A 700 anni dalla morte di Dante, anche a Catania un calendario ricchissimo per quantità e qualità degli eventi.

26 appuntamenti da giugno a ottobre, riuniti sotto il titolo “Il sole e l’altre stelle. Dante e i dantismi nelle letterature europee”.

Ne abbiamo parlato con Dario Stazzone, presidente della locale sezione della Società Dante Alighieri e studioso di italianistica, principale organizzatore della rassegna.

1) Cosa significa ricordare oggi Dante a 700 anni dalla sua morte?

Significa confrontarsi con la distanza e la vicinanza di uno straordinario poeta. Ogni celebrazione può scadere nella liturgia, nella facile retorica, ma niente sarebbe più lontano da Dante, dalla forza dirimente della sua lingua, dalle novità che ha rappresentato per la sua epoca. La Commedia, nel suo pluristilismo, nella sua straordinaria estensione lessicale, ci dice che niente deve essere considerato estraneo alla rappresentazione poetica, è l’esatto contrario del lessico scelto e ristretto di Petrarca. Nelle tre cantiche ci si imbatte in una lingua d’elezione cortese o nell’asprezza memore delle rime petrose, nella rappresentazione del basso, dello spurio e del corporale o nella complessità della materia teologica, persino nell’ammissione dell’impossibilità di dire: «Trasumanar significar per verba non si poria». Dante è stato un antagonista rispetto al suo tempo, ha teorizzato un «volgare illustre» e ne ha dato una prova concreta con la sua opera, ha rovesciato il rapporto tra latino e volgare definendo quest’ultimo, il sermo maternus, come più nobile in quanto lingua viva e spontanea, ha ipotizzato un mondo pacato sotto il potere imperiale nella Monarchia che non a caso è stata posta all’indice, ha dato un poema ad una nazione che, per la sua storia, non conosceva ancora una produzione epica in volgare, ha dato forma alla sua passione politica con le durissime invettive incastonate nella Commedia, per tutte quella del VI canto del Purgatorio. È vero quello che scriveva De Sanctis, la migliore letteratura italiana è frutto di indignatio civile. Per comprendere Dante occorre contestualizzare la sua opera e la sua azione, è necessaria un’accorta lettura storicista che ce ne restituisca tutta la forza innovativa.

2) C’è un filo conduttore in questo lunghissimo e ricco calendario di incontri?

Sì, il programma non vuole limitarsi alle classiche Lecturae Dantis. In questo senso è stata scelta la lettura critica di un solo canto emblematico per cantica. Come suggerisce il titolo del ciclo di incontri, “Il sole e l’altre stelle». Dante e i dantismi nelle letterature europee”, si è voluto guardare all’influsso di Dante sulla successiva letteratura italiana, da Leopardi a Pirandello, da Levi a Consolo, e sulle letterature europee. Per questo avremo interventi di slavisti, francesisti, ispanisti e di una traduttrice francese della Commedia, Danièle Robert, che nella patria dell’alessandrino è riuscita nella difficile impresa di riprodurre il ritmo delle terzine. Non mancheranno incursioni nelle arti figurative, nel cinema delle origini e nella scienza.

3) Cosa si vuole evidenziare oggi per rendere la lettura di Dante più vicina ai giovani?

Dante è poeta “moderno” per eccellenza, non solo per le innovazioni della sua lingua che, se ben spiegate, affascinano i più giovani. È un poeta appassionato: si pensi alla politica, al suo parteggiare, al suo lottare fino a pagare la durissima conseguenza dell’esilio. Fin da quand’ero studente di liceo ho provato particolare piacere leggendo del duro contrappasso cui sono condannati gli ignavi, una sorta di «odio gli indifferenti» ante litteram. In Dante è rappresentata nel modo più alto anche la passione amorosa, si pensi al canto di Paolo e Francesca, alla forza iconica dei due amanti abbracciati per l’eternità nella «bufera infernal». Umberto Saba ha affermato che un celebre verso di quel canto, «La bocca mi baciò tutto tremante», è il più bello della letteratura italiana, che non ve n’è uno simile nell’intero Canzoniere di Petrarca. Muscetta, riprendendo con ironia questo asserto in una celebre lezione catanese, ha affermato che quello è il verso «più lussurioso» della nostra letteratura. Lo stesso Dante canta, nella vicenda di Ulisse, la passione per la conoscenza nella quale ci si può anche perdere fino a varcare le colonne d’Ercole, dimenticando di tornare alla nostra petrosa Itaca. Cosa c’è di più affascinante, per un giovane, di questo racconto delle passioni che è anche un monito, dell’universale umano implicito in esse?

4) Quale didattica proporre per lo studio di Dante?

Occorre accendere la curiosità nei ragazzi per un’avventura senza tempo, per quelle passioni umane che non mutano, che sono parte profonda del nostro essere. Personalmente non sono favorevole alla riattualizzazione della lingua di Dante: il corpo a corpo con la lingua originaria, già nella scuola secondaria, è un elemento di arricchimento essenziale, anche se non privo di difficoltà: vuole la mediazione e la presenza costante del docente, la lettura e la spiegazione di ogni singolo canto. Si calcola che circa l’80% delle parole usate da Dante siano ancora oggi di uso comune, ma è utile far sapere ai giovani lettori che vi sono passi della Commedia di difficilissima interpretazione, vere e proprie cruces desperationis della filologia. Come è utile fornire un regesto della critica per ogni canto: per me è stata un’essenziale acquisizione del liceo, attraverso la lettura di alcuni momenti della storia della critica, scoprire che non esiste un’interpretazione univoca del testo, che esso è un ponte semantico che agisce in modo differente per differenti lettori e differenti epoche storiche. Una caratteristica della Commedia è la sua forte pittorialità: si può suscitare l’interesse degli studenti attraverso i percorsi iconici scaturiti dall’opera di Dante o attraverso un uso accorto della multimedialità.

L’importante è non schiacciare mai Dante con una fredda erudizione, dimidiarne la forza poetica, ridurlo a formulette trite come il «pessimismo» di Leopardi o la «Provvidenza» di Manzoni che, per altro, ha dato alla nostra letteratura un formidabile apologo, un’interrogazione sull’errore, sulle responsabilità personali e politiche come la Storia della colonna infame. A causa di certe letture non si capirebbe perché la modernità abbia interrogato Dante con tanta intensità, da Primo Levi che rifletteva sulla violenza, sulle sue implicazioni e le sue conseguenze meditando le terzine della prima cantica a Mandel’stam che traduceva il poema in russo in un gulag, rimanendo estraneo a quel contesto di degradazione, fino a Pasolini o Levi che coglievano il forte implicito morale di quell’«umile Italia» incastonata nel primo canto della Commedia, sognando, a loro modo, una renovatio temporum.



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