Dopo il conflitto nella ex Jugoslavia, l’invasione russa dell’Ucraina riporta la guerra in Europa. Una guerra su cui si concentra tutta la nostra attenzione molto più di quanto non si sia concentrata su altre guerre, non meno aggressive, violente e distruttive, che si svolgono e si sono svolte lontano da noi.

Anche l’attenzione e la disponibilità all’accoglienza dimostrata verso i profughi generati da questa guerra sono state ben diverse rispetto all’atteggiamento assunto nei confronti dei profughi provenienti da altre guerre e devastazioni.

C’è un’altra differenza importante che caratterizza le reazioni a questa guerra. Molte persone di cultura pacifista hanno ritenuto e ritengono che sia opportuno e utile inviare armi all’Ucraina, il paese aggredito. Una soluzione mai proposta prima, né nei confronti di stati aggrediti, né in favore di movimenti/popolazioni (i palestinesi, i curdi) costretti a vivere sotto il dominio straniero.

Il movimento pacifista, quello che è stato contro la guerra, senza se e senza ma, appare oggi diviso al proprio interno, con una parte di esso che nutre sfiducia nella possibilità di perseguire con costanza e determinazione la strada delle trattative e dell’eventuale interposizione dell’ONU fra gli eserciti contrapposti.

Anche all’interno di Argo si è aperta una riflessione che ci vede concordi sull’analisi delle cause profonde e complesse della guerra, ma divisi su ciò che occorre concretamente fare.

Per questo motivo, vi proporremo singoli interventi dei redattori, rinunciando, per una volta, alla idea che sia l’intera redazione a esprimersi.

Proporre un dibattito articolato e civile ci sembra, inoltre, che possa contribuire a costruire, sia nel modo di discutere sia nel linguaggio, un’alternativa agli insopportabili, dominanti “toni da crociata”.

La voce che ascoltiamo oggi è quella di Sergio Fisicaro.

Accoglienza e solidarietà, secondo Catania No War, sono – assieme all’avvio di vere trattative – le modalità, riportate nell’articolo dei giorni scorsi, con le quali si deve reagire all’invasione dell’Ucraina da parte dell’esercito russo agli ordini di Putin.

Ma, se dopo un primo impeto di partecipazione, l’accoglienza e la solidarietà scarseggiano, che fare?

Un’avvocata ucraina che abita nella nostra provincia riferisce che all’inizio della guerra erano tante le offerte di solidarietà che le hanno permesso di inviare beni e medicinali in Ucraina. Adesso, non solo sono drasticamente diminuite le offerte, ma spesso le vengono chiuse le porte in faccia.

Una insegnante, anch’ella ucraina, che vive da 12 anni nella nostra provincia, conferma questo calo di attenzione e si sta impegnando a trovare nuove strategie per coinvolgere quante più persone nel prosieguo di altre manifestazioni di solidarietà.

Quanto all’accoglienza, buona parte di essa è nata spontaneamente, anche per la presenza di cittadini ucraini che lavorano nel nostro territorio e che sono stati di raccordo tra chi scappa dalla guerra e chi offre un tetto in attesa che la guerra finisca.

Purtroppo l’invasione e l’eccidio del popolo ucraino non sono influenzati dalle forme di accoglienza e di solidarietà, le cui funzioni sono solo quelle di “limitare i danni”.

Avviare delle vere trattative è l’altra soluzione pro\posta. Ma se è Putin a non volerle perché vuole sedersi al tavolo da una posizione di forza diversa dall’attuale? Tanti capi di Stato e di governo, così come autorevoli personalità internazionali (ultimo dei quali, lo stesso Segretario generale dell’ONU), cercano di avviare vere trattative, ma è chiaro anche a un bambino che la politica sanguinaria di Putin è quella di occupare tutta la regione a est e a sud dell’Ucraina, fino alla Moldavia, prima di sedersi ad un tavolo, al solo scopo di far accettare una situazione di fatto. E, per ridurre le perdite russe, Putin, attraverso le sue forze in campo, sta facendo utilizzare combattenti di altre nazionalità e persino gli stessi ucraini (e non perché filorussi) contro i loro stessi connazionali.

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Putin non ha accettato di partecipare a vere trattative non solo quando a chiederlo sono stati capi di governo e di Stato che al momento stanno inviando armi e aiuti, ma anche quando a chiederlo sono state autorità a lui molto vicine, come quelle turche o israeliane. Chiaro è stato Draghi nell’intervista al Corriere del 17 aprile, nella quale ha riferito che Putin alla richiesta di sedersi ad un tavolo di trattative ha risposto “I tempi non sono maturi”.

E nel frattempo? Le città vengono bombardate. Anche quelle che per due settimane erano state risparmiate. Ci riferiamo a Odessa, dove è morto anche un neonato di 3 mesi e a Kiev, dove sono stati lanciati 5 missili proprio nel giorno della visita del Segretario Guterres.

L’articolo su Catania No War pubblicato alcuni giorni addietro ha suscitato anche nella nostra piccola redazione un dibattito che non ci vede unanimi ma su posizioni diverse, relativamente a “Resistenza e Pacifismo”, mentre alcune asserzioni riportate avrebbero potuto far pensare che quella espressa fosse la posizione unanime della redazione di Argo.

Non tutti hanno fiducia nei sondaggi che vengono sfornati in tempi record (in cui “un’ampia maggioranza è contraria all’invio delle armi”), dove le risposte spesso sono condizionate dalle modalità di formulazione della domanda e dalle argomentazioni messe in campo.

Sappiamo quanto “l’opinione pubblica” sia facilmente incline ad indignarsi di fronte a stupri, violenze sui bambini, rapine nei propri posti di lavoro o nelle proprie case, quando questi fatti avvengono vicino a noi, mentre nello stesso tempo può essere indotta a esprimere un pensiero diverso se le si chiede di scegliere fra armi e servizi sanitari o genericamente alla persona.

Certamente l’invio di armi ha determinato più morti, ma il non invio oggi avrebbe determinato l’inesorabile occupazione di uno Stato sovrano, amministrato da un governo fantoccio, alle dirette dipendenze di Putin. Possiamo impedire ad un popolo libero di scegliere sul proprio futuro, senza dover tener conto di quello che decenni prima altri hanno deciso per loro?

Una parte della redazione si chiede come si faccia a imporre trattative a chi non le vuole fare. O, ancora: Come si garantiscono aiuti umanitari se proprio questi vengono bombardati dall’esercito russo? Come si garantiscono corridoi umanitari quando si spara proprio contro i civili che cercano di utilizzare i corridoi? Sentire le interviste di Francesca Mannocchi di civili privati di telefoni, denaro e costretti a non poter seppellire i propri morti, assistere alla morte di tanti cari senza poter far niente, fa capire ad alcuni di noi che anche in questa guerra si continua con i crimini contro l’umanità, senza riuscire a dare concretezza alle belle parole che sappiamo trovare senza declinarle nel concreto: solidarietà e accoglienza.

Una parte della redazione condivide l’opinione di Paolo Flores D’Arcais, sempre sul Corriere del 17 aprile, quando alla domanda: “E’ deluso dall’atteggiamento di un certo mondo pacifista?” risponde: “Mi sento tristissimo perché vedo persone con le quali ho condiviso le piazze negli ultimi trent’anni contro il berlusconismo, le prepotenze padronali, i problemi legati all’ecologia. Adesso li vedo avere un atteggiamento che a parole condanna l’invasione di Putin e nella pratica è ponziopilatesco perché non vuole aiutare l’aggredito più debole contro l’aggressore più forte nell’unico modo possibile: fornendogli le armi”.

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5 Responses to “Una pace difficile a farsi”

  1. Personalmente, credo che la scelta di puntare tutto sullo scontro militare, come sta facendo l’occidente, costituisca la grande vittoria di Putin, che del resto continuiamo a rifornire di denaro comprando il gas russo, a dimostrazione dell’ipocrisia delle nostre sanzioni. Credendo di difendere la libertà, stiamo accettando la sua visione del mondo, per la quale non esiste il diritto, bensì esiste la forza militare, unica a decidere la sorte dei conflitti.
    Le nostre società tendono a militarizzarsi, ad investire risorse in armi anzichè nella salvaguardia del pianeta, a criminalizzare il dissenso.
    Un mondo militarizzato è un mondo in cui continueranno ad esistere tanti Putin, tanti Assad, tanti Gheddafi, con tanti soldati pronti a obbedire agli ordini, mentre la nostra vera speranza era quella di un mondo di soldati capaci di obiettare e di rifiutarsi di bombardare.
    Grazie per aver espresso un punto di vista legittimo senza offendere nessuno!

  2. Salvatore Castro
    April 30th, 2022 at 05:55

    È tempo di “lacerazioni” . Prima il COVID ha permesso e sdoganato il linguaggio bellicista. Ci ha abituati alla normalità: le parole hanno un peso ed un significato. Vincere quella “Guerra” ci portava la “Pace” pertanto la pace è vittoria di una guerra. In questo processo aberrante si è smarrita la idea stessa che la Pace si fa con la Pace è, essa stessa, rifiuto della guerra. Disse Hitler a Goering dopo la prima ritorsione inglese sulla Germania: abbiamo vinto; abbiamo imposto le nostre regole.

  3. La pace non si può pretendere sulla pelle degli altri. Una scelta autenticamente pacifista pretenderebbe la chiusura di qualsiasi rapporto commerciale con l’aggressore, accettando il prezzo alto di questa scelta.

  4. Dibattito su Facebook tra Angela Disca e Maria Grazia Sapienza

    Angela Disca – Condivido questa analisi anzi mi sembra strano che ci siano dissensi all’interno della redazione di Argo. Condivido comunque ed apprezzo quanto state facendo per la pace. Mi piacerebbe un coordinamento con Palermo e Niscemi.

    Maria Grazia Sapienza – il dissenso verte sull’opportunità dell’invio di armi come strumento utile ad una strategia di pace

    Angela Disca – a mio giudizio, non lo è perché contemporaneamente sono stati mortificati tutti i tentativi di sedersi al tavolo delle trattative. Oggi ancora di più perché, se all’inizio l’invio di armi poteva servire per “aiutare gli ucraini ad aiutarsi ” per dirla con Bersani, oggi l’obiettivo dichiarato è la destabilizzazione e l’indebolimento della Russia.

    Maria Grazia Sapienza – Anche se al nostro interno c’è una diversa valutazione sull’invio delle armi, tutta la redazione ha la pace come obiettivo. Ci unisce anche la volontà di difendere il dialogo tra posizioni diverse, e quindi il tono pacato, la convinzione dell’onestà intellettuale dell’altro. Niente rissa o aggressività.

    Angela Disca – la rissa e l’aggressività sono funzionali allo spettacolo televisivo e non certo al confronto in un giornale. Mi pare ovvio. Pensavo che Argo Catania fosse vicino alle posizioni di Papa Francesco e di tutte quelle associazioni pacifiste contrarie all’invio delle armi Così mi era parso di capire. Mi sbagliavo.

    Maria Grazia Sapienza – allora non ci siamo capiti. La parte prevalente della redazione è proprio sulle posizioni che negano l’utilità e l’opportunità di inviare armi e far crescere l’escalation. Qualcuno tra noi non condivide questa posizione. Abbiamo pensato fosse giusto rendere pubblica questa differenziazione interna e dare voce anche al punto di vista favorevole all’invio delle armi. Altrimenti avremmo dovuto mettere a tacere la voce diversa. E magari litigare tra noi. Non ci è sembrato costruttivo e onesto. Abbiamo scelto di essere chiari sulle differenze.

    Angela Disca – c’è stato un equivoco. L’editoriale “Per la pace senza se e senza ma” pensavo esprimesse la posizione di tutta la redazione. Invece, circa l’invio delle armi, vi sono posizioni antitetiche e la redazione vuole limitarsi a favorire il dibattito tra le diverse voci. Io convintamente sostengo i movimenti pacifisti.

  5. Dieci settimane fa, all’inizio della guerra, era chiaro un fatto: la Russia di Putin è l’aggressore e il popolo ucraino l’aggredito, in quanto tale legittimato a rispondere con la risposta popolare armata. Alla richiesta dell’aggredito tutti i popoli europei hanno dato solidarietà e, quasi tutti, anche le armi richieste.
    Oggi la situazione rimane la stessa, ma aggravata dalla conoscenza di ulteriori elementi, quali gli interventi americani ed inglesi anche precedenti all’inizio del conflitto. Si aggiunge perciò un elemento che rende più complesso il giudizio: che in Ucraina si giochi una partita parallela a quella emersa finora, che gli ucraini stiano conducendo una guerra non solo in nome proprio, ma anche per conto di quello che credo legittimamente si può continuare a definire l’imperialismo americano.
    Alla accresciuta complessità deve corrispondere una maggiore attenzione da parte del nostro Paese, che deve tener insieme almeno due punti fermi: mantenere l’unità dei 27 stati europei, per la prima volta dimostrata, condizione per contare qualcosa in un panorama internazionale dominato da grandi protagonisti e da equilibri in costruzione, rispetto ai quali la posizione di un singolo Paese sarebbe insignificante; manifestare una misura nella solidarietà con l’Ucraina che, spinta dalla lotta, comincia a palesare tendenze estremiste presenti al suo interno. Compito non facile, che per fortuna mi sembra di intravedere negli interventi del nostro governo.

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