Scioperi e mobilitazioni nelle scuole e nelle piazze, ma il destino della scuola si gioca nel silenzio, nelle Commissioni di Camera e Senato, dove si discute la ex legge Aprea.

Nessuno può negare un malessere generalizzato e l’esistenza di una grande preoccupazione per il futuro dell’istruzione. Cattedre di 24 ore, precariato, classi pollaio sono diventati temi di ‘dominio comune’.

Eppure, nonostante una tale diffusa attenzione pochi si sono accorti che il 10 ottobre 2012 la VII Commissione della Camera in sede legislativa (con i voti di PDL, PD, UDC) ha approvato le “Norme per l’autogoverno delle istituzioni scolastiche e la libertà di scelta educativa delle famiglie, nonché per la riforma dello stato giuridico dei docenti“.

Si tratta della sostanziale riproposizione della ‘legge Aprea’ che, qualora dovesse essere confermata al Senato (sempre in commissione), senza quindi essere mai stata discussa in aula, trasformerebbe l’intera organizzazione della scuola.

Il riuscito sciopero del 14 novembre ha avuto, tra l’altro, il merito di puntare i riflettori anche su questo problema, ponendo fine ad un assordante quanto ingiustificato silenzio. Infatti, se questa controriforma venisse completata, non solo sarebbe definitivamente conclusa l’esperienza degli Organi Collegiali, ma verrebbe rimesso in discussione il carattere unitario e nazionale della scuola, poiché a ogni scuola verrebbe riconosciuta l’autonomia statutaria, la facoltà di dotarsi di specifici regolamenti, di decidere la composizione degli organi interni.

In sostanza, si darebbe vita ad un meccanismo che, invece di ridurle, aumenterebbe le differenze fra le varie parti del Paese. Anche perché “le Autonomie scolastiche possono ricevere contributi da fondazioni finalizzati al sostegno economico della loro attività, per il raggiungimento degli obiettivi strategici indicati nel piano dell’offerta formativa […]. I partner possono essere soggetti pubblici e privati, fondazioni, associazioni di genitori o di cittadini, organizzazioni non profit.”

Gli organi individuati, a partire dal Consiglio dell’autonomia, confermano la tendenza, iniziata in verità con la legge sull’autonomia, a proseguire nell’ottica dell’aziendalizzazione dell’istruzione. Tendenza confermata dal contemporaneo ridimensionamento del Collegio (ora Consiglio) dei docenti, che progetta ma non può più programmare.

Non a caso, nello stesso tempo, vengono ampliati i poteri dei Dirigenti Scolastici (i Presidi di una volta) insieme all’eliminazione di ogni ipotesi di collegialità. Infine, si dà vita al Nucleo di Autovalutazione. Un organismo che non servirà, nonostante il nome, a progettare meglio il lavoro, individuando elementi di forza e di debolezza del processo didattico-educativo, ma entrerà nel merito dell’elaborazione del piano dell’offerta formativa e del programma annuale delle attività, compiti, oggi, di pertinenza del collegio dei docenti.

Di fronte alla possibile fine della scuola della Costituzione, lo sciopero del 14 è riuscito quantomeno a riaprire il dibattito. Tant’è che la responsabile scuola del PD ha dichiarato di voler consultare il mondo della scuola prima di procedere ulteriormente nell’iter legislativo.

Anche la petizione promossa da Italia dei Valori (che in Parlamento ha votato contro la 953/ex Aprea) può contribuire ad allontanare questa ennesima umiliazione per la scuola. A Catania, intanto, prosegue il confronto tra personale scolastico (RSU), genitori e studenti. Dopo l’assemblea del Boggio Lera e lo sciopero, il prossimo appuntamento è per mercoledì 21 alle ore 16,00 al Vaccarini, per decidere e coordinare le prossime iniziative di dibattito e mobilitazione.

Firmare la petizione ‘Aprea, no grazie’

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