Il 25% dei ragazzi esce dalla scuola senza le competenze di base, non solo per il lavoro ma anche per esercitare i diritti di cittadinanza. E mentre cresce il numero degli abbandoni scolastici, sono ormai tre milioni i minori che vivono in povertà, assoluta e relativa. Siamo di fronte a un fallimento formativo di dimensioni impressionanti.

Di questo gravissimo problema si è parlato nel confronto on line del Forum del Mezzogiorno, organizzato dall’associazione Memoria e Futuro, a cui hanno partecipato Andrea Morniroli, del Forum Diseguaglianze Diversità, Glauco Lamartina della Cooperativa Prospettiva di Catania, Francesco Di Giovanni del Centro Tao di Palermo e l’insegnante Josè Calabrò, con la moderazione di Antonio Fisichella.

Sulla povertà educativa, che Andrea Morniroli definisce ‘multifattoriale’, pesa certamente il contesto economico e sociale. I numeri ci dicono – infatti – che i ragazzi che non acquisiscono formazione sono per l’80% figli di poveri o hanno disabilità.

E pesano i divari territoriali, con un Centro Nord che ha il 10% della dispersione scolastica, contro il 22% della Sicilia, e forti diseguaglianze anche nelle risorse e nei servizi. E tutto ciò nonostante l’art. 3 della Costituzione che imporrebbe di: “rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese”.

Poiché i divari territoriali costituiscono un freno allo sviluppo dell’intero paese, bisogna investire di più dove “si fa più fatica”. Cosa fa il governo? In previsione del calo demografico, nel “patto di stabilità”, invece di mettere la scuola “al centro” e far sì che gli altri attori presenti nel territorio, il privato sociale, le associazioni del terzo settore, possano aiutarla, toglie alla scuola un miliardo di euro, che si sarebbe potuto investire quanto meno nella formazione dei docenti.

Non si tratta di fare qualche progetto, stigmatizza Morniroli. Bisogna partire dai bisogni, “mappare le mancanze, ma anche le risorse”, per valorizzare le migliori risposte e costruirne di nuove per i bisogni che restano insoddisfatti.

E sul ruolo che può essere svolto dal rapporto pubblico-privato, cita la “relazione virtuosa che ha permesso di svuotare i manicomi” e di fornire, con la legge 285, servizi territoriali per la salute mentale e le dipendenze. Interventi oggi a rischio per il prevalere di assistenzialismo e “contenimento”, e per la tendenza a scaricare sulle famiglie, quindi soprattutto sulle donne, il peso della cura.

Nella prospettiva di poter svolgere un ruolo di rafforzamento del pubblico, tuttavia, anche il terzo settore non può non interrogarsi sul proprio ruolo.

Quanto al PNRR, che sembra fatto “più per spendere che per impattare”, Morniroli, pur nella speranza che almeno a livello locale si possa in qualche modo incidere, non risparmia le critiche e afferma “urla vendetta che il più grande flusso di investimenti sia stato scritto in assenza di dialogo sociale”. Si rischia di spendere male i soldi, o di indirizzarli verso interessi privati o farli finire nel circuito delle economie criminali.

Sulle risorse economiche disponibili e su come vengono usate riflette Glauco Lamartina. Anche le cooperative sociali tendono ormai ad essere assorbite in un sistema che usa i progetti transitori invece che fornire servizi stabili, strutturali, per i quali è difficile trovare finanziamenti.

I soldi ci sono, ma provengono da fondi europei o da fondazioni e sono legati ai progetti. Accade così che anche le comunità alloggio per minori vengano realizzate con fondi PON, e che i servizi perdano il carattere di continuità e stabilità che dovrebbero caratterizzarli.

Per esempio, di recente a Catania, con l’uso dei voucher sono stati messi su una trentina di centri aggregativi giovanili, di cui parlava con orgoglio l’assessora Mirabella, prima di dimettersi per candidarsi al parlamento regionale. Di questi centri, però, non si sa nulla, nemmeno dove si trovino. Una conferma, secondo Lamartina, del fatto che questo sistema non va e determina un grave spreco di risorse. La comunità educante – conclude – non può essere un progetto, è un percorso e ha bisogno della continuità educativa.

Anche la scuola – a parere di Francesco Di Giovanni, del Centro Tao di Palermo – rischia di essere stravolta da questo meccanismo, infatti parte del suo personale si concentra sulla gestione dei PON perdendo di vista l’importanza della continuità didattico-educativa e il legame con il territorio.

La scuola deve fare la scuola” insiste Di Giovanni “deve dare ai bambini conoscenze di base, competenze e abilità” da sfruttare nella vita e sul lavoro, non deve lasciare che i ragazzi divengano dei NEET, che non studiano e non lavorano. Finita la scuola media, non avendo davanti a sé alcuna opportunità, è quasi inevitabile che si trasformino in “una zavorra per qualunque progetto di crescita del paese”.

Anche la questione del tempo pieno rischia di non essere impostata – secondo Di Giovanni – in modo corretto. Il tempo pieno deve offrire ai bambini più “tempo educativo”, non diventare una forma di “scuola espansa”, in cui vengono gestiti progetti non organicamente collegati tra loro, composti da segmenti isolati, ognuno fine a se stesso.

Di Giovanni torna sul tema del Mezzogiorno, in cui è penalizzante vivere, come lo è vivere nelle periferie ed essere giovani, schiacciati sui territori e dai territori, spesso con l’unica prospettiva di aderire al mondo criminale.

Giovani dei quali, come sostiene Josè Calabrò, bisognerebbe far germogliare i talenti.

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