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Finita la fase dei preliminari, sta prendendo avvio la battaglia per l’elezione della nuova amministrazione comunale. Ha cominciato Bianco, dopo essere stato designato da un ‘plebiscito popolare’ nel segreto del Direttivo del PD.

Una delle sue prime proposte è stata quella di riutilizzare le strutture dell’ospedale ‘Vittorio Emanuele’, in procinto di essere trasferito nella nuova sede del ‘San Marco’ di Librino, trasformandole, con una ristrutturazione leggera e con l’utilizzo dello strumento del project financing, in campus universitario. Idea peraltro non nuova, che risalirebbe allo stesso architetto G. De Carlo, autore del restauro dei Benedettini.

E’ stato subito controbattuto da un comunicato dai toni piuttosto accalorati del Collettivo Politico Experia che, ribadendo la contrarietà alla presenza degli insediamenti universitari nel quartiere dell’Antico Corso, accusano il candidato sindaco Bianco di volere “espellere gli abitanti storici per permettere ai soliti noti, i potenti Virlinzi, Ciancio, Lo Bello, Vecchio ecc., di arricchirsi ancora un po’ con il metodo del project financing e di essere i primi a tuffarsi sull’affare dei servizi universitari privatizzati”.

A loro parere, il quartiere “ha invece bisogno di strutture sportive gratuite, di spazi all’aperto per grandi e piccoli, di una battaglia durissima contro la dispersione scolastica (…), della creazione di asili e scuole a tempo pieno; [della] costituzione di un parco archeologico, affidato a cooperative di disoccupati che si occupino della fruizione e della vigilanza degli stessi. L’Antico Corso deve essere arricchito da spazi di vera aggregazione sociale e culturale.”

Certo hanno ragione anche quando denunciano il malcostume delle passerelle elettorali di tanti politici che seducono e abbandonano quando hanno ottenuto l’agognato voto.

E non sbagliano a dire che il metodo del project financing dalle nostre parti è spesso stato reinterpretato come un modo per svendere beni pubblici alla speculazione privata.

Tutto ciò, a nostro modo di vedere, non esime dal ragionare sui dati di realtà e riflettere sulla proposta in sé. I dati di realtà dicono che:

  • l’ospedale, fra qualche anno, sarà dismesso e un suo riutilizzo va comunque immaginato
  • gli insediamenti universitari sono ormai un dato irreversibile.

D’altra parte non sono gli spazi, privati e pubblici, che mancano per fare tutto ciò di cui il quartiere ha bisogno. Possiamo dire anzi che ce ne sono anche troppi.

Ad esempio: anche il S. Marta dovrebbe essere dismesso; il recupero della chiesa dell’Idria è fermo da temo immemorabile; una parte dell’edificio del S. Bambino attende ancora di essere recuperata. Basta poi fare un giro per molte strade del quartiere, per accorgersi che sono decine le case abbandonate e ormai ridotte ad un ammasso di rovine.

Il fatto è che il pubblico non ha risorse nemmeno per tappare i buchi nelle strade e il piccolo proprietario abbandona la casa di sua proprietà o la affitta a basso prezzo (non ne cura quindi la manutenzione) perché non ha alcun interesse e nessun incentivo ad investire su di essa.

Se questa è la situazione, è inutile lasciarsi andare a considerazioni e proteste generiche (d’altra parte è da vedere quale altro soggetto pubblico sarebbe stato capace di mobilitare risorse progettuali e finanziarie per recuperare i Benedettini). Meglio sfidare i politici di passaggio su un terreno più ampio che deve saper guardare al quartiere nel suo complesso.

L’errore infatti non è stato l’insediamento universitario, ma aver lasciato che si trasformasse in una cattedrale nel deserto, non essendo stato contestualizzato nè utilizzato come motore per il recupero dell’intero quartiere.

In questo senso l’ipotesi di fare del ‘Vittorio Emanuele’ un campus universitario non ci sembra da scartare perché non stravolge l’attuale equilibrio urbanistico del quartiere, non dovrebbe avere un costo esorbitante e sottrarrebbe questo spazio a ben altri appetiti speculativi (qualcuno ha presente cosa è successo negli anni Settanta col vecchio sito del Reclusorio del Lume?).

Oltretutto nulla impedisce che una parte di esso (per esempio gli edifici prospicienti su via Plebiscito) venga utilizzato per allocarvi alcuni dei servizi reclamati dal Collettivo Experia, aggiungendo pure un poliambulatorio per le visite specialistiche e un punto per la prima emergenza.

Si resterebbe, tuttavia, ancora allo stallo attuale se, contestualmente non venisse attuato:

  • un articolato piano di recupero dei tanti spazi pubblici inutilizzati o sottoutilizzati che sono presenti nel quartiere
  • una politica di trasporto pubblico che liberi il quartiere dall’isolamento in cui è piombato e da un trasporto privato sempre più invadente e aggressivo
  • l’individuazione di aree di parcheggio
  • una opportuna valorizzazione dei tantissimi siti archeologici e artistici presenti nel quartiere, anche come occasione di lavoro e occupazione.
  • una politica di incentivi ai piccoli proprietari per rendere appetibile il recupero di un diffuso patrimonio edilizio che sta andando inutilmente in rovina, mentre nelle periferie e nei paesi del circondario si continuano a consumare quantità crescenti di territorio

Per tutte queste cose conviene convocare alla partecipazione la gente del quartiere in modo che i residenti possano riappropriarsi di un territorio di  cui sono stati di fatto espropriati, di mattina dall’invasione di automobili e studenti, di sera dalle rosticcerie di carne di cavallo. E’ davvero impossibile che questo quartiere torni ad essere un quartiere?

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2 Responses to “Un campus universitario invece del Vittorio Emanuele?”

  1. attentoi alla svendita dei beni pubblici. Bianco è un vero e proprio pericolo. E’ un emissario di tanti potenti che hanno messo le mani sulla città. Attenti perchè la ministra dell’interno, amica di un tal Sinesio Angelo detto Ninni, ha nominato questo soggetto persona responsabile e sovraintendente dei beni pubblici da riconvertire e certamente non appena il piano regolatore o non appena si verificheranno circostanze particolari farà scatenare la solita banda del buco e cioè i ” predatori delle aree pubbliche “. Stiamo attenti quindi e denunciasmo queste strane manovre legate alla figuretta di Bianco. Alla nuova Dogana, ad esempio, lo scempio è stato consumato a beneficio di quettro predatori dei beni pubblici. Bisogna denunciarli. Quell’edificio è una vergogna. E’ stato distrutto e ridotto uno scatolone senza valore e senza pregio.

  2. salvatore castro
    aprile 24th, 2013 at 12:22

    mi piacerebbe avere maggiori dettagli sulla paternità di: nuova dogana. conosco quelli del mulino S. Lucia! certo è che ad oggi, dopo il momento di euforia, molti spazi dello scatolone senza valore ne pregio, sono assolutamenti vuoti, segno inequivocabile che nessuna previsione fu fatta a suo tempo e che in realtà non si ravvisava alcuna necessità reale di questo presunto uso e men che meno di questo tipo di “ristrutturazione” che ha precedenti e successori illustri: penso al raddoppio ferroviario, al centro congressi da 5000 posti e l’acquario grande come quello di Genova che attira(quello di Genova)milioni di turisti.

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