La morte di Carlo Giuliani, un corteo pacifico sottoposto a cariche e violenze inaudite, i cosiddetti black bloc che devastano la Città senza che nessuno intervenga, la “macelleria messicana” nella scuola Diaz, le torture nella caserma di Bolzaneto. Questo accadeva a Genova nel luglio di venti anni fa, durante la riunione del cosiddetto G8.

Immagini tremende che tutti – per fortuna e purtroppo – abbiamo potuto vedere, testimonianza di una parte della nostra storia, nella quale le istituzioni violarono i principi fondamentali dello stato di diritto.

Una verità storica, confermata in sede giudiziaria, ribadita dalla Corte europea dei diritti umani che indicò gli atti commessi dalle forze dell’ordine a Bolzaneto come atti di tortura e giudicò inefficace l’indagine condotta dallo stato italiano.

A venti anni di distanza a Genova, ma anche in tante altre città italiane – compresa Catania – si è provato a ragionare su quella mobilitazione e sul modo con cui venne stroncata. Chiamando al confronto quel mondo variegato e articolato, italiano e internazionale, che aveva provato a delineare un altro mondo possibile.

In effetti, tutto era cominciato nel novembre del 1999 a Seattle, quando studenti, giovani e forze sindacali avevano impedito la riunione del WTO. Contestando il fatto che organismi non eletti da nessuno, come, appunto, l’organizzazione mondiale del commercio, la banca mondiale (WB) e il fondo monetario internazionale (FMI) potessero decidere i destini del pianeta. Così come tale prerogativa non poteva essere avocata a sé dai Paesi più industrializzati (G8): Canada, Francia, Germania, Giappone, Regno Unito, Russia, U.S.A. e un rappresentante dell’Unione Europea, i cui vertici erano stati legittimamente eletti per governare i loro paesi, non il mondo.

A Porto Alegre (Brasile) nel gennaio del 2001, ciò che era iniziato a Seattle si trasformò in un forum mondiale, in cui movimenti, intellettuali, sindacalisti… si confrontarono per costruire un’alternativa al cosiddetto modello neoliberista.

1300 associazioni (quasi mille quelle italiane) si diedero così appuntamento a Genova nel luglio del 2001, proprio perché nella capitale ligure si sarebbe svolta una sessione del G8. Con l’obiettivo, attraverso dibattiti e manifestazioni, di rendere palese la distanza fra i vertici politici e la realtà. Voi G8, noi sei miliardi, questo il senso del controvertice.

Un controvertice che vedeva unite nella protesta forze diverse e distanti fra loro, dai centri sociali, ai missionari cattolici, dai sindacati alle forze politiche della sinistra, dagli intellettuali agli artisti, consapevoli, però, che se si fossero lasciate le decisioni ai vertici politici, crisi economica e ambientale sarebbero proseguite indisturbate.

Che c’erano beni comuni, a partire dall’acqua (da poco tempo quotata nella borsa di Wall Street!), che dovevano rimanere tali, che dovessero cambiare gli stessi stili di vita, non solo per evitare di allargare ulteriormente la forbice tra le varie parti del mondo, ma anche per preservare lo stesso pianeta.

Che i migranti erano gli agnelli sacrificali di un modello di produzione che esaltava il lavoro in nero e negava i più elementari diritti. Un problema, quest’ultimo la cui drammaticità è oggi testimoniata dalle migliaia di cadaveri che hanno fatto del mar Mediterraneo un enorme cimitero.

Attraverso i dibattiti e le cosiddette piazze tematiche l’idea era quella di circondare il vertice, che si svolgeva nel centro città, reso militarmente inaccessibile, per ribadirne l’illegittimità e denunciarne l’incapacità di guardare e risolvere i problemi, dato che gli “occhiali” utilizzati erano quelli neoliberisti.

Come detto, violenza e repressione furono terribili (come terribili, oggi, sono le immagini di ciò che è avvento nel carcere di Santa Maria Capua Vetere), lasciarono tracce profonde e indelebili, ma dopo Genova proseguirono dibattiti e mobilitazioni, mentre crescevano in tutta Italia i Social Forum, strutture aperte a singoli e collettivi, che praticavano la democrazia diretta e che. a partire da un continuo confronto interno, decidevano come muoversi nei singoli territori.

Un lavoro capillare, in stretto rapporto con i movimenti internazionali, che nel 2003 mobilitò milioni di persone in tutto il mondo contro la guerra in Iraq, tanto che il New York Times scrisse che era nata “la seconda superpotenza globale”.

Come tutti i movimenti, era impossibile che durasse “in eterno”, ma certamente una parte di quanto seminato è stato successivamente raccolto da esperienze come Occupy Wall Sreet, dal movimento per il clima e da quei movimenti che in Europa e in America Latina hanno rimesso in discussione la politica tradizionale.

A Genova non si è trattato, però, di un amarcord. Il nuovo slogan: Voi la malattia, noi la cura, è stato condiviso da decine e decine di associazioni, che operano nei tanti campi del sociale, ed è diventato impegno comune in vista dell’Autunno. Due gli appuntamenti individuati: lo sciopero generale del 18 ottobre contro le politiche del governo Draghi, indetto unitariamente da tutto il sindacalismo di base e conflittuale, e una grande manifestazione a Roma il 30 ottobre in occasione della riunione del G20.

Infine, anche a Catania si sono svolte 3 iniziative su questo tema, promosse da soggetti diversi che avevano partecipato a Genova 2001. Non essere riusciti a confrontarsi, pur nella varietà delle posizioni, in un unico incontro rappresenta sicuramente un passo indietro rispetto alle modalità di lavoro del Social Forum, ma, in vista dell’autunno, c’è tempo per superare queste contraddizioni.

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