“Siamo madri, sorelle, donne tunisine che, nella frontiera del Mar Mediterraneo, hanno perso i propri cari – figli, figlie, fratelli e sorelle – morti o scomparsi a causa delle politiche migratorie europee che negano diritti, storie e vite umane.

Molti dei nostri cari, si legge su “La coperta della memoria“, sono ancora oggi dei numeri senza volto, scomparsi nell’indifferenza politica e sociale. 

Per restituire un nome a queste persone e per riconoscere le loro storie, abbiamo deciso di partecipare al progetto della #copertadiYusuf, nata a Lampedusa all’indomani dell’annegamento del piccolo Yusuf, ennesima vittima del mare spinato”. 

In un mondo dominato dall’emergenza della pandemia, nel Mediterraneo si continua a morire, mentre nei lager libici, con il sostegno dell’Italia e dell’Europa si rafforza un sistema che programmaticamente calpesta i diritti umani

Il 3 ottobre 2013 davanti all’isola di Lampedusa, morirono 368 persone, uomini, donne e bambini, in fuga dalle loro terre, alla disperata ricerca di un’esistenza dignitosa.

Il 3 ottobre 2021 le donne tunisine, parenti di migranti scomparsi nel tentativo di attraversare il Mediterraneo, che hanno creato la “Coverture de la Mèmoire”, si sono ritrovate a Lampedusa, dove numerose associazioni insieme al Forum Lampedusa Solidale hanno organizzato un evento per unire le coperte della memoria nate nel Mediterraneo – da Lampedusa alla Tunisia, dalla Val Susa a Bergamo alla Piana di Gioia Tauro, collegandole ad altre coperte del Centro America.

Ogni ‘mattonella’ che compone la coperta rappresenta la storia di una persona perduta lunga la rotta migratoria e ricorda una persona che ancora si ricerca e per cui si chiede verità e giustizia.

Le donne tunisine sono arrivate in Sicilia per portare avanti la ricerca e l’identificazione dei corpi dei parenti scomparsi, incontrare gli avvocati e continuare a denunciare attraverso la memoria questi crimini. Sono sostenute da una rete di associazioni (tra le altre, Carovane Migranti, Rete Antirazzista Catanese, LasciateciEntrare, Borderline Sicilia, Accoglienza ControVento) che nel tempo ha messo a disposizione avvocati per seguire le cause e lanciato raccolte fondi per sostenere la loro ricerca in giro per l’Italia.

Dopo numerosi appelli, alle autorità italiane e tunisine rimasti senza risposta, le mamme si sono sottoposte alla prova del DNA, test importantissimo per l’identificazione dei corpi. Identificazione tanto più urgente, visto che la maggioranza dei corpi dei migranti morti in mare in questi anni non è mai stata recuperata né identificata. Spesso, anche quando i corpi vengono estratti dal mare, non avviene alcuna identificazione e quindi le salme finiscono per essere sepolte in tombe anonime, contraddistinte soltanto da numeri.

Per modificare e sbloccare questa situazione, le donne tunisine parenti dei dasaparecidos del Mediterraneo, nell’incontro con le associazioni del 6 ottobre a Palermo (Medu, Cledu, Sea Watch, Ongi Etorri Errefuxiatuak), hanno chiesto:

La collaborazione con la società civile, le associazioni e le autorità italiane per costruire un sistema di ricerca e di identificazione dei migranti dispersi nel Mediterraneo e per sostenere logisticamente, legalmente e psicologicamente gli sforzi delle famiglie alla ricerca dei propri cari;

La riesumazione e l’identificazione dei corpi seppelliti nei cimiteri siciliani e a Lampedusa, a partire da quelli dei loro figli/fratelli scomparsi. In particolare, il recupero dei corpi dei naufragi di Lampione del 6.9.2012 e del 30.6.2021;

La possibilità per le donne tunisine di partecipare a un incontro annuale in Sicilia e a Lampedusa, con lo scopo di continuare a denunciare i crimini contro le persone che migrano e per condividere e discutere pratiche e strumenti di ricerca per la verità e la giustizia.

Da parte delle Associazioni che le supportano è stata sottolineata “la necessità di ricostruire uno spazio di memoria viva in cui le voci dei dispersi, delle loro madri, sorelle e fratelli, possano trovare lo spazio e l’opportunità per raccontarsi, per denunciare, per chiedere giustizia per tutti. Uno spazio che possa essere anche un luogo di cura del dolore che viviamo e ci attraversa, uno spazio per la liberazione collettiva da questo senso di impotenza che rischia di toglierci forza per resistere alla necropolitica dei governi europei e di Frontex.

Abbiamo bisogno tutti quanti noi di luoghi in cui dai molti racconti, dai molti vissuti, ricostruiamo la dignità dei martiri della frontiera, la legittimità di chi si oppone alla barbarie, le responsabilità di chi ha prodotto tutto questo”.

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