Argo si misura oggi con una novità, un audio da ascoltare, magari dopo aver letto l’introduzione che spiega l’origine del ciclo di letture sulla guerra che qualcuno si è sentito in dovere di “mettere in campo”.

La voce è quella di Andrea Sciuto, catanese trapiantato a Bergamo, docente di professione, volontario del Circolo dei narratori, che ha scelto un racconto di Vitaliano Brancati ambientato a Catania, che – in uno stile ‘postmoderno’, senza dire nulla sulla guerra – della guerra descrive i frutti sconvolgenti.

Dopo tre mesi, la guerra rischia già di essere un’abitudine. Le scene di dolore una notizia in mezzo alle altre, tra le performance di uno sportivo e le liti di una popstar. E, invece, chiunque abbia avuto dei nonni sa che le lacerazioni della guerra non guariscono in anni.

E prevedendo questo liquefarsi informativo (in me, prima ancora che nei media) mi sono sentito in dovere di mettere in campo la mia voce per una riflessione più continua, che non mi permettesse di abituarmi a questo stato. La mia voce e la letteratura mi sono sembrate lo strumento ideale per questa riflessione. Ho deciso di mettere in giro, come messaggi audio, una lettura ogni due giorni.

Speravo, lo dico onestamente, che i leader belligeranti si stancassero prima. E invece ne sta venendo fuori una catena che mi mette alla prova, mi costringe ad abbandonare per breve tempo il mio egoismo e concentrarmi su un’esperienza drammatica.

Detto così, però, sembra che tutto sia stato programmato dall’inizio. Che io abbia avviato questa esperienza sapendo già perché. In realtà, quel che è accaduto è che questa storia mi si è chiarita man mano, i testi stessi mi chiariscono il senso che ha il leggerli e condividerli.

Questo atteggiamento nei confronti della memoria di guerra deve qualcosa a un racconto di Vitaliano Brancati, ambientato nella mia Catania. La storia di uno che torna dalla guerra civile e… Non vi dico niente, quando avete finito di leggere ascoltatelo se vi va.

Ma anche così mi accorgo che sto dicendo male. Sembra che questa esigenza di narrazione sia spuntata dal nulla, come un fungo. Ma è più complicato di così. In realtà, da principio, dovevo rimediare a un’assenza.

Un’assenza mia, intendo. Io sono un catanese che vive al nord, questo si sarà capito. La città del nord è Bergamo. A Bergamo io faccio parte da qualche anno di un progetto chiamato “Il circolo dei narratori“: si tratta di un gruppo di volontari e volontarie al servizio delle biblioteche pubbliche, per le quali si presta a iniziative di promozione della lettura e letture pubbliche.

Bene: quando, questo inverno, è precipitata la situazione in Ucraina, noi del Circolo dei narratori avevamo ripreso tra mille difficoltà e cautele le narrazioni in biblioteca, e un gruppo di noi stava presentando un appuntamento di letture proprio sul tema della guerra. Abbiamo quindi pensato di ricavare degli audio dai brani che avevamo già preparato e di renderli pubblici in una pagina apposita del nostro sito.

Ecco, io non avevo partecipato personalmente a quell’evento in biblioteca. In questo senso volevo rimediare alla mia assenza. Volevo fare la mia parte ma anche rilanciare. Volevo raccontare, tirar fuori tutto, riferire dove ero stato, come in quel racconto di Brancati che citavo poco fa, dove… No, ok, abbiamo detto che non dico niente.

Anche questa però è una ricostruzione incompleta. Sembra ancora troppo una mia iniziativa privata ; e invece passare dalla lettura pubblica al messaggio audio non è affatto un’idea originale.

Bergamo, ricorderete, è stata particolarmente colpita dalla prima ondata pandemica. In quell’occasione, quando si visse un periodo di duro isolamento, percepivamo attorno a noi un bisogno diffuso di narrazione – vuoi per elaborare quanto stava accadendo, vuoi invece per distrarsene, vuoi ancora per il semplice contatto umano implicato nell’atto di raccontare. Solo che le biblioteche erano chiuse e non ci era permesso uscire per un’azione che le autorità consideravano frivola e inessenziale.

Inventammo allora “Racconti al telefono“: un’attività per cui, semplicemente, preparavamo narrazioni sotto forma di brevi messaggi audio da far girare, sia su richiesta che di nostra iniziativa. In più, ciascuno e ciascuna di noi ha inventato modi e canali per narrare: in particolare io personalmente ho creato “Andrea legge nel tubo“, poi diventato @andrealeggeneltubo, una serie di videoletture del sabato mattina .

Le letture del sabato mi hanno dato la disciplina per organizzare il mio tempo in modo da riuscire a tirare fuori una narrazione alla scadenza fissata. “Mi spiace, sono aspettato”, come dice quel personaggio di Brancati che… Va bene, avete capito.

Adesso si vede, spero, come questa cosa più grande di me sia venuta in realtà in modo molto naturale, come logica conseguenza di esperienze pregresse. E poi a poco a poco questo passaparola si è allargato, questo bisogno di raccontare si è precisato, queste esperienze precedenti sono sedimentate, ed eccomi qui. Se volete, adesso, ascoltiamo il racconto.

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4 Responses to “Nipote, cos’hai fatto in guerra?”

  1. Un racconto forte, duro, un racconto di guerra, perché la guerra è un orrore che ne genera altri. Rispettiamo la memoria delle guerre di resistenza, in nome della libertà. Ma credevamo che oggi la libertà si potesse tutelare diversamente, almeno in questa parte del mondo che è la nostra. Comunque questa guerra finisca, mi sembra già una sconfitta per tutti il fatto che sia accaduta.

  2. Inquietante davvero.
    Sto provando molta pena e strazio in questo momento e mi chiedo: davvero può essere utile per scuotere le coscienze? (ma poi le coscienze di chi?) O non si aggiunge pena alla già infinita pena che stiamo vivendo?

  3. Bravo Andrea! Ascoltare al buio favorisce l’esame di coscienza

  4. @Maria Liberti
    Credo che tu abbia toccato un punto centrale: la libertà si poteva tutelare diversamente. Un’opportuna riflessione su questo tema potrebbe portare a conclusioni molto serie sul sistema di rapporti politici, economici ecc. attualmente vigente.

    @Laura
    L’ambizione è quella di scuotere le coscienze, certamente. Le coscienze di chi? Solo quelle di chi è già sensibile a questi temi? Può darsi. Predicherei ai convertiti, in questo caso. Ma spero che ai convertiti non dispiaccia sapere di non essere soli nel provare questa infinita pena. Altrimenti, dove troveremo le energie per rivolgerci a tutti gli altri?
    Non vorrei farla troppo semplice, ma ricordiamo il buon Spinoza: sperimentare l’aumento di potenza attraverso la condivisione e la comprensione delle cause è il modo per superare le passioni tristi che nascono dalla percezione della mia impotenza.

    @Antonietta
    Sì, l’ho fatto anche io!

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