Misterioso e contraddittorio questo Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR) da cui ci aspettiamo di tutto e di più.

Misterioso perchè, al di là delle linee guida, ne sappiamo poco e niente, e come noi ne sanno poco il parlamento, le parti sociali, i presidenti di regione.

Contraddittorio perché, sebbene nasca con l’obiettivo di ridurre il divario tra aree più sviluppate e aree meno sviluppate, sta di fatto camminando nella direzione opposta.

Se è vero che il Sud Italia è una delle regioni più povere dell’intera Europa, per risollevarne le sorti bisognerebbe assegnarle risorse di gran lunga superiori a quelle destinate alle aree più progredite.

E, invece, il Sud, vale a dire noi, in particolare la nostra classe dirigente, stiamo accettando senza protestare che ci venga riservato solo il 40% delle risorse destinate all’Italia, una percentuale calcolata sulla base della popolazione residente, non certo sui servizi che andrebbero potenziati per mettere il Mezzogiorno in situazione di parità con le altre aree del paese. Sempre che sia vero che questi soldi ci vengano destinati.

E’ iniziato con queste argomentazioni l’intervento del giornalista dell’Espresso Antonio Fraschilla, invitato, insieme alla preside Cristina Cascio e al sindacalista Alfio Mannino, ad un confronto sul PNRR organizzato dall’Associazione Memoria e Futuro per dare inizio al secondo ciclo del Forum permanente sul Mezzogiorno.

Non fa sconti a nessuno Fraschilla, non alla classe dirigente locale che, dopo gli sprechi e le malversazioni dei decenni passati, si dimostra incapace di affrontare i problemi del presente, non ai governi Conte 2 e Draghi che, oltre ad aver preso – unico paese d’Europa – in prestito ben 120 miliardi del Recovery (che andranno restituiti con problemi di indebitamento del paese), non hanno ancora definito in modo concreto gli obiettivi che possono avvicinare il Sud agli standard del Centro-Nord.

Del più grande piano di investimenti dal dopoguerra, il Mezzogiorno rischia di vedere solo le briciole, tanto più che i soldi vanno spesi entro il 2026 ed i progetti che si stanno portando avanti sono per lo più vecchi e spesso già finanziati, come nel caso della tratta ferroviaria Palermo-Catania.

E nessuno ci spiega – osserva il giornalista – che fine faranno i soldi che erano stati stanziati per quest’opera. Torneranno allo Stato? Andranno alle ferrovie? Verranno utilizzati per il territorio o finiranno altrove?

Analogo problema si pone per le infrastrutture previste per il Sud, gran parte delle quali erano già finanziate.

Assisteremo ad una partita di giro che libererà risorse dello Stato, che molto probabilmente non verranno utilizzate per il Mezzogiorno?

Comunque l’obiettivo della riduzione della forbice non viene tenuto presente, tanto che – per i porti – le risorse sono state assegmate in base al traffico merci attuale, impedendo di fatto Augusta o Gioia Tauro di raggiungere i livelli di Genova o Trieste.

C’è dell’altro. Se – prosegue Fraschilla – la procedura di assegnazione delle somme resterà quella concorsuale, vale a dire una procedura che mette i territori in competizione, il Sud resterà tagliato fuori perché non è in grado di attrarre queste risorse.

Anche noi di Argo lo abbiamo notato quando ci siamo occupati del bando sugli asili nido, da cui Catania è stata esclusa. Il bando attribuiva un punteggio nel caso di cofinanziamento da parte dell’ente locale, cofinanziamento impossibile per un Comune in dissesto come il nostro, e prevedeva un punteggio alto solo per i progetti esecutivi mentre i nostri erano ancora soltanto degli studi di fattibilità. Uno svantaggio, quest’ultimo, determinato in parte dall’incuria dell’amministrazione ma aggravato dall’assenza di tecnici esperti, di cui oggi gli uffici sono privi, anche a causa del blocco delle assunzioni.

La conseguenza è che gli asili nido (così come le altre opere) si faranno dove ce ne sono già un buon numero, e non sarà ridotta alcuna forbice.

Oggi il governo promette l’assunzione di tecnici per il Sud proprio per permettere a quest’ultimo di fare progetti che catturino le risorse europee, ma si tratta di una prospettiva comunque inadeguata, quanto meno sul piano dei numeri. Una grossa città come Napoli – ricorda Fraschilla – avrà solo quattro tecnici, a tempo determinato.

E comunque il problema non è solo quello di costruire strutture: “le strutture vanno gestite, va assunto il personale e vanno assicurati i servizi, andrebbe affrontato quindi il problema della spesa corrente, che non viene, invece, preso in considerazione”, come osserva Fraschilla.

Si profila, piuttosto, la prospettiva di un aumento degli investimenti privati, per i quali il PNRR prevede incentivi, ma senza che siano state fissate le regole, in mancanza delle quali rischiamo grossi danni ambientali, come dimostra quello che sta avvenendo nel settore del fotovoltaico.

Come saranno potenziati i servizi nella sanità e nella scuola? Come sarà garantito lo sviluppo sociale in un paese in cui buona parte della popolazione vive in piccoli centri o nelle periferie abbandonate a se stesse?

Il discorso di Fraschilla si conclude con una proposta provocatoria ma allo stesso tempo concreta: se il governo vuole davvero aiutare il Mezogiorno, deve bypassare le classi dirigenti locali, i sindaci, i ‘governatori’ del Sud, deve individuare strutture straordinarie di intervento per quello che è, a tutti gli effetti, un Piano straordinario.

Altrimenti assisteremo ad un flop, con grave detrimento per tutti, perché – ricordiamolo – se non riparte il Sud non riparte l’Europa.

Sullo scarto tra i bisogni dei siciliani e la qualità della classe dirigente regionale si è soffermato anche Alfio Mannino, segretario generale della CGIL Sicilia, rammaricandosi del fatto che i nostri uomini politici siano bloccati attorno ad interessi elettorali. Quello che ci aspetta, ha soggiunto, è un anno di campagna elettorale, vale a dire “un anno perduto” rispetto ad un progetto di crescita e sviluppo che nessuno ha finora elaborato.

A suo parere, manca anche un assetto istituzionale adeguato, come dimostra la grave questione dell’edilizia scolastica, un tempo di competenza delle Province, che sono state abolite. Un problema grave, considerato che “a Catania, su 250 edifici scolatico, solo 23 hanno l’adeguamento sismico”.

Un altro esempio della inadeguatezza della classe dirigente è quello che riguarda i rifiuti. Il PNRR prevede, in questo settore, notevoli risorse per il ricliclo e il riuso, “mentre noi continuiamo a proporre i termovalorizzatori”, ricorda Mannino.

Anche sulla transizione energetica, a cui il PNRR destina molti fondi, la Sicilia si dimostra impreparata, avendo a disposizione solo un piano energetico regionale risalente al 2003, “in cui non c’è nulla su idrogeno, metano, reti che mettano a sistema l’energia solare”.

Alla esemplare esperienza dell’Istituto Angelo Musco a Librino, raccontata da Cristina Cascio,  che lo dirige ormai da 19 anni, dedicheremo presto un apposito approfondimento.

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