Figure femminili che si sono distinte per le loro azioni ribelli, di coraggio e di resistenza alla discriminazione e all’ingiustizia, donne anonime e sconosciute alla grande storia, vissute nel ‘700 nell’immaginaria Calacte. Sono le protagoniste dei sette racconti di Maria Attanasio, pubblicati ad inizio 2020 dalla casa editrice Sellerio, con il titolo “Lo splendore del niente e altri racconti”.

Realizzando un corpus coerente per tematiche, personaggi e ambientazione sono stati ripresi e messi insieme, in un unico volumetto, racconti già pubblicati tra il 1994 e il 2014 in diverse collane, quaderni, libri collettivi.

Nella prefazione al volume è la stessa Attanasio che scrive: “Si nasce per caso in un luogo, che può diventare scelta, destino. E destino di scrittura è stata per me Caltagirone, l’immaginaria Calacte della maggior parte di questi racconti”

E ancora “Storie soprattutto di donne ribelli, non rassegnate, di cui spesso resta solo un gesto, un dettaglio intrappolato in vecchi libri o nelle scritture di cronisti locali […] che arrivano a me, si insediano in me fino a quando non restituisco loro parola e identità”.

Un grande amore, dunque, per la sua città e per la storia locale attraverso la quale la scrittrice ricostruisce il vissuto, i pensieri e i sentimenti di queste donne incontrate dentro le scartoffie degli archivi.

Così l’autrice ripercorre le esistenze di queste donne raccontando – in “Delle fiamme, dell’amore” – il coraggio di Catarina, che muore tra le fiamme della baracca di legno costruita dopo il terremoto del 1693 per salvare il marito invalido pronunciando queste parole “Senza vossia, non ce n’è mondo”.

Rimasta vedova, Francisca (mascula fora, fimmina intra) – in “Correva l’anno 1698 e nella città avvenne un fatto memorabile” – decide di andare a lavorare nei campi indossando abiti maschili per guadagnarsi da vivere. Scoperta, viene denunciata al tribunale dell’Inquisizione e accusata di stregoneria, finendo per fortuna assolta da un Inquisitore magnanimo.

L’epilettica Annarcangela, in “La donna pittora”, restaurando un affresco della crocifissione riconosce se stessa nel volto della donna ai piedi della croce e firma l’affresco: primo Gennaio 1708.

“Dell’arcano liquore e di altri odori” ha come protagonista Giovanna Bonanno, meglio conosciuta come “la vecchia dell’aceto”, che aiutava le donne a liberarsi da ingombranti mariti con infusi e tisane da lei preparate.

La badessa sant’Ammiraglia del convento di Procida disattende le disposizioni del governatore, che vorrebbe eliminare tutti i gatti presenti sull’isola per favorire la caccia del proprio sovrano Carlo, in “I gatti dell’isola nomade”.

Infine Levia in “Morte per acqua”, una cavalletta espressione di libertà e leggerezza che percorre la storia finendo il suo volo nelle campagne di segala a saint Denis. nella piazza dove la gente gridava “Justice, Pain, Egalitè”.

Ma perché parlare di queste donne del passato? Per testimoniare che anche in quel passato oscuro e remoto le donne c’erano e facevano, come potevano, gesti di resistenza e di coraggio. Per non cancellare e non dimenticare quelle donne, oscurate dagli uomini e dal potere. Infatti la storia è stata sempre scritta dagli uomini, come commenta l’autrice.

Sullo sfondo di queste microstorie si staglia la grande storia con i suoi grandi avvenimenti: il terremoto del 1693, le ricorrenti epidemie e carestie, comprese le invasioni di cavallette, il succedersi delle diverse dinastie in Sicilia, dagli Spagnoli al francese savoiardo Vittorio Amedeo, all’imperatore austriaco Carlo VI per finire negli anni 40 del Settecento di nuovo al dominio spagnolo.

Uno di questi racconti, “Lo splendore del niente” dà il titolo al volumetto. In esso si racconta la storia della nobile Ignazia Terremuto che avrebbe voluto dedicarsi al canto in un periodo, il Settecento, in cui potevano cantare solo gli uomini e i castrati. Invano la giovinetta ripeteva con insistenza e reiterazione “Perché sono femminella, io no?”. L’incomprensione della madre la spinse a scegliere di vivere rifiutando tutto ciò che era convenzionale al suo tempo e respingendo ricchezze, agi e matrimoni. Ignazia, come ci dice la stessa autrice, “si era trovata a vivere in uno spazio–tempo in cui la vita delle donne era scandita tra famiglia e convento, tra chiacchere e pratiche devote. Scelse la libertà!”

Ma la visse all’interno “opponendo al falso pieno di una vita agiata la solitaria e mistica avventura dell’anima”. Cercando l’estasi trovò la mente e in essa il niente. Ignazia, se fosse nata in Francia settant’anni dopo – osserva Maria Attanasio – avrebbe fatto parte delle femmes-filosofes dei comitati rivoluzionari.

La scrittura di questi racconti presenta un lessico che alterna ad uno stile ricercato, supportato da una profonda cultura classica, le parole della antica tradizione dialettale siciliana ormai desuete, ma molto colorite e fortemente espressive e pregnanti.

Anche la scelta grafica della copertina, con il “Silenzio” di Johann Heinrich Füssli, riconduce al contrasto tra il potere evocativo della parola e il silenzio che annienta.

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