Se sia più nobile soffrire approvando leggi ad personam a colpi di voti di fiducia o prendere le armi contro il mare di debiti lasciati dal mio sodale predecessore e, contrastandoli, lasciare i concittadini in mutande.
Morire…, ma siamo pazzi? Al massimo dormire e far dormire e, con il sonno degli Stati generali, fare finta di aver posto fine ai mille problemi ereditati dall’intrugliator cortese: questo è il mio pio desiderio.

Morire…, ma quando mai? Dormire, meglio sognare. Ecco il punto!
Perché, in quel sonno di morte che si respira nell’aula del Senato, quali altri sogni si possono fare, dato il groviglio mortale del conflitto di interesse che vi incombe?
Questo soprattutto mi fa esitare. Questo è il dubbio che mi costringe a stare con due piedi in una scarpa.
Perché chi sopporterebbe le frustate della Minetti e gli scherni di La Russa, i torti del presidente padrone, la contumelia dell’arrogante padano, gli spasimi del bunga bunga, gli ostacoli delle leggi costituzionali, l’insolenza delle cariche ufficiali e il disprezzo che il sindaco paziente riceve dagli indegni concittadini, quando egli stesso potrebbe darsi quiete con una semplice lettera di dimissioni?
Chi porterebbe, grugnendo e sudando, fardelli che ha contribuito a creare se non fosse che il terrore di dover dichiarare bancarotta possa aprire una prospettiva inesplorata dalla cui frontiera nessun viaggiatore fa ritorno, per cui la volontà resta paralizzata e fa sopportare gli oltraggi che quotidianamente vengono fatti, piuttosto che accorrere verso altre aule parlamentari i cui rischi ci sono ignoti?
Così la coscienza ci rende codardi, e così il colore di una risoluta decisione è stemperato dal pensiero che è meglio l’uovo oggi che la gallina domani, e imprese di grandi progetti di piani regolatori per questa ragione deviano dal loro corso, perdono il vigore dell’azione e diventano vuoti annunci da consegnare alle scialbe pagine di un giornale connivente.

Questi, e altri perigliosi pensieri andava rimuginando nella testa confusa il nostro Amleto Stancanelli, deambulando nottetempo nei corridoi di Palazzo degli elefanti, vestito del candido laticlavio degli antichi senatori romani, con in mano un elefantino d’avorio, nell’attesa che la dannata Consulta emettesse il suo parere.*
Perché, si chiedeva, non posso fare il senindaco o il sindacatore, se anche nello stemma della mia città (adottiva) le due cariche sono conglobate, se è vero che c’è scritto S.P.Q.C. = Senatus populusque cathaniensium?

* E’ stato un cittadino catanese, Salvatore Battaglia,, a presentare un ricorso contro il doppio incarico di Raffaele Stancanelli, senatore e sindaco di Catania. Venerdì 21 ottobre la Consulta si è espressa con la sentenza n.277: chi è sindaco di un comune con più di ventimila abitanti non può fare anche il parlamentare, anche se l’elezione al parlamento precede quella a sindaco. Deve scegliere.

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One Response to “Stancanelli sindaco o senatore, that is the question”

  1. Peccato che anch’io, come tanti altri anonimi cittadini, non abbiamo neanche pensato che la Magistratura avrebbe fatto, come spesso fa, il proprio dovere e avrebbe veramente sciolto anche questo nodo serrato gratuitamente da una politica (con la “p” minuscola) poco decorosa. Che ci serva da insegnamento per il presente e per il futuro.
    Grazie al cittadino Salvatore Battaglia. Grazie ai Magistrati della Consulta. Grazie all’anonimo (perchè non si firma?) argutissimo e dotto estensore del bell’articolo di Argo!

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