La violenza non è “fenomeno normale dello stare insieme, non è nemmeno la manifestazione di un conflitto esistente nel rapporto uomo-donna”.

Il conflitto nasce da un equilibrio di poteri, la violenza, di cui il femminicizio è il caso estremo, nasce invece da uno squilibrio, da una “logica proprietaria vissuta con atteggiamento predatorio”.

Sono le parole incisive che Annamaria Picozzi, procuratrice aggiunta a Palermo e consulente della commissione d’inchiesta parlamentare su femminicidi e violenza di genere, ha pronunciato durante il dialogo con Luca Gulisano nel format ‘Mezz’ora con’ dell’Associazione Memoria e Futuro.

Senza retorica e senza mezzi termini, Picozzi ha chiarito molti dei meccanismi tipici della violenza di genere, di cui sarebbe utile ed opportuno diffondere la conoscenza.

“La violenza non esplode all’improvviso, il raptus non esiste – afferma la magistrata – i femminicidi avvengono quando la donna prende coscienza di quello che sta subendo, non vuole più soggiacere a un rapporto di sopraffazione e cerca di affermare se stessa, decidendo di denunciare o chiedendo la separazione. Quello è il momento in cui avviene il femminicidio, perché, fino a quando la logica proprietaria funziona, l’uomo non ha bisogno di annientare la partner”.

Capita spesso – prosegue – che il maltrattante, quando si accorge di perdere terreno e che la vittima rischia di sfuggirgli, finga di pentirsi, prometta che non lo farà più, che cambierà. “Inizia una sorta di corteggiamento che induce la donna a credere a queste promesse, anche perché è facile credere ad un uomo che si ama, tanto più se c’è un progetto di vita comune, ci sono figli,”.

La donna, quindi, abbassa la guardia e rientra nel circuito da cui cercava di uscire. E’ un momento molto critico, che può indurre in errore anche i giudici.

Picozzi porta l’esempio di una donna, a Palermo, che aveva denunciato e ottenuto un divieto di avvicinamento. In seguito ad alcuni accadimenti vennero chiesti l’aggravamento e gli arresti domiciliari che la corte negò perché era emersa una riconciliazione

Ma la riconciliazione – sottolinea la procuratrice – fa parte del circuito della violenza, che ha la caratteristica di essere ciclico e di contemplare anche “fasi di luna di miele”.

Ecco perchè la magistrata insiste sull’importanza della formazione di tutto il personale che entra in contatto con le donne vittime di violenza, giudici civili e penali, procure, forze dell’ordine, assistenti sociali.

Altrimenti si può arrivare a situazioni abnormi, ad esempio l’individuazione di patologie, come la sindrome da alienazione parentale, da parte di psicologi chiamati a svolgere una consulenza senza avere tutti gli strumenti di conoscenza della situazione.

E’ ancora diffusa la convinzione che maltrattamenti e femminicidi siano reati di serie B, per affrontare i quali sarebbero sufficienti empatia e sensibilità. Nulla di più falso, per Picozzi: “per affrontare i processi che riguardano la violenza di genere servono formazione e preparazione”.

Accade anche che, a volte, la donna sia “lasciata sola da parte della famiglia di origine che, invece di sostenerla, la colpevolizza per aver compromesso il rapporto coniugale”.

Le donne arrivano con difficoltà alla denuncia, hanno paura che vengano loro tolti i figli, hanno paura di non riuscire a sopravvivere (essendo disoccupate o con salari bassi) e di non poter sostenere le spese legali, non sanno nemmeno di avere diritto ad una assistenza legale gratuita essendo previsto il gratuito patrocinio per le donne che denunciano violenza.

Anche questa, insieme a tante altre, è un’informazione che bisogna diffondere “se vogliamo che le denunce aumentino e che il fenomeno della violenza di genere, ancora in gran parte sommerso, emerga”.

Un ruolo essenziale – secondo la magistrata – può e deve svolgerlo la scuola, sin dalla materna. Bisogna aiutare i ragazzi a riconoscere le prerogative dell’altro come persona, a rispettarne la libertà, a capire che “di nessun altro si può dire ‘sei mia’, perché gli altri non sono oggetti di cui siamo proprietari.

Bisogna sfatare l’idea che gli atteggiamenti aggressivi facciano parte della natura maschile e far comprendere che sono piuttosto frutto di un tipo di cultura”.

Se, infatti, il fenomeno della violenza sulle donne è un fatto trasversale, presente in tutti i territori e in tutte le classi sociali – afferma Picozzi – è anche vero che i casi di violenza e i femminicidi sono più frequenti in paesi, come quelli mediterranei, in cui il ruolo di moglie e madre è più sclerotizzato e i maschi sono meno attrezzati ad accettare l’emancipazione femminile.

Nei paesi del nord Europa, dove c’è una maggiore equaglianza di opportunità tra uomini e donne, una distribuzione più equa delle mansioni domestiche e un grosso sostegno pubblico alla maternità, che evita che tutto ricada sulle spalle delle donne, il fenomeno è meno diffuso.

L’Italia, nonostante abbia un movimento forte che sostiene i diritti delle donne, ha dati statistici che registrano un numero altissimo di femminicidi. La strada per un cambiamento culturale, aggiungiamo noi, è ancora lunga.

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