Una iniziativa itinerante per conoscere le esperienze di gestione dei beni confiscati alla mafia presenti nella nostra isola.

Sono più di quindicimila questi beni e ognuno di essi ha una storia, storie positive e negative, di abbandono, di malaffare ma anche di utilizzo proficuo, con aziende e strutture che danno lavoro e offrono occasioni di socialità.

Raccontare queste storie è già importante, denunciare tutto quello che ancora non va nella gestione di questi beni è un passo ulteriore, ma l’ambizione è più alta, formulare una nuova proposta di legge che miri al superamento delle attuali criticità in modo da poter utilizzare efficacemente la ricchezza sottratta ai mafiosi dando lavoro, servizi sociali e spazi di incontro ai cittadini, soprattutto ai giovani spesso costretti ad emigrare.

E così come i peripatetici si facevano venire le idee camminando, ha detto Giovanni Abbagnato, durante l’incontro on line, preparatorio ma anche scaramantico, dello scorso 16 settembre, i nostri attivisti dell’antimafia hanno deciso di mettersi in marcia e il giorno 17 sono partiti in camper per la prima tappa, un agrumeto di Ciaculli, in provincia di Palermo.

A promuovere quest’avventura sono I Siciliani giovani e Arci Sicilia, con il sostegno di Banca Etica e di Geotrans che della gestione virtuosa di un’azienda confiscata è tra gli esempi più significativi.

La spinta viene dalla volontà di continuare il percorso iniziato con il monitoraggio dei beni messi a bando dall’Agenzia Nazionale per i Beni Sequestrati e Confiscati ma rivelatisi ancora nella disponibilità dei mafiosi, a Gravina di Catania come a Palagonia. Un percorso parallelo a quello compiuto Commissione Regionale Antimafia, presieduta da Claufio Fava.

L’itinerario de ‘Le scarpe dell’antimafia’ è ormai prossimo alla conclusione, Come leggiamo sulla pagina Facebook dedicata all’evento, l’uno ottobre porterà la “nostra proposta di riuso sociale dei soldi dei mafiosi” anche nei territori della provincia di Catania, per una visita ad alcuni beni confiscati e per alcuni incontri di approfondimento, ad Acireale, a Misterbianco, a Catania presso la Geotrans.

Molte le tappe gia attraversate, da Naro, dove la cooperativa Rosario Livatino gestisce i terreni sequestrati dal giovane magistrato, oggi coltivati a seminativo e in parte a vigneto dando lavoro anche a lavoratori stagionali, ad Acate, in provincia di Ragusa, dove azioni simboliche hanno già richiamato l’attenzione su una azienda confiscata mai assegnata, che sta per essere messa in vendita.

Soste anche in altri centri dell’isola, da Palma di Montechiaro a Favara, a Vittoria, dove si è discusso di caporalato, sfruttamento e grande distribuzione organizzata,

Uno dei tasti dolenti che emerge con insistenza nelle occasioni di dibattito è quello delle risorse finanziarie sottratte ai mafiosi che finiscono nel Fondo Unico per la Giustizia ma non vengono utilizzate per la gestione dei beni confiscati.

Come ha detto, con la sua solita concretezza, Luciano Modica al momento della presentazione dell’iniziativa, non solo le aziende ma anche i beni immobili, le case, i terreni vanno gestiti.

“Se mi affidano un terreno anche di 5 o 6 ettari, per poterlo gestire devo innanzi tutto recintarlo perché non diventi una discarica, devo liberarlo dalle erbacce, anche per evitare gli incendi, e continuare a tenerlo in ordine per poi poterlo coltivare. Come farò se non ho un euro a disposizione?”

Un problema che si pone anche per gli appartamenti, come ha raccontato Abbagnato citando il caso di un appartamento assegnato ad una associazione, “come si fa quando il condominio si presenta con le spese per la ristrutturazione dell’immobile?”

Quanto alle aziende, Modica individua anche per queste alcune criticità non risolte che andrebbero affrontate anche con interventi normativi e con una maggiore flessibilità. “Chi subisce il sequestro – dice Modica – si organizza per non perdere il suo bacino di utenza e continua ad avere il controllo del territorio”. E gli fa eco Abbagnato sottolineando che ogni territorio ha le sue specificità, la specificità della mafia che lo occupa. Alle istituzioni tutto questo non è chiaro.

Con grande onestà Abbagnato riconosce anche l’esistenza di un problema di comunicazione tra i soggetti che fanno antimafia sociale e anche tra coloro che gestiscono i beni confiscati, “sarebbe fondamentale creare un ‘sistema’ dei beni confiscati presenti sul territorio in modo da superare l’isolamento del bene confiscato”.

Molto attenti alla questione del dialogo con i più giovani sono i ragazzi che fanno il servizio civile presso il Giardino di Scidà. Bisogna cercare di interessarli e coinvolgerli, a partire dalla opportunità di riappropriarsi degli spazi, dice Giulia, e soprattutto occorre trovare nuove forme comunicative, adatte a loro, come osserva Alberto: “abbiamo i contenuti, ma non abbiamo ancora trovato le modalità per comunicarli efficacemente”.

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