uliveto_van_gog_02 Tra le esperienze più originali della scena catanese, unica anche a livello nazionale ed europeo, la compagnia di attori down, conosciuta col nome di ”Bagnati di luna”. Non fa venire in mente il nome di questi attori speciali una fitta macchia di ulivi che, taciti e immoti in una notte estiva, dipingono d’argento l’intrico dei loro rami e si bevono ogni goccia di luce, quando in cielo si spande il plenilunio?

L’idea di dar vita a un teatro delle diversità appartiene ai registi Piero Ristagno e Monica Felloni per i quali lavorare coi down è stato il naturale sviluppo di un’idea di teatro artigianale e poetico. Artigianale perché costruito sulle risorse che essi individuano in ogni loro attore, poetico, perché eminentemente creativo, e quindi libero, anzitutto nell’espressività, sgombro da feticci filologici e ideologici. Pur avendo tentato in precedenza di dar voce a teatro ai sordi, ai malati psichiatrici, ai disabili, con grande schiettezza Piero Ristagno dichiara di non essere mai stato mosso da curiosità per l’handycap nelle sue varie differenziazioni, ma dall’interesse per le “riserve di linguaggi”, per minoranze linguistiche sempre più sparute. “Nel settore borderline delle emarginazioni che possono affacciarsi alla normalità, trovi vere e proprie riserve indiane non utilizzate e forse, a volte, non utilizzabili”. Il regista, respingendo i luoghi comuni che in modo paternalistico si accostano ai down, esaltandone l’indole affettuosa e giocosa, afferma che il linguaggio teatrale specifico dei down , come per gli altri attori, si cuce addosso alla persona che lo pratica. “I sordi sono un’etnìa linguistica, non morfologica, mentre i down fanno pensare a un’etnìa anche per i loro caratteri morfologici”. E’ forse per questo motivo che anche a teatro l’handycap ha una funzione religiosa affascinante, perché ribalta le nostre certezze, attestando il valore della diversità in termini di coraggio, di volontà di “esserci”, mentre le persone normali possono solo assistere da spettatori, spogliandosi –almeno per il tempo della performance –del ruolo di cura (accudiente sanitario o psicologico che dir si voglia ). E’ un valore aggiunto alla disabilità il feed-back che si crea tra chi, nel cerchio magico della scena, “agisce”e chi prende coscienza che nell’essere normali non solo non c’è fierezza, ma qualche volta l’ “essere normali” è un handicap.

E’ un teatro questo che ci riporta coraggiosamente all’origine, all’esperienza del teatro dionisiaco. I Greci a teatro sentivano non soltanto di assistere a uno spettacolo, ma soprattutto di assistere a un rito. Riuscirono con sapienza a oggettivare il mistero dello scacco, dell’insuccesso, della condanna, non causati da errore o colpa, riconoscendo in quest’assurdo una condizione inevitabile della vita umana. Questo spiega come mai fare teatro è diventato inscindibile dal vissuto di questi attori, che superano sulla scena la distinzione che nella quotidianità subiscono e contestano radicalmente la tentazione di chi si sente “normale” di tenerli ai margini, di credere di non aver bisogno di loro giorno per giorno. E’ il messaggio che propone la loro “Antigone”, è il tema di “Quello che le balene pensano degli uomini”, è l’eco del “Canto della terra che gira”, sul cui prodigioso fiorire si sono arrabattati con otto o dieci tesi studenti universitari, non solo catanesi, ma anche laureandi di Urbino e del Dams di Bologna.redazione-argo

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