Cinema e storie di migranti, un binomio ormai collaudato. Confermato anche da “Il santo nero”, film del regista catanese Antonio Bellia che abbiamo potuto vedere giorni fa al cinetetatro Allliata, nella Veccha Dogana di Catania.

Molti sono i cineasti coinvolti nelle dolorose vicende dei disperati che cercano di attraversare il Mediterraneo, ed hanno diretto film toccanti e sinceri. E tanti sono i documentari accurati che hanno voluto fissare per sempre volti, circostanze, episodi da non dimenticare.

Antonio Bellia contribuisce alla costruzione di questo monumento della memoria ad imperitura vergogna dell’Europa, con una piccola storia, non particolarmente dolorosa, né sconvolgente, che non vuole suscitare la nostra indignazione, né farci versare lacrime di commozione, ma si lascia vedere con grandissima serenità e il lieve sbigottimento che ci viene dall’osservare vivere due persone, esattamente uguali a noi, che hanno il solo piccolo handicap di esser nate sulla riva sbagliata del Mediterraneo.

Due congolesi, molto giovani, molto belli, sposati da anni e con due bambine che, a causa delle inique leggi emanate dai nostri governanti, non possono vedere. Vivono ad Agrigento e cercano di ricostruire la loro vita. Si potrebbe dire che il film sia tutto qui, ma sono i particolari che contano, e non è forse così anche per tutte le vite ordinarie, ma uniche grazie ai piccoli dettagli disseminati qua e là lungo le giornate?

Allora possiamo proseguire col dire che lui non vuole dimenticare nulla del suo passato di perseguitato politico, del carcere, della fuga assieme ad altre ventitré persone nella solita barchetta, ed anzi vuole scrivere un libro per raccontare. Lei, invece, non sopporta di dover riandare con la memoria ad un passato che preferisce seppellire per sempre. Quando Francis cerca di ripensare la sua vita, Mireille resiste pochi secondi ad ascoltarlo, poi sguscia via dalla telecamera e si perde in un’altra stanza.

Ci viene mostrato che Francis ha un lavoro regolare, parla bene l’italiano perché vive in Italia da molti anni, vuole rimanere ad Agrigento dove si sente integrato. Mireille, che l’ha raggiunto da pochi mesi, fatica ad imparare la lingua, non ha lavoro e vorrebbe andare al nord.

Una scena emblematica del film è quella di loro che fanno il bagno sotto la bella “Scala dei Turchi”, sembra quasi la pubblicità di un club vacanze: il sole al tramonto ed una coppia che si bagna mentre piccole onde blu lambiscono una spiaggia deserta. Il lieve trasalimento arriva non appena realizziamo quanto questa scena sia inusuale e cozzi con le notizie di barche naufragate a poca distanza da quella stessa spiaggia.

Alla memoria si affacciano immagini di gente dalla pelle nera, proveniente dalla stessa parte sbagliata del mondo, che si aggrappa a pezzi di legno, e altri che scompaiono per sempre in quello stesso mare blu dove Francis ora si bagna. Mireille si sdraia sulla sabbia e noi, per contrasto, rivediamo africani stremati, bocconi sulla battigia o addirittura i cadaveri che il mare sospinge e restituisce alla terra e che non vorremmo vedere.

Bizzarra sensazione, il colore della pelle è lo stesso, uguale la regione del mondo da cui provengono, sono dunque gli stessi esseri quelli che annaspano ed affogano e quei due che si godono invece l’odore del mare sulla pelle?

Il mare nel film viene inquadrato spesso, è il mare dei greci, delle nostre radici, che i pescatori di oggi, come quelli di ieri amano e temono. Semmai è la terra che ha subìto una trasformazione con il tempo; lo straniero che la raggiunge non viene più onorato ed ospitato come gradito messaggero degli dei, ma alcune volte umiliato, spesso ignorato.

È forse solo la nostra fantasia che ha creduto di cogliere un significato simbolico di tutto questo nella città di Agrigento, che si sgretola e crolla, e le cui macerie vengono riprese senza pietà, ammucchiate agli angoli di vecchi muri?

E infine il santo nero, San Calogero che dà il nome al film. È il patrono della città, venerato dai pescatori, dai vecchi e dalle donne, dai bambini acciambellati sulle spalle dei padri, che assistono alla processione di questo santo venuto dall’Africa.

Portato a spalle dalla folla di fedeli devoti, il suo viso dalla pelle nera viene ricoperto dai baci di chi ha potuto arrampicarsi fin lassù sulla portantina, a raggiungerlo. Stessa riva del Mediterraneo, stessa pelle scura, ma a quale umanità, a quale dei due mondi appartiene San Calò?

Il film si chiude con una bella immagine: i due sposi africani, dal ballatoio di casa loro, sporgendosi pericolosamente, riescono a toccare per un attimo il viso del santo, la folla lì sotto esplode in grida gioiose: il mondo per un’attimo è ridiventato uno, lo straniero è ospite sacro, l’ospitante ne riconosce il mistero portatore di buone nuove.

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One Response to “‘Il santo nero’ come un migrante”

  1. Sapete se il film sarà in normale programmazione e dove ? E’ possibile
    organizzare una visione privata per una associazione ?

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