Hanno progettato una scuola dell’Ottocento, gerarchizzata, scioccamente competitiva, che accentua la divisione nei percorsi conclusivi fra Licei e Istituti Tecnici e Professionali e riduce, rimettendo in discussione gli organi collegiali, le possibilità di un confronto democratico fra tutte le componenti. E  la spacciano per ultramoderna.

Conclusioni amare, ancorché chiare ed esplicite, al convegno, promosso dal CESP (centro studi per la scuola pubblica) e dai Cobas Scuola, tenutosi il 2 ottobre, oltre 150 i partecipanti, presso l’istituto C. Gemmellaro di Catania. Oggetto delle riflessioni la “buona scuola” di Renzi e Giannini.

Quasi 140 pagine, accattivanti e ben impaginate (talvolta un po’ retoriche “un maestro o una professoressa possono determinare con il loro lavoro il futuro di centinaia di ragazzii più di quanto non possa farlo un membro del Governo”, e/o ammiccanti “ogni scuola dovrà avere una vera autonomia […] la possibilità di schierare ‘la squadra’ con cui giocare la partita dell’istruzione”) con le quali l’attuale governo prova a ridisegnare il diritto allo studio nel nostro Paese.

Nino De Cristofaro (docente del Boggio Lera), aprendo i lavori, ha preliminarmente sottolineato la stridente contraddizione fra un progetto ambizioso e la mancanza di risorse per realizzarlo.

Infatti, secondo il recente rapporto dell’OCSE “Uno sguardo sull’Istruzione 2014″, tra il 1995 e il 2011 in Italia la spesa per studente è diminuita del 4%; tra i 34 Paesi Ocse presi in esame, l’Italia è l’unico che registra una diminuzione della spesa pubblica per le istituzioni scolastiche tra il 2000 e il 2011 (-3%, la media Ocse registra +38%) ed è il Paese con la riduzione più marcata di investimenti (-5% 2000/2011).

Dati che, sino ad oggi, l’attuale governo non ha modificato e che, difficilmente, saranno rimessi in discussione con la prossima legge di stabilità (finanziaria). In questo quadro, lavorando in classi ogni anno più numerose e in strutture scolastiche, quasi sempre, poco stimolanti (per usare un eufemismo) non appare strano che, tra docenti e ATA, si difffondano preoccupazione, pessimismo e incertezza rispetto al futuro.

Libertà di insegnamento (ora ulteriormente attaccata dalla prospettiva che i Dirigenti possano scegliere i docenti da assumere e premiare) e diritto all’istruzione (diritto, non servizio) sono stati sacrificati sull’altare di una più che discutibile autonomia (legge 59 del ’97) che ha ulteriormente approfondito le differenze fra i vari tipi di scuola e fra le scuole collocate in regioni diverse.

In particolare, i tagli della Gelmini, riducendo drasticamente le ore di lezione, da un lato hanno svuotato il lavoro laboratoriale (spesso fatto in compresenza fra docenti e tecnici) che contribuiva a qualificare l’istruzione non liceale, dall’altro hanno reso complessivamente più povera la proposta didattica complessiva. Il che influirà negativamente in misura maggiore in quegli indirizzi dove l’attenzione sui temi culturali più generali è meno diffusa.

Differenze che il governo in carica renderà, se passa il suo progetto, ancora più significative. Non a caso, solo gli studenti dei tecnici e dei professsionali saranno chiamati a svolgere 200 ore di stage in azienda, lavorando gratis e perdendo circa due mesi di lezioni curricolari. Stage che, per come vengono progettati, sembrano solo un regalo per le aziende e non contribuiscono alla maturazione di una preparazione completa e critica. Per questi studenti l’acquisizione dei saperi sembra destinata a ridursi all’apprendimento di una serie di “istruzioni per l’uso”.

Un quadro aggravato dall’esplicita richiesta dell’intervento dei privati, ai quali le scuole, magari trasformate in fondazioni, offriranno “pacchetti di vantaggi”, come il bonus fiscale. In una evidente ‘partita di giro’. I privati investono, lo stato riconosce il loro sforzo e li premia con agevolazioni, frutto, ovviamente, della fiscalità generale. Non sarebbe più semplice investire di più e direttamente sulla scuola?

Per sopperire alla mancanza di risorse, la parola d’ordine è quella di aumentare la competitività, in primo luogo fra i docenti. In effetti, il documento non parla quasi mai del personale ATA, come se la scuola fosse frequentata solo dagli insegnanti. Competitività che dovrebbe concretizzarsi in un 66% di docenti “meglio pagati” e in un 34% di docenti che rimane “al palo”. Affidando i meccanismi di selezione ad appositi comitati di valutazione e dando un potere enorme ai Dirigenti Scolastici (che, per esempio, potranno distribuire a loro piacimento il 10% del fondo di istituto).

Un meccanismo, quest’ultimo, che, secondo Ferdinando Alliata (docente, Cesp Palermo), non solo non rappresenta una novità me che è fallito, dove è stato sperimentato, come scrisse la Commissione prevista dall’art. 22 del Ccnl Scuola 2002/2005, “Negli Stati Uniti l’esperienza di molte scuole in tale senso ha registrato un fallimento: dopo pochi anni, le scuole dove era stata introdotta la merit pay sono tornate sui propri passi”. O, come ricorda A. Kohn (La follia del salario per merito, Educatione Week), “La storia dei piani salariali basati sulla performance è stata una giostra. Sostanzialmente, i distretti che inizialmente avevano determinato il salario reale in base al merito lo hanno abbandonato dopo un breve giro di prova”.

Pagare un compito uguale differentemente servirebbe soltanto a incentivare il non lavoro. E a chi contesta che non tutti si impegnano allo stesso modo (il che è del tutto evidente), il relatore ha ricordato che i Dirigenti hanno, con l’attuale legislazione, tutti gli strumenti utili (a partire dal Codice disciplinare per il personale docente) per intervenire contro gli eventuali “fannulloni”. Perchè il punto è proprio questo: fare in modo che tutti i docenti lavorino bene e socializzino le migliori esperienze didattico-educative.

Se passasse un’idea non cooperativa del lavoro scolastico, tutto il processo formativo subirebbe una pesantissima battuta di arresto. Infatti, con quale ‘spirito’ entrerebbero nelle classi quegli alunni i cui insegnanti vengono pubblicamente indicati come meno meritevoli? E quali genitori accetterebbero di iscrivere i loro figli nelle sezioni “più scarse”? In sostanza, l’unica via possibile è quella apparentemente più complicata: fare in modo che tutti gli insegnanti, nel rispetto della individualità di ognuno, sappiano insegnare.

Il relatore ha anche contestato che “il merito” garantirebbe al 66% di “bravi” una migliore carriera scolastica dal punto di vista retributivo. Prendendo per buone le cifre contenute ne “la buona scuola”, un docente di scuola superiore che il 1° settembre 2018 maturerà il 9 anno (e che sarà sempre fra i “bravi”) a fine carriera perderà rispetto ai parametri attuali oltre 12.000 euro. Insomma lotta e competizione (con tutta le degenerazioni che si determineranno) per guadagnare di meno.

Antonio Condorelli (docente precario da 18 anni) si è soffermato sulla proposta di assunzione dei docenti precari iscritti nella GAE (graduatorie ad esaurimento). Si tratta di docenti che lavorano ogni anno, a dimostrazione dei tanti, troppi, posti lasciati vacanti per risparmiare (un docente precario costa molto meno di uno a tempo indeterminato).

Ha innanzitutto osservato che ci si trova davanti ad un auspicio, visto che sino a quando non verranno indicati i fondi da utlizzare non ci potrà essere alcuna certezza di passare a tempo indeterminato. Ha ricordato che l’Unione Europea ha contestato (con relativa multa da pagare) all’Italia di non avere stabilizzato tutti coloro che per almeno tre anni hanno svolto le stesse mansioni.

Ha puntualmente elencato tutti quei provvedimenti (sostegno agli allievi diversamente abili, eliminazione delle classi pollaio, assunzione dei docenti per svolgere le ore alternaitve alla religione cattolica) che, al contempo, migliorerebbero la didattica e creerebbero nuova e buona occupazione. E ha, infine, sottolineato come oltre ai docenti delle GAE, occorrerà occuparsi dei docenti precari delle cosiddette seconda e terza fascia.

Paolo Putrino, dell’Unione degli Studenti, ha spiegato perchè il 10 ottobre i ragazzi sciopereranno insieme con i lavoratori della scuola per difendere il diritto all’istruzione.

I giovani sono preoccupati perchè vedono avanzare un clima poco democratico, figlio di una visione gerarchica della scuola e della società. Al contrario, vorrebbero maggiore partecipazione e organi di governo capaci di stimolare il confronto e la condivisione delle scelte. In sostanza, vorrebbero avere diritto di parola rispetto al loro futuro. Fra tante proclami e “invocazioni” future, ci piace concludere con una frase di un pensatore (Kant) su cui, forse, molti innovatori, o presunti tali, dovrebbero riflettere: “I bambini devono essere guidati non soltanto in conformità allo stato presente del genere umano, ma a quello futuro, al migliore possibile, cioè all’idea dell’umanità e della sua completa destinazione”.

Leggi parte del ltesto de ‘La Buona Scuola’ corredato da osservazioni dei Cobas Scuola

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