Quasi inavvertitamente, giorno dopo giorno, Amazon è entrata a far parte delle nostre vite. Prima solo un nome ascoltato distrattamente, poi una notizia sentita fra molte, infine una invadente realtà che, specie con la pandemia, si è affermata.

Un miracolo, secondo alcuni, una risorsa, secondo altri, eppure esistono altre interpretazioni del fenomeno.

Un recente articolo di Internazionale (Paris Marx, Amazon è il simbolo dello spreco capitalista) osserva ad esempio che la presunta ‘modernità’ di Amazon si origini da antichissimi sistemi commerciali di ottima e provata riuscita.

Eliminare l’invenduto nel modo più drastico, distruggendo le merci pur di non farne abbassare il costo. E questo, a dispetto dei furgoncini elettrici che vengono pubblicizzati come sistema ‘ecologico’ di consegna, è il sistema meno sostenibile, meno innovativo che si potesse immaginare.

Ridurre l’occupazione ai minimi perché, al contrario di quello che afferma la pubblicità della ditta, Amazon ha polverizzato l’occupazione, travolto e distrutto il potere contrattuale dei lavoratori che scontano una significativa riduzione dei salari cui fa riscontro un forte aumento dei ritmi di lavoro, un deciso peggioramento dei carichi di lavoro ed infine l’oggettivo soffocamento di qualsiasi rivendicazione.

Negli spot giovani atletici e forti cantando e sorridendo si affaccendano fra pacchi vari, ma forse la realtà è un po’ meno rosea.

Lo descrive l’ articolo che svela i retroscena di questa realtà paradisiaca.

Amazon è il contrario di ciò che afferma di essere: lungi dall’essere espressione della ‘libertà’ del commercio è in realtà il monopolista pressocchè incontrastato del commercio elettronico che altera e corrompe tutte le regole concentrandosi solo sull’imperativo del consumo.

Tanto per fare un esempio, non bastava aver reso Pasqua e Natale un momento di estremizzazione della compravendita dei sentimenti, ecco che appaiono come per incanto dei giorni – stabiliti da Amazon – di ‘risparmio’, ‘occasioni imperdibili’, per indurre all’acquisto di prodotti non necessari, spesso non utili e certamente obsoleti quasi subito.

Lo spreco è sistematico nel mondo di Amazon: per citare solo uno degli esempi proposti nell’articolo, alcuni addetti hanno testimoniato che in una settimana sono stati distrutti più di 200.000 prodotti indifferentemente scelti fra quelli restituiti e quelli nuovi.

Oltre a controllare i prezzi in questo modo si può eliminare la necessità dello stoccaggio. In altri termini è più conveniente distruggere le merci che spendere per conservare oggetti che, se non raggiungono immediatamente l’obiettivo del massimo guadagno, diventano fonte di spese e dunque da eliminare nel più breve tempo possibile.

Tutto ciò ha enormi conseguenze per l’ambiente, anche perchè si mandano spesso al macero prodotti elettronici che rilasciano sostanze chimiche pericolose. E dimostra che il nostro sistema economico non è sostenibile ed ha difetti strutturali: se distruggiamo merci integre, vuol dire che produciamo in eccesso e siamo schiavi della cultura dell’usa e getta.

Mentre si magnifica il contributo dato allo smercio di grandi quantità di prodotti ad esempio di aziende italiane, si tace prudentemente sul numero purtroppo enorme di aziende che hanno chiuso i battenti a cominciare dai negozi grandi e piccoli.

Dietro la falsa volontà di ‘offrire un servizio’ per aziende ‘grandi e piccole’ c’è il tentativo, neanche tanto nascosto, di divenire l’unico referente dei consumatori distruggendo le competenze di aziende grandi e piccole che gestiscono il mercato e rendendo più pericoloso il lavoro di ogni singolo addetto che poi, eventualmente, ove non possa più espletare la propria attività , viene rapidamente, silenziosamente, licenziato ed espulso dal mondo del lavoro.

Nel contempo il consumatore non si trova più davanti un essere umano cui chiedere, eventualmente, spiegazioni ma il terminale di un computer. E tutto questo per salvaguardare il profitto di pochi in rapporto all’interesse di molti.

Di fronte a tutto ciò che intacca profondamente anche i principi del liberalismo classico, non basta imporre tasse alle multinazionali, non basta sorvegliare con più efficacia le relazioni fra lavoratori e datori di lavoro, occorre ripristinare un sistema in cui nessuno possa pensare di utilizzare di propri dipendenti come oggetti e la forza lavoro non sia solo una variabile economica ma l’attività di uomini e donne con i loro pensieri, problemi, aspirazioni.

Passando dalla poesia alla prosa, bisogna insomma guardare in faccia la realtà: Amazon è un raffinato sistema di sfruttamento e di rapina che grava sui più deboli.

Non si tratta di un complotto, come sembrano pensare alcuni, è un aspetto del capitalismo monopolistico contemporaneo, un effetto della confusione fra scienza e tecnologia che fa sì che molti siano silenziosamente espulsi dal mondo del lavoro e soggiogati dall’uso indiscriminato di una serie di sistemi ‘automatici’ apparentemente neutrali e innocui che finiscono, fra le altre cose, per azzerare le relazioni umane e dare l’idea che l’intermediario, la macchina, sia l’autore del sistema, e gli effetti, la miseria, un fatto ineluttabile, un prodotto ‘naturale’ del cambiamento.

Insomma è giunto il momento di riflettere prima di affrettarsi ad una delle tante saghe del consumismo che, generosamente, Amazon, o chi per essa, ci propone. Più ancora ricordare che prima di tutto siamo cittadini ed è questa la qualifica che definisce la dignità del singolo e della comunità, che tutela la libertà di tutti e di ognuno. E la libertà non si acquista in saldo.

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One Response to “Amazon, lo spreco che non ti aspetti”

  1. Da poco ho cercato di dissuadere una carissima e stimata amica. autrice di scritti pregevoli, l’ultimo più dei precedenti, dal rivolgersi ad Amazon nonostante la difficoltà riscontrata di raggiungere alcuni destinatari sperati e meritati, aggiungerei. Credo di esserci riuscita. Anch’io ho quasi azzerato il mio ricorso ad Amazon, tranne che per quanto non trovo in altro modo sul mercato. Ho rinunciato al risparmio, se il risparmi è Amazon. Suggerisco a chi non lo avesse ancora visto il film di Ken Loach, “Sorry we missed you”. E” come se lo spettatore si unisse al al calvario dei fattorini di Amazon o di ditta equivalente.

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