E se quel denaro viene chiesto per portare avanti un affare sicuro e coperto, che annovera  tra i suoi protagonisti uno del calibro di Mario Ciancio Sanfilippo, strotolano anche il tappeto rosso.

Le ormai famose fideiussioni agitate dal collegio difensivo di Ciancio, sono carta straccia. Per il semplice fatto che nel momento in cui il consiglio comunale di Catania concede la scandalosa variante al piano regolatore, l’affare è già bello e fatto. Non vi sono più ostacoli. I soci Icom, prima ottengono la variante urbanistica, dopo si rivolgono alle banche. I costi di progettazione e gli oneri di urbanizzazione saranno così affrontati con le linee di credito concesse, a tamburo battente, dagli istituti di credito.   

I soci della Icom non rischiano nulla, hanno la certezza assoluta di rientrare da qualsiasi spesa, di poter comodamente estinguere le pendenze bancarie. Porte di Catania si farà. Al 100%. Nessuno ha la forza e neanche la volontà per resistere a Mario Ciancio e alla sua cordata.   Il romanzo imprenditoriale che l’avvocato Peluso ha cercato di scrivere si sfalda, il vero volto della Icom e la materia di cui è fatto il centro commerciale Porte di Catania si disvelano. La Icom non è una S.p.a., ma una compagnia di ventura, un caotico assemblaggio di classi dirigenti che si nutre di relazioni con il sistema politico.   

L’affare Porte di Catania si iscrive dentro quell’infinito ciclo del cemento che ha funestato Catania, il Mezzogiorno e l’Italia intera. Che gli appalti e i subappalti finiscano sistematicamente in mano ad imprese in odor di mafia (l’udienza se ne è ampiamente occupata) è un fatto scontato, persino naturale. Dopo tutto Cosa nostra (e le altre organizzazioni mafiose) altro non sono che il volto criminale dell’economia della rendita e della speculazione.

Il mondo di sopra e quello di sotto si tengono per mano. Ad unirli non è soltanto la volontà di fare soldi con i soldi, l’arricchirsi più facilmente possibile e il desiderio di potere. Ciò che li accomuna è  anche la visione della politica come sede dell’accordo coperto e dell’economia come occasione di affari predatori.

A Catania questi mondi si incontrano assai più facilmente che in altri luoghi. Il modello Catania è uno dei più evoluti del nostro Paese. Qui il governo delle grandi speculazioni è in mano alle classi dirigenti. Ed esse da tempo hanno accettato i mafiosi e i loro capitali come una variabile del potere politico-imprenditoriale, non estranea ai valori delle classi dirigenti. Questo, per quanto oscurato, ci dice il processo Ciancio.   

Resta ancora da dire della testimonianza di Vincenzo Viola. Se Giovanni Vizzini ha invocato la “fortuna”, Vincenzo Viola non sarà da meno. Per spiegare il come e il perché dell’approvazione della variante al piano regolatore (passaggio fondamentale dell’affare Porte di Catania che garantirà a lui e ai suoi sodali milioni di euro) non esiterà ad invocare addirittura un prodigio soprannaturale. Un qualcosa, dirà dinanzi, ai magistrati di cui non si è ancora capacitato. E l’unica spiegazione che saprà darsi è quella di un “autentico miracolo”.

Ma il ruolo che l’ex membro del consiglio di amministrazione del Banco di Sicilia ha esercitato nella realizzazione dei centri commerciali, il rapporto simbiotico che ha costruito con Mario Ciancio,  la straordinaria rete di relazioni  che ha intessuto merita un capitolo a parte. Di Vincenzo Viola e dei suoi miracoli parleremo la prossima volta.   

E’ possibile ascoltare la registrazione dell’udienza, tenuta giovedì 29 aprile, sul sito di Radio Radicale

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