vignette_discaricheSotto forma di tariffa (TIA) o di tassa (TARSU), paghiamo profumatamente il servizio di raccolta della spazzatura che produciamo, anche quando il servizio stesso lascia a desiderare. Ma che fine fa la spazzatura che produciamo? Per lo più va in discarica. Almeno qui a Catania e provincia, dove la raccolta differenziata riguarda solo il 5% dei rifiuti (a Milano, ad esempio, solo il 15% finisce in discarica).
Proviamo a capire perché mandare in discarica la quasi totalità dei rifiuti non è conveniente.
I costi del conferimento alle discariche sono, infatti, molto alti sia dal punto di vista economico sia dal punto di vista ambientale.
Dal punto di vista economico, il costo del conferimento in discarica è calcolato sulla base di una quantità standard di rifiuti (in genere 500 kg per abitante in un anno) che devono essere moltiplicati per il numero degli abitanti.
A Catania, nel 2003, sono stati conferiti 245.000 tonnellate di rifiuti (a Milano sarebbero state solo 36.000 tonnellate). Sapendo che ogni tonnellata ha un costo di circa 60 euro, moltiplicando per le tonnellate prodotte annualmente (poco meno di 250.000), se ne deduce che la spesa totale per un anno sarà di circa 15 milioni di euro.

Il costo di 60 euro a tonnellata è stato stabilito da una Ordinanza commissariale (Determinazione della tariffa per il conferimento dei rifiuti nella discarica del Comune di Catania) pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale della Regione Siciliana del 14.07.06 n 34. Ad emanarla è stato il Commissario regionale per l’Emergenza rifiuti, che è stato poi sostituito dall’Arra (Agenzia regionale per i rifiuti e le acque) che è tutt’ora operante.

Ecco come si arriva ai 60 euro (circa):

Tabella_costi_spazzatura

La tabella riguarda in particolare la discarica sita in contrada Grotte San Giorgio, sulla vecchia strada per Lentini, gestita dalla società Sicula Trasporti. L’altra discarica in uso è quella in territorio di Motta S. Anastasia, in contrada Tiritì, gestita dalla società Oikos srl.

Prima della determinazione di questa tariffa, le discariche non erano adeguate alle direttive comunitarie e operavano su disposizione prefettizia, talora emergenziale.
Oggi, come possiamo vedere dall’osservazione delle voci della tabella, nel costo previsto dalla tariffa, sono prese in considerazione non solo le spese di progettazione, ammortamento e gestione, ma anche le spese per rendere la discarica meno pericolosa e dannosa per l’ambiente, e quindi per la salute.

In precedenza, infatti, i rifiuti conferiti si accumulavano (abbancamento) per anni, rendevano l’aria irrespirabile e inquinavano il sottosuolo con il percolato. L’inquinamento prodotto da questo liquido, generato dalla infiltrazione di acqua nella massa dei rifiuti o dalla decomposizione dei rifiuti stessi, è tutt’ora operante nelle discariche o nelle parti di discarica che in passato non erano sottoposte a norme di protezione ambientale.
Le prescrizioni precise che tutelano oggi l’ambiente prevedono opere di bonifica e manutenzione, la “captazione” del percolato e un monitoraggio del sito fino a trenta anni dopo la sua chiusura.
Il percolato, poi, che è un refluo speciale e deve essere trattato da depuratori industriali autorizzati, ha costi di trasporto e smaltimento molto alti. Tanto più che non essendo presenti, in Sicilia, appositi centri di trattamento, deve essere portato almeno a Gioia Tauro, in Calabria.

Se vogliamo evitare i danni alla salute prodotti da una discarica non controllata, dobbiamo accettare, quindi, di pagare cifre alte.

C’è da dire, tuttavia, che i gestori delle discariche tendono a gonfiare le spese minimizzando, nei loro bilanci, le entrate provenienti dalla produzione del biogas che scaturisce dalla “digestione” anaerobica dei rifiuti.

E’ pur vero che i Comuni o gli ATO, a corto di denaro, spesso non pagano le discariche, accumulando milioni di debiti. Non a caso si sente parlare di minaccia di chiusura delle discariche, quando i gestori impediscono (o minacciano di impedire) l’ingresso agli autocompattatori, per costringere gli ATO al pagamento delle somme dovute.

E, tra i costi che gli ATO devono sostenere, non abbiamo considerato quello per il servizio di raccolta e trasporto fino alla discarica, che si aggiunge a quello del pagamento della discarica.
Senza dimenticare che, anche su questo aspetto, c’è un costo ambientale, oltre che economico. L’andirivieni degli autocompattatori, infatti, contribuisce, con le emissioni nocive, all’inquinamento dell’aria.

In conclusione, il costo economico e ambientale delle discariche è così alto che appare chiaro come sia errato considerare il conferimento in discarica come il modo più “naturale” di smaltire i rifiuti.
Il fatto che i rifiuti che produciamo vengano accumulati in luoghi lontani dai nostri occhi ( e dal nostro naso…) ci fa dimenticare che questa soluzione al problema non è la migliore.
Abbiamo già visto che la Comunità Europea ha fornito delle linee guida che suggeriscono di potenziare le operazioni che prevengono la produzione dei rifiuti (ad es. la riduzione degli imballaggi) o provvedono al riuso e al riciclo, per ridurre al minimo la produzione di rifiuti da smaltire.

Vedi il nostro post Indicazioni disatteseredazione-argo

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