Catania, una città in crisi, quasi senza identità, travolta dal degrado urbano, in balia degli eventi atmosferici. Nè Milano del Sud, nè capace di valorizzare un territorio ricco di storia e di risorse. Lontana dai circuiti culturali più significativi, preda di una criminalità organizzata che non allenta la presa. Antonio Fisichella, con questo contributo, prova ad indagare, rifiutando scorciatoie e semplificazioni apparse sulla stampa locale, sulla vera natura della crisi.

Le riflessioni  sull’identità di una città nei momenti di crisi si intensificano, si fanno impellenti e più acute. Sta succedendo anche a Catania.

Dinanzi alle montagne di rifiuti per strada, al record negativo delle vaccinazioni anti covid, all’alluvione che ha  travolto una città senza difese, ognuno di noi si è chiesto cosa sia diventata Catania.   

Persino “La Sicilia” l’ha fatto: i suoi giornalisti hanno confezionato una serie di articoli sulle condizioni della città,  culminati nel “forum” di domenica scorsa che ha visto la partecipazione del sindaco Pogliese.   

Ed entrambi, redazione e capo dell’amministrazione,  come fossero un tutt’uno, non si sono lasciati sfuggire l’occasione di trasformare una tragedia in farsa, dando vita ad    una volgare, beffarda, persino cinica rappresentazione della vita di 300 mila persone che ogni giorno misurano la difficoltà a vivere in un deserto di opportunità, servizi e diritti.

Catania guida le classifiche nazionali del degrado urbano. Sull’ambiente, l’acqua i rifiuti, l’aria e la mobilità occupa la penultima posizione (104esima su 105 città); è terzultima per i diritti dell’infanzia (104esima posizione  su 107); nella complessiva graduatoria sulla qualità della vita stilata ogni anno dal “Sole 24 ore” giace estenuata nelle ultime posizioni da un tempo infinito.

Primeggia invece nella classifiche più drammatiche: ha abnormi tassi di criminalità minorile, supera persino Napoli e Palermo per quanto riguarda il numero di minori coinvolti nel circuito penale; ha un indice di evasione scolastica del 23%, due volte e mezzo la media europea. Svetta nel consumo di suolo e nella cementificazione del territorio Galoppa in doppia cifra quanto a livelli di disoccupazione, povertà assoluta e relativa. Come se non bastasse il Comune è in bancarotta.

Viviamo la più grave crisi che la città abbia mai attraversato.  Una crisi strutturale.   I rifiuti, l’alluvione, il deficit accumulato sulle vaccinazioni non sono fuori da questo quadro. Anzi, rappresentano il portato quasi inevitabile, la conseguenza più  appariscente di una città ormai allo stremo, abbandonata a se stessa.     

Ma si sa, laddove manca la risolutezza e il coraggio subentra la furbizia: la realtà viene totalmente ribaltata, le vittime diventano carnefici. E gli unici responsabili dello sfascio in cui siamo precipitati diventano i cittadini e la presunta mentalità di cui sono prigionieri.

Già, “mentalità“, la più inafferrabile delle parole, un’araba fenice pronta a rinascere dalle proprie ceneri per coprire un arco tanto vasto quanto incerto e nebuloso di fatti, circostanze e comportamenti. La mentalità è da sempre uno strumento flessibile in mano alle classi dirigenti per giustificare inerzie e fallimenti.

Così, a parere del direttore del giornale, dietro i numeri delle vaccinazioni e dell’immondizia, “si nascondono indolenza per le regole, profondo disinteresse verso la comunità, spiccato senso di impunità, deriva della spittizza di cui ci siamo nutriti”.

Più avanti, nello stesso editoriale, si chiede: “chi sappia parlare – di vaccini e più in generale di legalità e di regole – alla gente di Librino, di Fossa Creta, di via Ustica.” Già la gente, quasi che in quei quartieri non vivessero cittadini ma un’irredimibile accozzaglia, “classi pericolose” geneticamente incompatibili con il vivere civile. Un modo singolare di esprimersi che cela se non disprezzo, un sottile fastidio.

Forse non sa che lì sono molti a  costruire legalità e regole: migliaia di persone che  lavorano onestamente,  associazioni e volontari che subiscono danneggiamenti e attentati nel silenzio delle istituzioni,  dirigenti scolastici e professori che operano in istituti di assoluta eccellenza, ragazze e ragazzi che studiano e si prendono cura della propria scuola.   

Enormi giacimenti di cultura, educazione e di lotta concreta e quotidiana al sistema mafioso che soffrono solo di un male: la solitudine e la distanze delle istituzioni.

Salvo PoglieseE il sindaco? Appare come separato dalla città, incapace diraccogliere il grido di dolore che sale da una comunità dilaniata da profonde e mai sanate fratture sociali, culturali ed economiche.   

In due paginone di forum ha elencato i soliti progetti milionari e ha posto sul banco degli imputati: “l’indolenza dei cittadini”, in primo luogo quelli delle periferie da cui, senza arrossire, dice che “si sarebbe aspettato di più”.

Ha offerto una desolante prova di sé,  una ricostruzione pasticciata, persino ridicola: un rocambolesco scarica barile in cui i cumuli di immondizia sono prodotti dai   ”refrattari alle regole, quei quarantamila catanesi che hanno il porta e porta e vanno a depositare i rifiuti nei cassonetti di altre zone della città, mentre molti pendolari dei comuni dove c’è il porta il porta vengono a buttare i loro rifiuti in città”.

Tutto il resto, per il primo cittadino, va bene: il default sui vaccini riguarda la provincia e non la città, lo stesso vale per la cementificazione del territorio da cui Catania e la sua giunta sono del tutto immuni.  Insomma, Catania è una città normale.  In queste ore, in questi giorni, in questi terribili momenti, dovevano essere pronunciate poche e semplici parole: “Sono necessarie scelte coraggiose, urgono  svolte nella conduzione della cosa pubblica”. All’unisono, redazione e sindaco non l’hanno fatto.   

In questo gioco le responsabilità vanno continuamente ribaltate: le vittime debbono trasformarsi in carnefici.  Nel passato, la pervicace volontà delle classi dirigenti di evitare ogni serio esame di coscienza  ha posto le basi delle derive dell’oggi.   Catania rischia di rimanere prigioniera di un passato che non passa.   

Ma la città, oggi più che mai, dentro la pandemia e con il piano nazionale di ripresa, ha bisogno di un grande dibattito per risanare le sue ferite.  C’è, nonostante le difficoltà, uno spazio per agire, per progetti e percorsi in grado di  costruire una città più giusta. Scuola, sanità, ambiente e qualità della vita sono le priorità.

Occorre smuovere le acque con serietà, competenza  e passione. Un ruolo importante spetta alle associazioni, al terzo settore, alle tante energie positive che ogni giorno operano e agiscono nella nostra realtà. E’ ora di battere un colpo.

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2 Responses to “Catania, quando la tragedia si trasforma in farsa.”

  1. Francesco CONSOLI
    November 18th, 2021 at 12:44

    condivido parola per parola quanto scritto, ma mi e vi chiedo, chi elegge i nostri amministratori, sindaco, Presidente della Regione. A mia memoria, e sono tanti, non ricordo periodi di cui andare particolarmente fieri se non pochi momenti della amministrazione Bianco, peraltro piu estetici che di sostanza, che lo hanno portato ai vertici della nostra “sporca” politica. Mi sono sempre sforzato di rispettare e seguire le leggi, ma se non curiamo la cultura e la conoscenza delle nuove generazioni abbiamo poche speranzw

  2. Antonio Barbagallo
    November 19th, 2021 at 06:03

    I cittadini devono capire che dietro il sindaco e assessori c’è una struttura organizzativa che, ad ogni elezione e cambio di facciata, loro sono sempre lí e tengono le redini. Tutti a indicare la carrozzeria quando,invece, la macchina cammina grazie al motore nascosto al suo interno. I cittadini dovrebbero pretendere,rimboccarsi le maniche e lottare contro la mala cittadinanza e la mala gestione. Sono in pochi a farlo ma, fortunatamente, ci sono.
    Una cittadinanza attiva a tutela del territorio e del bene comune col sistema della tolleranza zero. Un leader come Francesco Borrelli o Lino Polimeri darebbero una visione migliore delle cose.

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