Per Leonardo Guarnotta non fu semplice dare una risposta ad Antonio Caponnetto che lo invitata ad entrare a far parte del pool antimafia affiancando Giovanni Falcone, Paolo Borsellino e Giuseppe Di Lello: significava dare una svolta alla propria vita coinvolgendo la moglie e i figli nella vita blindata che i colleghi già conducevano.

Sull’altro piatto della bilancia c’era la voglia di partecipare ad una avventura entusiasmante, quella nata dall’idea geniale di Rocco Chinnici di affidare tutte le investigazioni sulla mafia ad un gruppo di giudici che lavorassero in stretto contato tra loro.

Di questa esperienza Guarnotta ha parlato con Giorgio Mannino nei “Trenta minuti con” riproposti ieri, sulla pagina Facebook dell’Associazione Memoria e Futuro, in occasione dell’anniversario della strage di Capaci.

Ha descritto il metodo con cui ogni atto istruttorio compiuto da uno dei quattro magistrati veniva fatto circolare tra loro e come settimanalmente questi atti venissero discussi per decidere in modo collegiale i passi successivi.

Un lavoro di squadra, senza gelosie e velleità di protagonismo, condotto su un terreno difficile, pericoloso, tanto più che lo Stato non aveva apertamente dichiarato guerra alla mafia.

E’ questo un rammarico che traspare dietro le parole dell’anziano magistrato che rievoca le difficoltà vissute, la “minoranza di colleghi che ci accompagnavano nel nostro lavoro e la maggioranza che, anche se non ci osteggiava, stava al balcone per vedere cosa avremmo fatto”.

E ricorda i soli 37 giorni che separano il 16 dicembre 1987, data in cui la Corte di Assise di Palermo riconosceva, in una sentenza, l’esistenza di Cosa Nostra comminando pene severissime agli imputati del maxiprocesso, e il 19 gennaio 1988, quando il Consiglio Superiore della Magistratura disse di no alla prosecuzione della strategia vincente del pool sotto la guida di Falcone.

C’è un rammarico doloroso nelle parole con cui Guarnotta chiosa la decisione del massimo organo di governo dei giudici, “E’ come se avesse detto: vi siete divertiti, vi siete regalati il maxiprocesso, ma ora basta”. E c’è il rammarico di non aver potuto far luce sui segreti rapporti tra mafia e istituzioni in tempi che forse non erano ancora maturi.

Nel 2018, il processo sulla trattativa Stato-Mafia ci ha dato, nel primo grado di giudizio, una “prima verità”, che non è ancora definitiva. Ha rappresentato, tuttavia, secondo Guarnotta “una prima volta in cui esponenti della mafia e del mondo politico sono stati seduti accanto sul banco degli imputati per aver commesso reati gravissimi”.

La “verità vera” su questi rapporti – prosegue Guarnotta – “la dobbiamo a Falcone, a Borsellino, a Chinnici, ma potremo averla solo se ci sarà, da parte dello Stato, la reale volontà di scoperchiare questo vaso di Pandora, per la prima volta e per l’ultima volta”.

Non si ferma, Guarnotta. Con lucidità ricorda nomi e date delle vicende processuali successive allo smantellamento del pool, dalle prove incontestabili che hanno portato alla condanna di Dell’Utri, stretto collaboratore di Berlusconi, alla vicenda delle bombe del 1993 a Firenze, Roma e Milano.

Parla della nuova strategia “silente” della mafia e delle sua ‘conquista’ delle regioni ricche del Nord; stigmatizza l’antimafia parolaia, di cartone, che va alla ricerca di prebende; sollecita a parlare di mafia, sempre, con tutti, in particolare con i giovani, come fa lui andando nelle scuole, invitando i ragazzi ad essere sempre cittadini e non sudditi, mai disposti a chiedere come favore ciò che spetta come diritto.

Ricorda che, nell’anno e due mesi in cui Falcone fu a Roma come direttore degli Affari penali, rimase il “Giovanni di sempre”, che ha continuato a contrastare Cosa Nostra dotando la magistratura di quegli istituti di cui aveva bisogno per condurre la sua lotta alla mafia, dalla DDA, alla DIA, alla Superprocura.

E conclude con il rammarico per la visita che gli aveva fatto Borsellino, senza però trovarlo in ufficio, due giorni prima di morire, in quei suoi giorni febbrili di corsa contro il tempo: “non ho potuto sapere cosa volesse dirmi, forse qualcosa di importante, forse il nome di chi lo aveva tradito”.

Sulla sua esperienza degli anni Ottanta, ha scritto un libro da leggere e far leggere ai giovani, per non dimenticare: Leonardo Guarnotta, C’era una volta il pool antimafia. I mie anni nel bunker,Zolfo Editore

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