Una promessa o una minaccia? La demolizione della parte novecentesca del Santa Marta, che prelude alla creazione di una piazza davanti alla costruzione settecentesca, annunciata dal presidente Musumeci qualche mese fa, sembra avvicinarsi.

L’oggetto è, in entrambi i casi, il “progetto per la demolizione selettiva e controllata del fabbricato prospiciente su via G. Clementi angolo Via Bambino nell’ambito dell’intervento di riqualificazione del presidio ospedaliero S. Marta di Catania”.

Ce lo dicono due documenti rintracciabili sul sito del Genio Civile, due “determine” rispettivamente di inizio settembre e del primo ottobre di quest’anno.

Il primo documento (n.128) segnala la concessione del finanziamento, l’esistenza di un progetto esecutivo, la nomina del Responsabile Unico del Progetto, che è l’ingenere capo del Genio Civile, ed individua il volume del fabbricato che sarò demolito in modo che possa essere delocalizzato altrove, quale “trasferimento di cubatura edilizia”. Una questione su cui torneremo più avanti

Nel secondo documento (n.148) si “determina” la conclusione positiva di una conferenza dei servizi, che “sostituisce ad ogni effetto tutti gli atti di assenso”, e quindi la demolizione può procedere. Dopo aver acquisito il via libera della Soprintendenza, dell’Ufficio Urbanistica del Comune, di Sidra, Rete Gas e altri gestori di servizi pubblici coinvolti.

Insomma, il dado è tratto. Ma chi lo ha deciso? Chi firma questi documenti? E’ il Dipartimento Regionale Tecnico dell’Assessorato Infrastrutture e Mobilità, vale a dire la Regione, anzi un suo organo tecnico.

Ma non erano i cittadini a dover prendere le decisoni che riguardano l’urbanistica del proprio territorio? Chi e dove ha discusso di cosa fare in quest’area centralissima del nostro centro storico? Non doveva esserne interessato il Consiglio Comunale, organo di rappresentanza dei cittadini?

Immaginiamo le possibili obiezioni. I catanesi, anche se nessuno li ha interpellati, sarebbero ben lieti di veder abbattutto un edificio non certo bello e sicuramente incongruo rispetto al contesto architettonico. E cosa mai potrebbe decidere un Consiglio Comunale composto, non solo a Catania, di fedelissimi messi lì a ‘dire sì’ a qualunque decisione, considerata anche l’assenza di una pianificazione argomentata sul futuro della città?

Di più. Qualcuno sarà anche soddisfatto dell’attivismo di un Presidente di Regione decisionista, di un ‘uomo del fare’ che non si fa ferma davanti a nulla e a nessuno. Neanche davanti al rispetto delle norme.

Di sicuro non si è fatto fermare, neanche per riflettere, da un appello di cinquanta esperti, architetti, ingegneri, storici, professori universitari che, ad agosto, si era rivolto a lui, oltre che agli Assessori al Territorio e alla Cultura per fermare una demolizione ritenuta illegittima.

Illegittima perché decisa da chi non ha autorità per farlo, anche se si tratta del Presidente della Regione, che rimane un amministratore del bene comune, con prerogative ben definite dalle legge, a cui è anch’egli sottoposto.

Ed illegittima perché le norme prevedono che, in centro storico, siano attuati solo interventi di manutenzione. E’ consentito anche il restauro conservativo, ma solo all’interno di un piano particolareggiato (Piano Particolareggiato Attuativo, lr 9/2020), esteso all’intero isolato, realizzato sulla base di attente analisi del contesto e volto a conservare le “caratteristiche ambientali e il quadro urbano…” (art.10 Norme attuazione PRG).

Inoltre, sebbene nei documenti citati all’inizio si parli di demolizione “nell’ambito dell’intervento di riqualificazione del presidio ospedaliero Santa Marta”, dell’intervento di riqualificazione non si dice nulla, non si sa se ci sia già un progetto, anche di massima, anzi si direbbe che non ci sia proprio perché altrimenti sarebbe stato citato e orgogliosamente sbandierato.

Quindi, ricapitolando, non solo Presidente e Assessori non hanno risposto all’appello di numerosi autorevoli cittadini, né per contestarne il contenuto né per argomentare sulla legittimità delle procedure seguite, ma (con queste determine) sono stati fatti ulteriori passi avanti verso la demolizione ribadendo la metodologia – illegittima – di decidere dall’alto senza coinvolgere i cittadini e il Consiglio che li rappresenta.

Anzi senza neanche renderli edotti, “a muta a muta”, come si suol dire, magari per evitare che qualcuno faccia “pruvulazzu”.

In pratica si procede ad abbattere una costruzione incongrua nella prospettiva di realizzare qualcosa di altrettanto incongruo, una piazza (si dice), estranea alla fisionomia architettonica di quell’area urbana, che, su via Clementi (che i più continuano a chiamare via Sangiuliano), non prevedeva vuoti ma una cortina di edifici. Una tipologia confermata anche da vecchie foto e cartoline, alcune delle quali pubblicate da Argo.

planimetria ITTAR 1863In sintesi, nessun piano di ampio respiro, non diciamo su tutta l’area del centro storico, come chiedevano gli esperti nell’appello, ma nemmeno sull’isolato in cui è inserito il Santa Marta.

Sulla demolizione, invece, tutto pronto a tamburo battente, finanziamento, avvio dell’affidamento dei lavori, progetto già esecutivo e una generica prospettiva di delocalizzazione.

Si quantifica il volume complessivo del fabbricato che sarà demolito (mc 31.822,42 ) e si stabilisce che sarà possibile localizzarlo altrove. In altre parole, si ha in programma di costruire qualcosa da qualche altra parte ma non si dice cosa e dove. Al posto dell’edificio demolito resterà un vuoto, forse la prospettata piazzetta, senza ripristinare lo stato precedente dei luoghi.

Si altera la struttura del centro storico senza che uno studio, un’analisi, una pianificazione motivi e giustifichi questa alterazione.

Non piangeremo sulla scomparsa di questa costruzione novecentesca che dal punto di vista estetico ed architettonico non aveva mai convinto.

Ci preoccupa il metodo seguito, il mancato rispetto delle norme, la mancanza di trasparenza delle scelte, l’arroganza di chi decide dall’alto espropriando i cittadini (e il Consiglio Comunale) del diritto a pianificare. Ci preoccupa l’esportazione di questo ‘disinvolto’ modo di procedere in altre situazioni analoghe, riguardanti non solo edifici pubblici ma anche privati.

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