Cambiamento climatico, fonti energetiche rinnovabili, transizione ecologica (ora abbiamo anche il ministero!) sono espressioni entrate ormai nell’uso comune.

I ragazzi del FFF (Fridays For Future), e non solo loro, scendono in piazza per chiedere ai governi interventi urgenti per invertire la rotta, tagliare le emissioni che distruggono l’atmosfera e fanno innalzare la temperatura del pianeta, sciogliere i ghiacciai e alzare il livello del mare tanto da sommergere le città costiere desertificando, nel contempo, terre oggi coltivabili con la conseguenza di costringere milioni di persone ad emigrare dalle aree calde del globo.

Uno scenatio drammatico che turba i nostri sonni ma non impedisce che continui ad essere distrutta la foresta amazzonica, polmone del pianeta, che si continui a rinviare la fine dell’uso del carbone per non fermare la locomotiva economica che fa arricchire pochi e impoverire la maggor parte degli abitanti della terra.

E mentre si discute della enorme quantità di carburante necessario per far camminare le automobili e volare gli arei, una decina di miliardari distrugge risorse ed emette gas nocivi solo per provare l’ebbrezza di galleggiare nello spazio.

In questo contesto di contraddizioni eclatanti e paure rimosse perché troppo inquietanti, poco si parla di cambiamentio dello stile di vita. Preferiamo ragionare sui pro e i contro delle varie fonti energetiche, nuclerae compreso, piuttosto che riflettere sull’opportunità di cambiare abitudini di vita, riducendo gli oggetti, spesso inutili, di cui ci circondiamo, non seguendo le mode che ci inducono a cambiare vestiti ad ogni stagione e via discorrendo.

Avremmo così bisogno di meno energia e produrremmo meno rifiuti, con un doppio vantaggio per la salute del nostro pianeta.

Senza smettere di lottare per il cambiamento degli obiettivi della politica e dell’economia, sono molti i gesti e i comportamenti quotidiani che potremmo cominciare a cambiare, cpme quello di bere una bibita da una lattina.

Riproponiamo, quindi, come esempio l’articolo con cui, mesi addietro, abbiamo ricostruito il percorso compiuto da una lattina (che abbiamo comprato a un prezzo irrisorio e butteremo via dopo averla svuotata in pochi minuti) prima di arrivare nelle nostre mani.

E capiremo perché, bevendo quella coca cola o quella sprite, diventiamo distruttori dell’ambiente.

Partiamo dal metallo con cui la lattina è realizzata, l’alluminio.

Un metallo argenteo, duttile e leggero che – pur essendo molto presente sulla crosta terrestre – si trova sempre combinato con altri elementi.

Il minerale usato per produrlo è la bauxite, una roccia sedimentaria che si trova prevalentemente in cave a cielo aperto e che deve essere estratto e lavorato con un procedimento costoso che necessita di grandi quantità di energia meccanica, termica ed elettrica.

Ecco perché, anche se la bauxite è presente un po’ ovunque, dall’Australia alla Sardegna, la lavorazione del minerale estratto viene fatta nei paesi del nord Europa come Svezia e Norvegia oppure in Canada, dove l’energia – fornita da impianti idroelettrici – ha un costo basso.

Nel complesso tutte le operazioni di scavo, frantumazione e trasporto comportano il consumo di grandi quantità di energia e la produzione di grandi quantità di rifiuti fortemente inquinanti (i fanghi rossi) che sono stati a lungo scaricati nei fiumi o nel fondo dell’oceano e che oggi si stoccano in bacini artificiali che hanno dato luogo a disastri ambientali.

L’alluminio ottenuto dalla lavorazione viene colato in lingotti, che vengono poi trasportati altrove, riscaldati e ridotti in lamine con un procedimento che comporta altro dispendio di energia.

Le lamine di alluminio, avvolte in bobine da dieci tonnellate, vengono trasportate in altri laminatoi a freddo, rese ancora più sottili e pronte per la fabbricazione,

Inviati nel paese di produzione (altro trasporto, altra energia), i fogli vengono punzonati e formati in lattine che vengono poi lavate, asciugate, verniciate con uno strato di base e poi dipinte con le informazioni specifiche sul prodotto.

Le lattine vengono poi laccate, flangiate (sono ancora senza coperchio), spruzzate all’interno con un rivestimento protettivo, pallettizzate e spedite all’imbottigliatore. Qui vengono lavate ancora una volta e riempite con acqua mescolata a sciroppo aromatizzato, caffeina e anidride carbonica.

Ognuno di questi componenti ha una sua storia e un suo percorso, come lo zucchero che viene raccolto nei campi di canna da zucchero in Brasile o in India, trasportato, macinato, raffinato e spedito o la caffeina che viene spedita da un produttore chimico al produttore di sciroppo.

Una volta riempite le lattine vengono sigillate con un coperchio di alluminio ‘pop-top’, inserite in cartoni stampati che, a loro volta, sono fatti di pasta di legno che può aver avuto origine ovunque, dalla Svezia o dalla Siberia alle foreste vergini della British Columbia. Nuovamente pallettizzate, le lattine vengono spedite a un magazzino di distribuzione regionale, e poi ad un supermercato dove noi le troviamo esposta e le acquistiamo.

In pochi minuti ne beviamo il contenuto e poi le buttiamo via, raramente le destiniamo alla raccolta differenziata, da dove l’alluminio può essere riciclato, un procedimento che comunque avrà anch’esso bisogno di una certa quantità di energia.

Abbiamo raccontato la storia di una lattina, ma storie simili si possono raccontare di ogni altro prodotto che consumiamo.

Se non si prende coscienza dell’impatto sull’ambiente dei nostri gesti quotidiani e del nostro stile di vita, resta velleitario ogni discorso sui problemi ambientali e sulla riduzione dell’effetto serra.

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