“Sono emerse le criticità che si riscontrano a Catania, a partire dalla progressiva chiusura dei servizi sanitari per migranti dell’ASP e delle aziende ospedaliere che fa sì che, nei fatti, la possibilità di accesso al servizio sanitario si sta riducendo ai soli presidi di pronto soccorso” (P. Leocata, La Sicilia).

Anche di questo si è discusso a Catania il 21 dicembre scorso nel convegno su: “Accesso alla salute delle persone migranti: condivisione ed implementazione di modelli e buone prassi”.

Una giornata di riflessione e confronto promosso dall’associazione LHIVE Diritti e Prevenzione (già LILA) all’interno del progetto ‘Pro access’ 2021, gestito in partenariato con l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati.

Al centro il tema dell’accesso ai diritti da parte delle persone migranti, proposto a una platea articolata e competente.

Tanti i rappresentanti delle strutture pubbliche che si occupano di questi temi, quasi tutte presenti le associazioni del volontariato e del terzo settore (anche perché da anni si è sviluppato un proficuo e indispensabile ‘lavoro di rete’) e un buon numero di studenti universitari, visto che l’iniziativa si è svolta anche con il patrocinio del dipartimento e del corso di laurea in Scienze Politiche e Servizi Sociali.

Non si è trattato, però, di un momento finalizzato esclusivamente alla condivisione dei punti di forza e di debolezza del progetto, individuati nella relazione introduttiva dal coordinatore, il medico infettivologo Francesco Bellissimo.

A partire dagli interventi del sociologo Carlo Colloca, dello psicologo Giuseppe Raniolo e dell’infettivologo Luciano Nigro (presidente di LHIVE), si è puntato a un reale coinvolgimento dei partecipanti e a un proficuo scambio di competenze, esperienze e buone pratiche.

Centrale è stata, perciò, la scelta di articolare la discussione attraverso la formazione di specifici gruppi di lavoro, che, poi, hanno riportato considerazioni e proposte nell’assemblea plenaria.

Al centro delle riflessioni la consapevolezza, come scrive sempre Leocata, che “è il disagio sociale che slatentizza le condizioni che spingono al consumo di sostanze stupefacenti, alla malattia mentale, a sindromi psico-somatiche e a patologie trasmissibili”.

Da qui la necessità di implementare i servizi a “bassa soglia”, capaci di intercettare con maggiore incisività, perché di semplice e rapido accesso, le richieste di aiuto e l’importanza di operare un salto di qualità per garantire una effettiva sinergia fra tutte le agenzie che operano nel territorio.

In particolare, è stato denunciato che i servizi per i migranti che non hanno un titolo di soggiorno sono, di fatto, delegati alle associazioni di volontariato e/o del terzo settore

Di seguito le principali proposte emerse durante il lavoro dei gruppi:

  • Ampliare i momenti di formazione specifica su questi temi fra operatori e dirigenti dei servizi;
  • Garantire in tutti i servizi la presenza di mediatori culturali adeguatamente formati;
  • Migliorare l’accesso ai servizi di igiene mentale;
  • Applicare le leggi sull’accoglienza dei minori non accompagnati.

Ma soprattutto, la volontà di proseguire in un impegno comune, perché è necessario condividere e diffondere le buone pratiche.

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