All’inizio era la ‘buona scuola’ di Renzi, oltre 130 pagine, sicuramente accattivanti e curate nella grafica, per annunciare, urbi et orbi, la fine del precariato (quasi 150.000 assunzioni) e ribadire la centralità, e l’importanza, dei docenti: ‘un buon insegnante vale più di un ministro’.

Ovviamente, una pubblicazione così ampia non era fatta per essere letta da tanti integralmente. E, infatti, per il grande pubblico sono state sufficienti poche veloci slide che, volutamente, non esplicitavano il senso profondo della proposta: un’idea di scuola stupidamente competitiva e meritocratica, senza collegialità, senza risorse, subordinata alle esigenze del mercato, poco interessata allo sviluppo dello spirito critico degli studenti.

Insomma, una scuola molto distante da quella indicata nella Costituzione. E mentre, apparentemente, si era in procinto di ‘rivoluzionare’ la scuola (del che ci sarebbe assoluto bisogno) il governo, in effetti, lavorava e progettava altro, cioè il disegno di legge che fra poco inizierà l’iter parlamentare.

Giunti al dunque, la musica è cambiata, o meglio è diventato esplicito ciò che era stato precedentemente mascherato. Innanzitutto, anche nella scuola, come nella società e nella politica, si afferma una visione gerarchico-piramidale dell’organizzazione.

Uno solo al comando. Così, il vecchio preside, oggi dirigente scolastico, dovrà, secondo la proposta, definire i piani triennali di sviluppo della scuola; assumere, utilizzando un apposito albo (e non una graduatoria), i docenti più adatti per le attività di potenziamento; nominare un suo staff; valutare il personale e premiare i ‘meritevoli’ (orientativamente il 5% dei docenti); entrare nel merito della didattica.

Tutto questo a suo esclusivo e insindacabile giudizio, senza alcun controllo. Infatti, gli organi collegiali potranno, al massimo, essere sentiti. Per immaginare che una scuola siffatta possa funzionare, sviluppando attività realmente formative, che in quanto tali hanno bisogno di una comune e condivisa programmazione, occorre, evidentemente una fervida fantasia, che si scontra con i più elementari principi di realtà.

Ed evitiamo di sottolineare, in un Paese che non brilla per un condiviso senso etico, quanti Rolex accompagneranno le richieste di chi aspira ad essere trasferito e/o premiato.

Quanto alla fine del precariato, man mano che ci si dovrebbe avvicinare alla meta, come nella ‘migliore’ tradizione politica, i numeri cambiano. Oggi le assunzioni dei docenti precari sono state ridotte a circa 100.000 unità e la cifra è destinata a scendere ulteriormente.

Come tutto ciò risponda alla sentenza di condanna della Corte di Giustizia europea il governo dovrà, evidentemente, spiegarlo davanti ai giudici, ai quali ricorreranno, con ottime possibilità di vittoria, non meno di 200.000 lavoratori precari assunti per oltre 36 mesi.

Non solo, ma i nuovi docenti avranno meno diritti dei ‘vecchi’ (tutele decrescenti), perchè molti di loro faranno parte di quei famosi albi dai quali i dirigenti individueranno chi è più utile per i loro progetti.

Nessun cenno, inoltre, rispetto al personale A.T.A. (segreteria, tecnici e collaboratori scolastici); il carico di lavoro è aumentato (altro che dematerializzazione), ma la ‘logica del risparmio’ impone non solo che non si proceda a nuove assunzioni, ma che venga bloccato lo stesso naturale turn over.

Ciliegina finale del Ddl l’articolo 21, che delega il Governo ad emanare, entro diciotto mesi dalla data di entrata in vigore della legge, uno o più decreti legislativi riguardanti l’intero Sistema Nazionale di Istruzione e Formazione.

In sostanza una delega a stravolgere la scuola in assenza di qualsiasi controllo parlamentare e sociale. C’è molto, quindi, di cui essere preoccupati e non bastano le denunce rituali, e tantomeno gli sterili proclami su Facebook, per bloccare un percorso che, se completato, porterà alla rinuncia dello stato a garantire il diritto all’istruzione pubblica.

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One Response to “C’era una volta la scuola pubblica statale”

  1. La situazione è pessima e drammatica…. Mi chiedo e Vi chiedo cosa fare? Come agire? A mio avviso occorrerebbe generare un forma di disagio nazionale, non con gli scioperi ( a cui non credo), ma con l’azione compatta di tutti noi insegnanti, che siamo davvero una forza sia numerica sia intellettiva. Bisognerebbe organizzare una protesta con la cooperazione sinergica di tutte le categorie della scuola, e dare voce all’Italia….

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