Scegliere un libro e leggerlo. Da anni le amiche del circolo di lettura “Libri in libertà” vanno oltre: si riuniscono per discuterne e confrontarsi. Quando il testo è complesso, come quello che ha recensito per Argo Antonietta Milone, danno vita a un dibattito particolarmente impegnativo.

“Sulla riva del mare” di Abdulrazah Gurnah, scrittore di Zanzibar, vincitore del premio Nobel per la letteratura nel 2021, capovolge il genere odeporico, che tratta dei viaggi come metafora dell’errabondaggio della vita, degli incontri sentimentali, dello svago e del turismo tout court.

In questo romanzo, invece, tutto ciò che riveste importanza esistenziale sta alle spalle dei personaggi, affonda nelle esperienze del passato, compiute nel paese natìo e, perciò, si colora di nostalgìa. Qui il viaggio è subìto per necessità, diventa atto di spoliazione dei beni e degli affetti più cari, e dai viaggiatori, astuti mercanti, volti a cogliere l’occasione e a volatilizzarsi in terre lontane, ha origine il tradimento e la frode.

Unico prezioso viatico che trova posto nella valigia tra poche magliette e 2\3 paia di pantaloni l’oud-al qamari, ‘il legno della luna’, un raro profumo estratto da una resina di aloe infestata dai funghi. Esso colpisce e conquista le narici al punto che viene intercettato e rubato sùbito, alla dogana, perché, privo del profumo della sua terra, evanescente come la nostalgia, lo sconforto e lo sradicamento del viaggiatore siano totali.

Ad essere inestirpabili e proterve sono, invece, le radici familiari, che funzionano con la stessa inesorabilità con cui vige il principio dinastico per le famiglie regnanti: tutti i maschi d’una famiglia portano, accanto al proprio, il nome del padre, del nonno e del bisnonno (occorre, per distinguerli, o un numero di serie o l’epiteto “formulare”: il pio, l’alcolizzato, il convertito, l’esule).

I conflitti ereditari, che non avevano risparmiato neanche la famiglia del Profeta, anche se il Corano aveva tentato di regolarli iscrivendoli in un ambito di superiore moralità, nel periodo in cui Zanzibar si affaccia all’indipendenza, esplodono facendo pagare lo scotto di antiche ingiustizie “di genere”, provocando faide interminabili tra clan rivali, scardinano anche i rapporti più intimi e determinano effetti a catena, devastanti come quelli di un sisma.

La trama

Ogni anno Hussein, un mercante persiano, viene a vendere i suoi preziosi profumi a Zanzibar e intreccia un’amicizia con Rajad Shabaan Mahmud III, che vive con la bellissima moglie, Asha, e due figli: Hassan di quindici anni e Ismail di nove.

La storia s’impernia sugli anni che vanno dal 1963 al 1984. Hussein, ospite nella casa dei Mahmud, persuade l’amico ad imbarcarsi in un affare che lo renderà ricco. Avendo finanziato l’investimento, il mercante si premunisce da ogni rischio trasferendo il suo debito ad Omar Saleh, ricco mobiliere che fa affari soprattutto coi britannici, al quale lascia come garanzia l’ipoteca contratta sulla casa di Mahmud III.

L’anno dopo, al suo ritorno a Zanzibar, il mercante comunica che l’affare non ha avuto l’esito sperato e, dall’anno successivo, non si fa più vivo, anzi, sollecitato da Omar Saleh, che chiede indietro il suo denaro, lo invita a riscuotere l’ipoteca sulla casa di Mahmud III.

Oltre che artefice della truffa commerciale, Hussein è il seduttore del primogenito di Mahmud III e provoca, con la sua condotta, la perdita della casa e la rovina della famiglia. Un ruolo, centrale nel romanzo, è quello dell’antagonista di Mahmud III, il malcapitato Omar Saleh, le cui vicende patrimoniali, stravolte dal prestito per finanziare l’affare fallito, si connettono ai rivolgimenti sociali e politici determinati dalla dichiarazione d’indipendenza dell’isola.

Il suo negozio fallisce e il ribaltamento degli equilibri politici, che consegna Zanzibar a politicanti senza scrupoli, lo espropria di due case e gli procura una condanna ad un lungo confino, alla fine del quale, a 65 anni suonati, Omar Saleh si ritrova profugo in Inghilterra.

Il protettorato britannico

Non tenero, ma pur sempre imparziale, il giudizio dell’autore sul protettorato britannico. “C’era un fascino particolare in questo tipo di cultura, qualcosa che aveva a che fare con il fatto di vivere nel mondo moderno… (Essi) sapevano così bene come si facevano le cose importanti: curare le malattie, guidare gli aerei, fare i film”.

E, procedendo nella narrazione, viene approfondito il confronto con “le nostre storie”, precedenti al loro arrivo, che sembravano “ medioevali, fantastiche, miti sacri e segreti che costituivano metafore linguistiche e riti di appartenenza”.

A scuola per queste storie non c’era posto: “solo un’ordinata accumulazione delle vere conoscenze che loro ci portavano, in libri che loro ci fornivano, in una lingua che loro ci insegnavano”.

Ciò viene detto a premessa della sezione antropologica del racconto, dove si persegue una sintesi tra usi e costumi precedenti alla venuta degli inglesi e i nuovi modelli di vita. Ne viene fuori una specie di enciclopedia tribale dedicata agli argomenti più svariati: dalla formazione delle ragazze appena scocca la pubertà, alle cerimonie nuziali, ai modi e ai momenti della preghiera musulmana, all’organizzazione della scuola (vedi la mappa del mondo tracciata con un’unica linea col gesso alla lavagna), al differente metodo di assemblaggio e di fruizione dei testi che rende così diverse rispettivamente la biblioteca inglese e quella americana.

Da quanto detto si evince che il giudizio storico sui guasti prodotti dal colonialismo vibra dei palpiti del cuore e si nutre del tenace amore per la cultura europea nelle sue più minute ramificazioni (si veda il posto riservato al Bartleby di H. Melville piuttosto che al più popolare Moby Dick).

Il debito di gratitudine verso l’eredità del Regno Unito è tale che i guai per i due protagonisti cominciano con l’Indipendenza, quando si disfano le maglie già larghe con cui venivano sanciti i contratti giuridici nelle terre coloniali e domina sovrana la corruzione; in mancanza di regole certe e di competenza negli affari economici e finanziari, il migrante sperimenta la pericolosità della parola e ricorre al trucco “astuto” di tenere celato il tesoro della lingua e della cultura del popolo che l’ha dominato, pena la sua definitiva sopraffazione.

Valore supremo per l’autore riveste il diritto di cittadinanza, soprattutto per le donne (cfr. il nome che Omar Saleh sceglie per la propria bambina, Raija, cittadina, giudicato imbarazzante dalla madre e, perciò, modificato in Rudija, nome portato dalla figlia del Profeta) quasi ad ammonirci che, fino a quando le donne non saranno titolari del diritto di cittadinanza, ogni loro rivendicazione è “transitiva”, può esser fatta valere solo a costo di consegnarsi ad un potente protettore, come avviene alla bellissima Asha, amante del ministro dello sviluppo e delle risorse.

La poetica

Qualche parola ancora per illustrare la particolare forma di umanesimo di cui è portatore il personaggio di Omar Saleh, forse “alter ego” dell’autore.

Il suo lungo e sofferto rendiconto, più spossante di un duello ingaggiato col figlio dell’uomo responsabile della sua rovina, R.S.Mahmud IV, è inizialmente invelenito dal corrosivo spirito polemico del suo interlocutore, ma, procedendo nella lettura, diventa un vero e proprio testamento spirituale che svigorisce ed annienta ogni residuo spirito di vendetta dell’altro.

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Lo stesso ritmo narrativo, pacato e solenne, ci fa entrare nel vivo della poetica di Gurnah: quando Ismail Mahmud protesta perché lui ha eluso sino alla fine la sua domanda sul ritorno d suo fratello Hassan, l’adolescente a suo tempo sedotto e fuggito con Hussein: “Non voleva rovinarsi il colpo di scena, immagino”, Omar S. che non fa alcuna concessione alla ricerca di effetti.

Senza venir meno al tono lento e monotono del suo racconto obietta: “Volevo che capisse il momento in cui è tornato. Volevo che capisse ciò che significava quel momento”, ovvero ribadisce l’importanza d’ogni singola tappa nella storia e nel percorso interiore delle persone.

Il traumatico passaggio dalla società coloniale all’Indipendenza fa vacillare ogni certezza. Cosa può restare di stabile, se, da un giorno all’altro, perdi la tua casa, il lavoro e diventi profugo, un migrante? Anche la tua identità diventa fluida: i nomi – che servono ad assegnare il posto delle cose nel mondo ed anche alle persone un’identità – sfumano l’uno nell’altro e, come se non bastasse, altri se ne accumulano: gli pseudonimi assunti in terra straniera.

Omar Saleh si traveste col nome più fortunato del suo avversario, R.S. Mahmud III; Ismail, ovvero R.S. Mahmud IV, forse per iniziare il lungo percorso catartico che lo depurerà dai suoi tenaci rancori, assume per sé il nome “divino” di Latif.

Incidono pesantemente sugli scambi d’identità anche le distanze fisiche, cui non può sopperire alcun mezzo di comunicazione. L’epistolario tra i due “amici di penna”, Omar ed Elleke, ce lo rammenta in modo sorridente, ma non superficiale: l’amica “dal cappotto leopardato” non esiste; al suo posto c’è Ian, ma – ancora una volta – l’identità sfuggente dell’amica è affidata ad un nome, Elleke, la madre di Ian, che è il più bel personaggio femminile del romanzo, donna polùtropos come Odisseo e dalle molte patrie. Anche ciò che apparentemente è più saldo, il ricordo della casa contesa, visitata una sola volta da Latif, ora che sta varcando la soglia della casa inglese del suo rivale, per uno scherzo della memoria gli sembra dotata di porte girevoli che attuano il passaggio da quell’altra casa antica dell’isola di Zanzibar all’attuale dimora a pochi chilometri da Londra.

La sensazione che ne riceve Latif è quella d’aver “ritrovato” la strada di allora, fiancheggiata dal viottolo che lo accecava con l’apparizione in fondo della luccicante distesa del mare. “E’ stata solo una fantasia, conclude tra sé Latif, l’impressione momentanea che sforzi e sofferenze erano state fatiche vane, solo per arrivare a ciò che era stato programmato fin da principio”.

Un percorso labirintico, dunque, che di fisso ha soltanto una meta: la fierezza d’esser partecipi della cultura anglosassone, nel cui possesso i due duellanti alla fine si riconoscono, trovano sostegno in un terreno di discussione civile e d’intesa, decifrano allo stesso modo l’enigmatico scrivano di Melville, eroe della rinuncia più che sconfitto e “desperado”.

Un itinerario che Abdulrazak Gurnah, scrittore di Zanzibar che scrive in lingua inglese, rivela di ben conoscere, allorchè interrompe il flusso uniforme del suo racconto col lampo di un’intuizione consapevole, posta in bocca ad Elleke. Rivolta al figlio che protesta di non avere a noia i racconti ripetuti ma sempre variati delle sue peripezie, osserva:” E’ vero quello che dici delle storie. Ci sfuggono sempre dalle dita, cambiano forma, lottano per andarsene via”.

Sa che quella di scrivere è un’arte difficile, consiste nell’afferrare a volo quelle storie fugaci, che trascorrono dall’una all’altra e conservarle come un tesoro, l’unico che ci è dato, per trasmetterle alle generazioni avvenire.

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