I capolavori dei corallari trapanesi vi aspettano nelle belle sale di palazzo Valle fino al 5 maggio prossimo! Anche chi è già stato al museo Pepoli di Trapani potrà comunque ammirare i pezzi provenienti da altre collezioni, come quelli, per esempio, della Banca di Novara che ritornano in Sicilia per la prima volta.

Il “corallium rubrum”, pescato a tonnellate nel mare trapanese e nei fondali delle Egadi già a partire dal 1200, diede il meglio di sé nelle lavorazioni dei maestri artigiani dal secolo XV fino al XVII, il periodo d’oro, che qui viene degnamente celebrato. Naturalmente la grandissima parte della produzione trapanese vive nelle wunderkammer di nobili tedeschi e collezionisti vari, lontana purtroppo da sguardi indiscreti; in questa mostra però, curata dalla direttrice del museo Pepoli, il corallo rosso sangue del nostro mare spicca sui velluti scuri in lavori di grande fascino.

Si tratta per lo più di arredi religiosi: ostensori, reliquiari, incensieri ed acquasantiere, lavorati nella tipica maniera levantina: piccoli pezzi di corallo impiegati a mosaico per ricoprire metalli poveri come il rame, il bronzo dorato, più raramente l’argento, a volte insieme ad incrostazioni di tartaruga, madreperla ed agata.

Raramente il corallo è scolpito, a maggior ragione il bellissimo crocefisso presente, dall’armoniosa anatomia, cattura gli sguardi e s’impone come un pezzo unico. Ci sono anche, però, seppure più piccoli, due trionfi, deliziosi, uno celebra paganamente Apollo, che si leva in cielo sul carro del sole, l’altro, per una sorta di par condicio, mostra l’arcangelo Michele che ascende con vesti svolazzanti.

Mancano i gioielli, purtroppo, se si eccettuano una collana a grani molto grandi ed un paio di elaborati orecchini: del resto quale fortunata proprietaria di simili bellezze accetterebbe di separarsene anche solo per il breve tempo di una mostra? Meglio indossarli e guardare gli occhi delle altre donne accendersi di cupidigia…

I sospiri delle molte signore presenti sono dunque per lo più rivolti ad oggetti che non sfigurerebbero in belle case borghesi: parliamo ad esempio di due splendidi piccoli pavoni incrostati di coralli, di un set da tavola di saliere, di una delicata caravella che farebbe la sua figura su qualsiasi bel tavolo di un salone.

In una delle sale un filmato proietta immagini di vita sottomarina sulle pareti: strana creatura, il corallo, che nasce animale, si comporta come una pianta fluttuando alle correnti, ed una volta giunto alla luce acquista la durezza di una pietra!

Si racconta che l’eroe Perseo, dopo avere spiccato la testa della Gorgone, si dirigeva in volo verso la Libia, noncurante del sangue che sgocciolava dalla bisaccia in cui teneva il terribile trofeo, e dal sangue di Medusa finito nel Mediterraneo nasceva il rosso corallo… e peggio per i greci che per ornarsi amavano le perle e snobbavano invece una così affascinante sintesi dei tre regni della natura!

Una piccola curiosità ci attende all’uscita dell’ultima sala: in un angolo sta la lapide, rozzamente scolpita, della chiesa di santa Lucia, a ricordo di un imponente banco di coralli scoperto nel 1673 in una secca poco distante dalla città. In uno scritto ci viene ricordato però che la lavorazione del corallo era monopolio della numerosa comunità di ebrei arrivata in Sicilia con la dominazione araba, dobbiamo a loro la maestria della lavorazione ed il prestigio raggiunto in tutta Italia dalla scuola trapanese.

Anche dopo la loro cacciata dall’isola nel 1492, molte famiglie ritornarono e gli ebrei continuarono l’arte da neo-cristiani. Il vero declino cominciò nell’800, i banchi di corallo oramai completamente sfruttati e l’arte dimenticata, chiuse le botteghe artigiane, la via chiamata dei corallai oggi non è che un malinconico ricordo di altri tempi.

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