L’articolo di Piero Cimaglia, pubblicato su Ucuntu e da noi ripreso con il titolo Un fiume di immondizia e di debiti, ricostruisce la storia della Simeto Ambiente (ATO3) individuando le cause del suo fallimento nellaemergenza_rifiuti voracità con cui consiglieri di amministrazione, funzionari e consulenti si sono appropriati dei soldi che i cittadini versavano sotto forma di Tarsu (e poi di Tia). Pura rapina. Ma questa potrebbe non essere l’unica lettura possibile. La storia dell’ATO3 si può raccontare anche come una vicenda di impreparazione e di pressappochismo. L’impreparazione di chi forse riteneva, inizialmente, che la raccolta dei rifiuti fosse un problema semplice, per il quale non erano necessarie competenze tecniche e manageriali. Gli Ambiti Territoriali Ottimali sono nati (come dice la parola) per “ottimizzare” il servizio, reso fino a quel momento dai Comuni, superando il frazionamento e realizzando quelle “economie di scala” che consentono di risparmiare sulle spese. Ad esempio, se ogni comune ha il suo compattatore, un piccolo comune non lo sfrutterà mai appieno, perchè non riesce a riempirlo e lo compattatore1invierà in discarica mezzo vuoto. Se, invece, più comuni fanno parte di un’unica gestione, quello stesso compattatore potrà essere utilizzato anche per i rifiuti di un comune limitrofo e sarà realizzato un risparmio.

Il passaggio dalla gestione dei Comuni a quello degli ATO è’ stato un cambiamento condiviso, o quanto meno accettato, dalle amministrazioni locali? Si direbbe di no, visto che, ad esempio, l’ATO3 è stato creato non dai sindaci dei 18 Comuni interessati, ma da 18 Commissari regionali, che hanno sostituito i sindaci, di fatto esautorandoli. Su questo fronte, infatti, alle amministrazioni comunali è stata lasciata solo la competenza residua della approvazione del regolamento in materia di rifiuti.

Soprattutto, dell’antica gestione, non sono state recuperate e valorizzate le competenze e le esperienze già maturate dal personale che aveva lavorato nel settore e che, conoscendo bene la situazione locale, aveva imparato, sia pure dopo tentativi ed errori, a far funzionare il sistema. Che la nuova realtà non fosse accettata è dimostrato dal fatto che i Comuni non sono stati collaborativi neanche nella consegna dei “ruoli”, vale a dire la schedatura dei soggetti paganti. La società che si era inizialmente aggiudicata la gara come ente riscossore (la società lombarda Rileno) non si è dimostrata, d’altra parte, particolarmente interessata alla organizzazione di quei “ruoli” che avrebbe dovuto gestire. Era sì disposta ad anticipare i soldi sulle entrate non riscosse (su questi anticipi lucrava, infatti, gli interessi), ma senza procedere, nella fase iniziale, ad una sistematica riorganizzazione e senza affrontare il problema della evasione.

La gestione complessiva dell’ATO, nel primo periodo, fu quindi disinvolta e improvvisata. Si pensava forse che il problema dei rifiuti potesse essere ridotto allo svuotamento dei cassonetti o alla pulizia dei centri storici. Ma i problemi erano anche altri. Basterebbe pensare al rapporto con le discariche e con i detentori delle piattaforme della raccolta differenziata. Il Consiglio di amministrazione, di nomina politica, ha scelto, a sua volta, funzionari privi delle necessarie competenze, rendendo in un certo senso necessaria la nomina di consulenti, le cui retribuzioni, insieme a quelle dei consiglieri e dei funzionari, contribuivano a mandare in rosso la società.

Non è stata, quindi, la struttura stessa dell’ATO a determinarne il fallimento, ma il modo inadeguato in cui è stato gestito un settore difficile e complesso. Ci sono (e non solo fuori dalla Sicilia ma persino all’interno della provincia!) degli ATO virtuosi, che hanno saputo utilizzare le risorse, umane e non, in modo efficiente. Ad esempio nel Calatino o sui Nebrodi. Adesso l’ATO3 è commissariata. Molte domande è lecito farsi sui criteri con cui è stato scelto il Commissario e sul modo in cui sarà gestita questa fase. Si tratta comunque di una fase di transizione. Siamo in attesa della annunciata revisione del sistema.

Secondo le dichiarazioni di Lombardo, si dovrebbe realizzare, a livello regionale, una riduzione del numero degli ATO. Dovrebbe nascere un ATO per ogni provincia. L’ATO3 scomparirebbe per far posto non più ad una società, ma ad un consorzio di comuni: tutti i comuni della provincia di Catania. La riduzione in sé non è un male. Solo in Sicilia abbiamo avuto un numero forse eccessivo di ATO (e questo ha comportato quella proliferazione di consiglieri, dirigenti e consulenti, le cui laute, e spesso ingiustificate, retribuzioni hanno contribuito a mandare in rosso molti bilanci). Ma la creazione di un unico Consorzio provinciale garantirà una gestione migliore? Non è detto. Le capacità di gestione dovranno essere maggiori perché la situazione sarà ancora più complessa. Già adesso le differenti specificità dei comuni (con caratterizzazione commerciale, agricola, turistica…) hanno creato difficoltà di organizzazione. Cosa avverrà con l’ampliamento del territorio interessato e la maggiore varietà di situazioni locali? Le competenze e le capacità manageriali saranno garantite? I cittadini avranno qualche possibilità di conoscenza e di controllo o saranno nuovamente tenuti all’oscuro di tutto? Per i manager saranno definiti ruoli, responsabilità, obiettivi misurabili da conseguire, criteri di valutazione dei risultati di cui rispondere?

Il presidente del Consorzio sarà il sindaco del Comune più grosso. Fino a che punto sarà interessato a tutelare gli interessi dei Comuni più distanti e con diversa tipologia economica e abitativa? Visto che, nella prospettiva di un unico Ato provinciale, il Comune di maggior peso è Catania e quindi al suo sindaco spetterà la presidenza, potremmo anche chiederci fino a che punto egli sarà in grado di tutelare, sotto l’aspetto della raccolta rifiuti, gli interessi degli abitanti del suo stesso Comune, viste le difficoltà che dimostra attualmente nell’ “inseguire” le problematiche più scottanti… Potrebbe anche scegliere un delegato che lo rappresenti. Saprà scegliere, al di fuori delle logiche di spartizione del potere, qualcuno che abbia le competenze e le capacità di farlo? Ci permettiamo di manifestare i nostri dubbi.

Nell’attesa che questa sbandierata riforma venga attuata, molti comuni (Misterbianco, Santa Maria di Licodia etc) stanno richiedendo a gran voce che il servizio rifiuti (e la relativa riscossione della tariffa) torni alle amministrazioni locali. Spesso questi comuni hanno, contestualmente, rifiutato i soldi regionali del Fondo di rotazione, che sono un aiuto solo apparente. Questi fondi regionali, infatti, possono essere utilizzati dalle amministrazioni comunali per vari servizi locali (asili, trasporti…). Riceverli oggi solo per anticipare somme a un Ato fallimentare, significa rinunciare a disporne domani per altre finalità e impoverire così, l’offerta di servizi da parte del Comune stesso. La pezza rischia di essere peggiore del buco…redazione-argo

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