I “rapporti di contiguità e vicinanza” tra Ciancio e la mafia catanese sono stati riconosciuti dagli stessi giudici di Corte d’Appello che gli hanno restituito i beni nel marzo dello scorso anno. Ma la conferma sulla natura di questi rapporti e la consapevolezza del ruolo svolto dal quotidiano diretto da Ciancio emerge soprattutto dalle testimonianze rese dai ‘pentiti’ nel processo in corso, come ci racconta oggi Antonio Fisichella.

Qualche giorno fa sono state rese note  le motivazioni  con le quali la Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso della Procura generale di Catania contro la restituzione dei beni all’editore catanese. “Nessuna carenza nella sentenza di dissequestro dei beni“, così si sono espressi i giudici della quinta sezione romana.

La partita delle misure di prevenzione adottate nei confronti del discusso editore si chiude dunque definitivamente. Ma un punto di enorme portata permane.   

Infatti, i giudici della corte d’appello che pur nel marzo 2020 gli   avevano restituito televisioni, giornali, azioni e quant’altro, non hanno potuto fare a meno di sottolineare  che Mario Ciancio è  “considerato da Cosa Nostra come un amico” e che l’editore con la mafia catanese ha stretto “rapporti di contiguità e vicinanza”.

La  recente pronuncia della Cassazione non scioglie il dilemma degli eventuali    rapporti    intercorsi tra il monopolista dell’informazione catanese  e Cosa nostra. Questione che però le testimonianze dei collaboratori di giustizia hanno fragorosamente    rilanciato nel    processo che vede il direttore imputato di concorso esterno in associazione mafiosa.

Anzi, in aula la voce dei “pentiti” ha assunto le dimensioni di un autentico coro che recita sempre lo sesso spartito: “Mario Ciancio Sanfilippo è un amico, tenuto in grande considerazione dai vertici di cosa nostra”. Questo è quanto emerge dalle testimonianze dei collaboratori di giustizia sentiti al processo Ciancio. In questo articolo prenderemo in considerazione le prime due testimonianze: quella di Giuseppe Ferone e di Giuseppe Catalano.

Giuseppe Ferone, fin dagli anni ’70 uomo d’onore nella  Cosa nostra guidata da Giuseppe Calderone, dopo l’assassinio del boss, passa agli scissionisti del clan Pillera. Decide di collaborare con la giustizia dopo l’assassinio del padre e del figlio. Ucciderà, mentre gode del programma di protezione, Carmela Minniti, moglie di Nitto Santapaola.

In aula Ferone ricostruisce lo spirito del tempo di Catania tra la fine degli anni ottanta e gli inizi dei novanta. E lo fa anche con una certa dose di ironia sul “negazionismo” de La Sicilia: “Noi eravamo molto esperti della materia… A Catania c’era un morto al giorno e si diceva che la mafia non c’era. Come mai? Le notizie erano pilotate”.

Ritornerà anche sui rapporti tra i cavalieri del lavoro e Pippo Calderone, il capomafia ucciso da Nitto Santapaola. “Era Pippo Calderone ad avere i rapporti coi Costanzo e con gli altri imprenditori e quando fu ucciso questi rapporti passarono a Nitto”.

Com’è noto, agli inizi degli anni ottanta i Costanzo saranno soci di Ciancio nell’acquisizione del 20% del Giornale di Sicilia. Stanno qui alcune delle ragioni di fondo del trattamento speciale riservato da Ciancio ai cavalieri del lavoro. Quei Costanzo che, fin dall’inizio della loro ascesa, stringeranno ferrei rapporti con la mafia, saranno rappresentati dal giornale cittadino come paladini della sviluppo catanese. Fino ai nostri giorni.

Basti rivedere gli articoli dello scomparso Tony Zermo e il coccodrillo che La Sicilia, ancora nell’estate del 2020, ha dedicato alla scomparsa di Gino Costanzo, celebrato come un imprenditore di stampo europeo caduto in disgrazia per la crisi dell’edilizia.

E’ sufficiente sfogliare le memorie di Nino Calderone, confermate da atti processuali, per sapere che Gino Costanzo era organico a Cosa Nostra e che per Santapaola aveva tutte le qualità dell’uomo d’onore. Ma Nitto il cacciatore non lo farà mai entrare ufficialmente in Cosa nostra: non voleva condividere le risorse e relazioni di Gino Costanzo con gli altri mafiosi.

Ferone – oltre ad offrire uno spaccato dei rapporti tra l’imprenditoria, il giornalismo e Cosa Nostra – fornirà una brillante sintesi delle voci di dentro della mafia catanese: “Ciancio? Un amico, uno con cui ci si può parlare”.

Più circoscritta la testimonianza di Giuseppe Catalano, responsabile del clan Laudani nel quartiere San Giorgio.

Il pentito ricostruirà il furto alla villa del direttore che qualche tempo prima aveva ospitato i reali d’Inghilterra. “Sapevo – dirà al pubblico ministero Antonio Fanara – che lì c’erano cose preziose e con una decine di ragazzi organizzai il furto”. Cercherà di piazzare la refurtiva, valutata circa un miliardo di vecchie lire. Operazione resa impossibile dall’annuncio pubblicato su La Sicilia comparso nel marzo del 1993 che prometteva una ricompensa di 50 milioni di vecchie lire a chi forniva indizi utili a recuperare gli oggetti rubati.

Qualche giorno dopo Catalano viene convocato da Aldo Ercolano in una villa di San Giovanni La Punta. Sarà l’assassino di Giuseppe Fava a ordinargli di restituire la refurtiva e a intimargli – dirà Catalano – “di non toccare più Mario Ciancio perché era un loro amico“.

Il pentito restituirà quasi tutto: brucerà un ritratto della famiglia Ciancio “perché identificabile” e  terrà per sé un tappeto lungo 18 metri che userà in “una serata speciale”. Il tappeto sarà recuperato su indicazione di Catalano nel 1996, all’indomani della scelta di abbandonare Cosa Nostra e di collaborare con la giustizia.

Spetterà al tribunale stabilire se le dichiarazioni di Ferone e Catalano (e quelle degli altri “pentiti” di cui parleremo prossimamente) hanno o meno un rilievo penale. Ciò che è certo    è che esse ritraggono un giornale percepito dal mondo mafioso come “amico” e un direttore impegnato in continui processi di accomodamento con il mondo criminale.

Alla società civile spetta un compito diverso. Squarciare il muro di silenzio sceso su uno dei processi più importanti della storia della città e riflettere su quanto avviene in quell’aula, al di là dello schema giudiziario della colpevolezza e dell’innocenza.

C’è bisogno di un dibattito pubblico e di un confronto aperto e limpido in grado di ricostruire il ruolo che Mario Ciancio Sanfilippo ha esercitato sulla scena pubblica catanese (e non solo). La stessa questione degli eventuali rapporti intercorsi tra Mario Ciancio e Cosa nostra non sembra potersi sciogliere per via tecnico-giudiziaria.

Perché chiama in causa il farsi delle nostre classi dirigenti e il loro concepire Cosa Nostra come una variabile del mondo degli affari e del governo della città.  Quel nodo va sciolto  sul piano civile e culturale e affrontato  su quello storico politico.

Solo in questo modo saremo in grado di liberarci dal peso di un passato che rischia di non passare mai. E di lasciare alle nostre spalle quel blocco di potere fondato sulla rendita e la speculazione edilizia aperto per sua natura alla partecipazione di Cosa Nostra che ha portato la città sull’orlo dell’abisso. Per questo c’è bisogno di una mobilitazione della società civile.

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