Sono passati cinquant’anni dalla ‘Lettera a una professoressa‘ in cui don Milani denunciava la dispersione scolastica come fenomeno fortemente influenzato dalla condizione sociale; eppure ben poco è stato fatto per risolvere il problema.

Le periferie si allargano: esse ormai non costituiscono solo una parte, ma la maggior parte della città, ed è lì che crescono gli abitanti che un domani ne faranno parte. E a quel punto cosa faranno queste persone per una città che non gli ha dato nulla?

È con questa domanda che si apre il seminario ‘Non spezzare la corda‘, iniziativa svoltasi alla scuola Musco e promossa anche dagli Istituti Comprensivi Brancati, Dusmet, Pestalozzi e San Giorgio dell’area di Librino.

Durante il seminario sono stati trattati diversi argomenti, troppi perché li si potesse approfondire in un periodo di tempo così limitato, ma gli organizzatori assicurano che il dibattito e l’informazione continueranno con il coinvolgimento non solo degli insegnanti, ma anche delle famiglie degli studenti, di cui peraltro era presente una piccola rappresentanza in una sala gremita da docenti per la maggior parte donne.

Principali relatori sono stati Cinzia Mion, pedagogista e per anni al comitato delle Pari Opportunità al Ministero della Pubblica Istruzione, e Maurizio Gentile, responsabile prevenzione della dispersione scolastica all’Ufficio Scolastico Regionale.

Cinzia Mion ha focalizzato il suo intervento sull’identità di genere, la cui accettazione è fondamentale “per essere sensibili di fronte alla diversità, per accettare i valori della tolleranza, dell’interculturalità e della solidarietà.”

È importante considerare la cultura di genere nell’azione didattica, in quanto “i filtri valutativi scolastici devono essere attenti e flessibili di fronte alle differenze degli alunni”, spiega Mion, riconoscendo la scuola e la famiglia come massime istituzioni educative. “Se non ci occupiamo noi dell’identità di genere dei ragazzi e delle ragazze che crescono, i modelli dei media occuperanno quel vuoto.”

Cita, a tal proposito, il documentario di Lorella Zanardo, ‘Il corpo delle donne‘, nel quale viene mostrato l’ideale di donna che appare in televisione: veline e letterine, modelli che vanificano il percorso di emancipazione femminile verso la parità di genere, riducendo la donna a “un assemblaggio di pezzi di carne, privo di umanità, di intelligenza, di dignità, di volontà, consentendogli l’unico obiettivo di piacere all’uomo.”
Così scrive Elena Gianini Belotti (autrice del libro ‘Dalla parte delle bambine’), nella prefazione del libro ‘Ancora dalla parte delle bambine‘ con cui Loredana Lipperini prosegue la denuncia di un’educazione che continua, nonostante tutto, a essere influenzata dagli stereotipi e da falsi miti.

Un esempio lampante ce lo dà Cinzia Mion, raccontando di un’osservazione sperimentale durante la quale è stata monitorata l’interazione di alcune madri con dei bambini di pochi mesi: i maschi erano stati vestiti di rosa e le femmine di azzurro. È stato possibile osservare come la scelta dei giochi da parte delle madri venisse influenzata dal genere presunto del bambino, a dimostrazione del fatto che l’immaginario genitoriale è inconsapevolmente affetto da stereotipi.

Tale comportamento potrebbe influenzare le scelte future dei bambini.

Basta guardare i dati che mostrano una maggiore tendenza, da parte delle ragazze, a scegliere percorsi di studio linguistico-umanistici, mentre i ragazzi preferiscono discipline scientifico-informatiche.

Come diceva Loredana Lipperini in un’intervista di qualche anno fa: “Se continueremo a promuovere l’intelligenza emotiva nelle femmine e quella astratta nei maschi, loro saranno poi per forza più attrezzati nel mondo della tecnologia.”

Maurizio Gentile ha parlato invece della dispersione e dell’insuccesso scolastico, un fenomeno che, ritiene, “è sbagliato attribuire alla scuola solo perché si chiama scolastico”.

È risaputo che in queste periferie vi sia una concentrazione di famiglie svantaggiate. A questo svantaggio di partenza si aggiunge la scarsità, se non la totale assenza, di servizi. Tutto ciò mina la solidità della famiglia stessa, e l’assenza di ancoraggi di una famiglia destrutturata avrà una forte ripercussione sul comportamento dei figli.

In questo modo si innesca un circolo vizioso tra marginalità e difficoltà di apprendimento.

“La scuola da sola non può lottare contro un fenomeno così complesso e trasversale.” dice Gentile, secondo il quale docenti e dirigenti scolastici sono entrambi responsabili dal punto di vista pedagogico.

Sia l’insegnamento che l’apprendimento sono infatti attività complesse: si può spingere e invogliare all’apprendimento riconoscendo, rispettando e dando valore agli sforzi dello studente. Nel campo di lavoro del docente rientra inoltre la creazione di una rapporto non solo con il singolo, ma anche con il gruppo.

E dal pubblico qualcuno chiede come sia possibile realizzare tutto ciò con solo due ore settimanali, come previsto dalla recente riforma della scuola secondaria di secondo grado per la maggior parte delle materie.

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