Cultura minoritaria quella della pace, nonostante la parola e i gesti di profeti come Gandhi, Capitini, Giovanni XXIII. Lo ha detto e ribadito più volte il teologo don Pino Ruggieri nel suo intervento al dibattito sulla guerra in Libia, organizzato venerdì pomeriggio dalla Convenzione della Pace all’Auditorium dei Benedettini.

L’opzione della pace, infatti, non può essere solo una mossa politica. Nasce da un orizzonte, da una scelta di vita. Non per questo è un fatto sentimentale. In essa la profezia si sposa con la ragione, come è avvenuto nella Pacem in Terris di papa Giovanni che, nel 1963, poco prima di morire e dopo la crisi di Cuba e il rischio di una guerra atomica, scriveva “nel nostro tempo è contrario alla ragione pretendere di risolvere i conflitti con il ricorso alla guerra”.

Ecco perchè la critica di Ruggieri alla scelta della guerra contro Gheddafi si concretizza in un’analisi molto documentata, che si aggiunge alle interessanti informazioni sulla situazione interna della Libia fornite dagli interventi dei professori Federico Cresti e Daniela Melfa, che riprenderemo in altra sede.

Se la Costituzione italiana con il suo articolo 11 non offre appiglio a dichiarazioni di guerra come quella attuale, lo stesso non può dirsi per il diritto internazionale, che prevede il ricorso alla guerra nel caso di attentato alla pace e alla sicurezza internazionale. Ma nulla di tutto questo si è verificato oggi nel caso della Libia.

Ecco allora il ricorso alla dottrina della “guerra umanitaria”, già utilizzata dall’ONU nelle guerre iugoslave dei primi anni 90. Essa riconosce la possibilità di intervento degli stati terzi quando un governo non rispetta i diritti individuali che i cittadini gli hanno affidato perchè venissero difesi. Su questa possibilità di intervento si era espresso nell’88 anche il Parlamento europeo, richiamando all’ “obbligo morale” di intervenire per impedire ai regimi dittatoriali di commettere azioni di genocidio.

Anche papa Wojtyla, pur considerando la guerra solo come ultima ratio e pur nutrendo nei suoi confronti un personale e profondo rifiuto, non ne escludeva la possibilità. Si augurava infatti che gli “appelli etici assumessero valore giuridico”. Era un passo indietro rispetto alla posizione di Giovanni XXIII, che non venne mai interamente recepita neanche dal Concilio, che lasciò una porta aperta alla possibilità dell’uso in extremis della guerra.

Le argomentazioni per giustificare gli interventi armati non sono quindi mai mancate, ma l’esperienza ci dice che nessuna di queste guerre di “ingerenza umanitaria” ha portato pace o democrazia. Hanno invece generato centinaia di migliaia di vittime e il loro costo pesa sui contribuenti per centinaia di milioni di euro.

La difesa della pace non è un impegno per ingenui e sprovveduti. Chi fa questa scelta è consapevole del fatto che nelle guerre entrano in gioco fattori molteplici. Sappiamo, ad esempio, che l’affare petrolio fa gola alle potenze europee e che questa è una guerra indotta, tanto è vero che consiglieri militari inglesi erano in Cirenaica molto prima della dichiarazione delle ostilità. Non possiamo non notare poi le incongruenze tra il riconoscimento dato alla Libia dall’ Onu, appena un anno fa, come paese rispettoso dei diritti umani, e l’attuale intervento “umanitario”.

L’unico tipo di “ingerenza umanitaria” che ci appare credibile e profetico è quello che ha portato don Tonino Bello alla marcia pacifica dei 500, nel dicembre 1992 a Sarajevo. Una “non-violenza attiva”, un “intervento” veramente umanitario, coerente con la cultura della pace.

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