“Tutte le guerre passano dai porti”. Lo sostengono gli organizzatori della marcia per la pace e contro le armi prevista nel porto di Genova per sabato 2 aprile.

E’ prevista anche la consegna all’Autorità Portuale di un appello-denuncia sulla trasparenza dei carichi di armamenti e il divieto di transito alle “navi della morte”.

Accendere “fari di pace” sui porti italiani serve a rendere evidenti gli affari che preparano le guerre.

E il primo “faro di pace” verrà acceso il 2 aprile a Genova, con l’evento promosso da un largo fronte di associazioni laiche e religiose, Pax Christi Italia, Caritas, Azione Cattolica, ma anche Collettivo Autonomo Lavoratri Portuali (CALP), ANPI (Associazione Nazionale Partigiani d’Italia) di Genova e ARCi di Genova, The Weapon Watch – Osservatorio sulle armi nei porti europei e del Mediterraneo, e altre ancora. E con la partecipazione dei vescovi di Genova e Savona.

Alle spalle di questa iniziativa c’è una storia.

Tre anni fa i camalli del CALP e della Compagnia Unica hanno bloccato armamenti destinati all’Arabia Saudita ma presentati come “attrezzature civili”, rompendo il silenzio attorno ai commerci illegali di cui non volevano essere complici.

Un anno fa i portuali di Ravenna e di Livorno hanno dichiarato sciopero contro i container di esplosivi destinati a Israele, mentre Gaza veniva bombardata.

Pochi giorni fa i lavoratori dell’aeroporto di Pisa si sono rifiutati di lavorare al carico di “aiuti umanitari”, destinati all’Ucraina, sotto cui si celavano armi e munizioni.

Come leggiamo nella locandina della marcia del 2 aprile:

“Ucraina, Libia, Siria, Afghanistan, Israele… non vi è stato grave conflitto armato recente in cui non vi sia stato il coinvolgimento o il sostegno del governo italiano o di aziende operanti in Italia. E così nelle repressioni delle proteste popolari da parte di regimi autoritari in Egitto, in Kazakistan, in Myanmar, e perfino nella continua mattanza di civili in Messico.

Da decenni, in nessun conflitto armato vi è stato un vincitore, vi sono stati invece immunerevoli vittime e consequenti initerrotti flussi di migranti disperati, a cui l’Italia e l’Europa hanno risposto con la chiusura delle frontiere, i movimenti xenofobi, la Brexit…

Le proteste dei lavoratori hanno reso evidenti quello che i governi ci vogliono nascondere, cioè che il nostro paese sostiene – quando non vi partecipa direttamente – il commercio delle armi verso i paesi coinvolti in conflitti armati e dove si commettono gravi crimini contro i civili.

Questo commercio è esplicitamente vietato dalla legge 185 del 1990 e dal Trattato internazionale sul commercio delle armi convenzionali, che vietano anche il passaggio attaverso il territorio nazionale di armi utilizzabili per violare i diritti umani.

I governi, le autorità dello Stato devono tornare a operare entro la cornice della legalità che è la loro stessa ragion d’essere.

Devono rispettare l’articolo 11 della Costituzione, da cui discende la legge 185/90, che regola l’export militare e vieta al governo di vendere armi a Paesi che sono in guerra.

Devono ridare vigore all’azione mediatrice delle Nazioni Unite e interrompere legami affaristici con i regimi autoritari, con Putin, con al-Sisi, con i monarchi assoluti del Golfo che sono divenuti i maggiori acquirenti delle aziende italiane della difesa.

Non siamo ancora definitivamente usciti dall’emergenza del COVID, e già si decide di aumentare il budget della spesa militare, evidentemente a scapito della spesa sociale, sanitaria, scolastica.

Sulla stessa lunghezza d’onda Alex Zanotelli, missionario comboniano, dal rione Sanità di Napoli, come aveva fatto dalla baraccopoli di Korogocho, alla periferia di Nairobi, respinge la guerra e le sue ragioni senza mezzi termini. E considera una pazzia l’incremento delle spese militari. Questi soldi, prosegue, 3 miliardi già dal prossimo anno, “”vanno spesi per la scuola, la sanità, non per le bombe e i missili. La guerra è il risultato di questo armarsi fino ai denti.”

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