“Garantiremo un tasso di competività che deve mettere il Mezzogiorno alla pari con le altre aree del Paese” ha sentenziato qualche settimana addietro l’ing. Mauro Moretti, amministratore delegato delle Ferrovie, parlando a un convegno della Confindustria a Napoli.

E’ probabile tuttavia che, della sua idea di Mezzogiorno la Sicilia non faccia parte, se è vero che, più o meno negli stessi giorni, il 12 giugno, “è stato compiuto l’ennesimo atto di sciacallaggio nei confronti della Sicilia e dei Siciliani da parte di Trenitalia, con l’ulteriore taglio di vetture ai treni della lunga percorrenza che vanno dalla Sicilia al centro-nord. Non meno grave il continuo ridimensionamento che prevede la chiusura di depositi, di officine e di uffici”, come si legge in un comunicato del Comitato dei pendolari siciliani.

Come se non bastasse, dal 1 luglio son scattati gli aumenti del 5% per biglietti e abbonamenti.

Non è che una tappa ulteriore del progressivo strangolamento che Trenitalia sta perpetrando a danno della Sicilia. Facendo un bilancio solo degli ultimi cinque anni, i treni a lunga percorrenza che collegano la Sicilia al resto d’Italia si sono ridotti a un terzo: a fine anno, pare che delle 900 carrozze utilizzate per questo servizio, ne resteranno solo 300.

Parallelamente il traffico merci si è dimezzato, la velocità dei convogli si è attestata sui 20 chilometri l’ora, mentre le tariffe sono aumentate del 75%.

Né si tratta di decisioni frammentarie, se è vero che nell’ultimo piano industriale delle Ferrovie dello Stato appena il 2% degli investimenti sono stati programmati per la Sicilia mentre pare che sia a rischio anche la progettata linea ad alta capacità Napoli – Reggio Calabria, che è solo il surrogato dell’alta velocità, e che potrebbe essere deviata sulla Napoli – Bari.

Per questa opera, centrata essenzialmente sull’adeguamento delle preesistente linea tirrenica, è stato peraltro previsto un ridicolo investimento di 3 miliardi e 650 milioni, quando si prevede che, per l’ammodernamento della Catania – Palermo, una tratta di circa 400 chilometri e su un territorio in buona parte pianeggiante, si dovrebbero spendere due miliardi. Secondo l’ex ministro dei Lavori pubblici Antonio Di Pietro, per un progetto credibile, di miliardi ce ne vorrebbero almeno 22.

Naturalmente, al di là delle dichiarazioni di circostanza, tutto ciò accade nella più completa afasia politica della Regione Sicilia che, tanto per quantificare, spende zero per il trasporto pubblico locale, a fronte della piccola Provincia di Bolzano che, in un territorio ben più difficile per le infrastrutture ferroviarie, spende 58 milioni di euro l’anno.

L’alibi ufficiale è che da ben due anni non si riesce a chiudere il famigerato contratto di servizio, cioè l’accordo per il trasporto pubblico ferroviario tra Stato e Regione, che dovrebbe trasferire risorse pari a 111.535.920 milioni di euro, peraltro già decurtati rispetto ai 120 milioni iniziali, per consentire all’Ente locale maggiore autonomia progettuale e di spesa.

Ciò significa che anche tutte le promesse relative all’ammodernamento della rete ferroviaria regionale sono chiacchiere da bar perché spesso mancano anche i millantati progetti e comunque non ci sono soldi per attuarli.

Eppure, anche solo focalizzando l’attenzione sul trasporto locale, l’utilizzo come ferrovia metropolitana della tratta Giarre – Catania, già raddoppiata e che attraversa un comprensorio di circa 200 mila abitanti, alleggerirebbe la città di Catania di una bella fetta di traffico veicolare.

Lo stesso discorso, sull’altro versante, vale per la Circumetnea, i cui lavori di trasformazione in metropolitana procedono con una lentezza esasperante e che ultimamente è anche diventata il terreno scelto per l’ennesima faida fra l’MPA e il PdL siciliano, con la reiterata giubilazione dell’attuale Commissario straordinario Tafuri, accusato di aver prodotto nell’ultimo biennio una montagna di chaicchere e nemmeno un bando di gara per avviare uno dei tanti lotti di lavori previsti.

Insomma, non ci resta che piangere o, per consolarci, pensare che tutto ciò sia imbastito con la segreta intenzione di ostacolare e rendere più difficile, se non proprio interrompere, la continua emorraggia di giovani siciliani che sono costretti a cercare altrove un lavoro purchessia.

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